C’è un momento, in un albo a fumetti di qualche tempo fa, in cui Spider-Man torna nel suo liceo e si descrive così: «I primi anni in cui venivo in questa scuola, ero come chiunque altro. Un liceale come tanti, che cercava di non farsi notare, di non sembrare strano, per paura di non integrarsi. Poi, un giorno, il morso di un ragno fece in modo di farmi notare e di non farmi integrare da nessuna parte, mai». Anche da eroe, Spider-Man è sempre in difetto, fa di tutto per mischiarsi con gli altri ma è troppo: troppo diverso, troppo forte, impacciato, sfortunato.

La prima apparizione di Peter Parker su “Amazing Fantasy” 15 del 1962, testi di Stan Lee, disegni di Steve Ditko

Creato nel 1962 da Stan Lee e Steve Ditko, Spider-Man è il personaggio immaginario più famoso di tutti. È diventato un archetipo talmente forte che nell’ultima incarnazione cinematografica, quella con Tom Holland, i realizzatori non si sono nemmeno preoccupati di raccontare le origini del personaggio, presumendo che il pubblico fosse ormai familiare con le premesse della serie. Nella sua genesi c’è tutta la semplicità del mito: Peter Parker è un ragazzino timido e studioso che viene punto da un ragno geneticamente modificato e ottiene i poteri dell’aracnide. Inizialmente usa questi doni per fare soldi facili come fenomeno da baraccone mascherato ma poi, in seguito alla morte dello zio, ucciso da un criminale che Peter aveva lasciato fuggire, diventa un supereroe dedito al bene, spinto dalla massima «da un grande potere derivano grandi responsabilità».

Come per molti altri supereroi Marvel, la creazione di Spider-Man è nebulosa, per via della modalità di produzione dei fumetti all’epoca. In casa Marvel vigeva un metodo – ribattezzato “metodo Marvel” – nato dalla necessità di Stan Lee di realizzare molte sceneggiature per i vari disegnatori impiegati dall’editore. La lavorazione prevedeva lo sviluppo completo da parte del disegnatore di un breve soggetto fornito dallo sceneggiatore (che spesso si riduceva a vaghe indicazioni come «Dottor Destino ruba la tavola di Silver Surfer»), il quale tornava poi sulle tavole disegnate per aggiungere i dialoghi.

Al disegnatore di turno erano attribuite soltanto le matite, quando in realtà era a tutti gli effetti responsabile anche della storia. Per la gran parte delle opere, oltre ai crediti stampati negli albi, non esistono documenti ufficiali che stabiliscano chi abbia fatto cosa. Spider-Man non fa eccezione, ed è quindi complicato ricostruire la sua nascita attraverso le dichiarazioni, spesso contraddittorie, degli autori coinvolti.

Una scena di combattimento di Spider-Man molto dinamica, disegnata da Steve Ditko nei primi anni Sessanta

È però certo che Stan Lee inventò Spider-Man partendo dal nome, senza avere un’idea precisa del personaggio. In una deposizione giurata del 2010, Lee disse che aveva avuto l’idea di un supereroe adolescente con problemi comuni («un attacco di allergia mentre sta combattendo con gli avversari») e con poteri d’insetto che gli permettevano di attaccarsi alle pareti. Disse di aver preso il nome dall’eroe pulp degli anni Trenta chiamato The Spider, che aveva letto in gioventù, aggiungendoci però il trattino per distinguerlo anche da Superman. «Andai da Jack Kirby e gli dissi di sviluppare una storia.»

Il primo tentativo di Kirby, con cui Lee aveva già creato i Fantastici Quattro e Hulk, vedeva il protagonista vivere con gli zii, May e Ben – quest’ultimo un poliziotto in pensione dai modi e dall’aspetto simili a quelli del generale Thunderbolt Ross, comprimario delle avventure di Hulk. Il ragazzo trovava un anello che lo trasformava in Spider-Man, un vigilante dotato di una pistola a ragnatele. Era uno strