“Sandman” di Netflix è fedele al fumetto, ma noiosa

Sandman, il fumetto, ci ha messo un po’ a prendere le misure della propria estensione vocale. Il suo autore, Neil Gaiman, quando iniziò a scriverla non aveva ben chiaro il progetto complessivo, né era sicuro che la testata sarebbe andata molto lontano. Scrisse un primo arco narrativo pensando che la sua conclusione avrebbe sancito anche la fine della serie. Così non fu, e Gaiman riuscì a trovare una sua dimensione, tra archi narrativi più lunghi e storie brevi, che lo avrebbe portato a scrivere 75 numeri, dal 1989 al 1996.

Il fumetto inizia nel 1916. Il sedicente mago Roderick Burgess organizza un rito magico per tentare di imprigionare la Morte, uno dei sette Eterni, un gruppo di creature ancestrali. Non ci riesce, ma imprigiona involontariamente il fratello di Morte, Sogno. Inizia così una prigionia che dura quasi un secolo e manda nel caos le Terre del Sogno, regno governato dall’Eterno. Liberatosi, Sogno ha bisogno dei tre oggetti fonte dei suoi poteri che durante la sua assenza sono stati rubati: un sacchetto di sabbia magica, il suo elmo da guerra e un amuleto con un rubino incastonato. 

La ricerca di Sogno copre i primi sei numeri di Sandman, dopodiché Gaiman inizia a farlo viaggiare tra i luoghi e le epoche più disparate, a volte lasciandolo perfino sullo sfondo: smonta le tradizioni popolari, spaziando dalle divinità africane agli dei nordici; ci mette dentro la mitologia cristiana (riletta attraverso William Blake, John Milton e Dante Alighieri), le fiabe mediorientali, i racconti shakespeariani, quelli ottocenteschi; cerca nella Storia peculiare delle genti l’elemento comune che il genio umano ha inserito in ognuna di loro.

L’opera culto di Gaiman è stata per anni al centro di tentati adattamenti, prima cinematografici poi televisivi, e tra produzioni abortite e false partenze alla fine ha visto la luce su Netflix, con il coinvolgimento diretto di Gaiman e due nomi avvezzi ai lettori di fumetti: David S. Goyer (sceneggiatore di film come Blade, Batman Begins e L’uomo d’acciaio) e Allan Heinberg (creatore del fumetto Young Avengers e sceneggiatore del film Wonder Woman).

Le dieci puntate della serie tv adattano con estrema fedeltà i primi due cicli narrativi del fumetto, Preludi e notturni e Casa di bambola. Gaiman, Goyer e Heinberg hanno cambiato il minimo indispensabile, soprattutto per evitare ogni riferimento al mondo dei supereroi DC, per non dover tirare in ballo personaggi ingombranti come John Constantine (non si può usare perché ci sta lavorando J.J. Abrams), Batman e Martian Manhunter – che nel fumetto all’epoca servivano per attirare i lettori a Sandman, ma che ora non hanno più questo scopo, data la fama del marchio.

La differenza tra il Gaiman fumettista e il Gaiman televisivo è che quest’ultimo conosce già i confini del suo dominio e quindi ora riguarda a quelle storie con occhi più consapevoli. Sandman, la serie tv, è dunque il risultato di un autore che rifà una sua vecchia opera aggiornandola alla contemporaneità e, soprattutto, allo stile che nel frattempo ha maturato.

Preludi e notturni viveva dell’imperfezione, dell’aggiustarsi numero dopo numero, scoprendosi ogni mese. Non a caso, il disegnatore di quei primi numeri, Sam Kieth, descrisse l’esperienza come «Jimi Hendrix che suona nei Beatles» (e abbandonò l’incarico dopo il quinto numero). Lo stile di Kieth spingeva infatti sul versante sguaiato e bizzarro una serie che voleva essere strana, sì, ma con un certo decoro. Comica, anche, ma di un umorismo asciutto, con venature horror. La risata, in Sandman, è beffarda, tenera o agrodolce, mai crassa.

La serie tv è invece molto più coerente e unitaria nell’affrontare la materia narrativa. Un esempio a caso: per riprendersi il casco, Sogno deve vedersela con i demoni dell’inferno in una gara di dissing poetico in cui, invece di insultare le rispettive madri, i contendenti si devono superare in lirismo. Ecco che a «io sono l’universo, che comprende ogni cosa e abbraccia la vita» si contrappone un «io sono l’anti-vita. La bestia dell’Apocalisse. Sono il buio alla fine di tutto. La fine degli universi, degli dèi e dei mondi… Di ogni cosa».

Nei fumetti, Sogno se la vede invece con il demone Choronzon, individuato tra una schiera di dannati variopinti e cartooneschi. I disegni danno l’aria di esibizioni comiche da stand up americano, con tanto di microfono e muro di mattoni, mentre i dialoghi sono poetici. Quegli stessi dialoghi nella serie tv sono messi in scena identici, parola per parola, ma accompagnati da immagini elaborate, eloqui accorati e una tragica intensità.

C’è più suspense, da un lato, ma dall’altro la schiera dei demoni è la classica folla infernale senza specificità, in un piattume visivo che è la cifra stilistica della serie, una sorta di peccato capitale visto quanto l’immaginario gotico di Sandman abbia segnato gli anni Novanta – lì c’era l’emo-gotico, qui c’è un suo rimasuglio e nessuna alternativa contemporanea. Esteticamente Sogno resta quello dei fumetti, ma la scelta di farlo interpretare a Tom Sturridge è fatale: dove il personaggio comunica austerità, fascino e timore, Sturridge incarna indolenza, apatia, pescelessismo.

Sogno come viene rappresentato nei fumetti di “Sandman”

C’è anche un problema di struttura dovuto alla fedeltà rispetto al fumetto. La storia non sa cosa privilegiare fra la trama orizzontale (quella complessiva) e la trama verticale (le storie autoconclusive dei singoli episodi). La serie, a metà, finisce. O meglio, lascia aperte un paio di sottotrame ma chiude quella principale. Proprio come succedeva nel primo arco narrativo del fumetto, che veniva chiuso da un epilogo, Il suono delle sue ali, in cui veniva introdotta Morte, personaggio molto amato dai fan. Ne Il suono delle sue ali, Sogno tira le somme della sua prima avventura ed esprime un profondo spaesamento, condiviso da Gaiman, che aveva finito le cose da dire e si domandava se fosse il caso di – e poi come – proseguire.

Il suono delle sue ali rappresenta una cesura tra un prima e un dopo che, proprio con quel senno di poi che ora Gaiman possiede, diventa posticcio, dato che il Gaiman del 2022 quei dubbi non li ha, e a ben guardare neanche Sogno. Peccato che Il suono delle sue ali sia uno degli albi più noti e apprezzati e una specie di “numero zero” del fumetto stesso. Gli autori della serie tv si sono trovati nell’impasse di non poter non adattare quel momento ma di compromettere la drammaturgia della serie, che inizia e riparte. Ecco, forse la divisione in due parti avrebbe avuto senso, perché è come se nella prima stagione di Sandman ci fossero due micro-stagioni.

In generale, Sandman si prende tanto sul serio, come fa il Gaiman maturo. Drena tutta la commedia e indulge nella verbosità. Per il resto replica i passaggi, i dialoghi e mantiene intatto – anzi forse lo sottolinea – il grande tema sotterraneo del fumetto: non facciamo altro che raccontarci storie che parlano delle nostre esperienze, e le storie che scegliamo di raccontare decretano l’effetto che quelle esperienze hanno su di noi.

Nel bene e nel male, Sandman è un adattamento molto fedele, visivamente un po’ spompato ma che accontenterà i lettori. I nuovi arrivati, invece, potrebbero non gradire il carisma freddo del personaggio e l’andamento bizzarro e frammentario della serie.

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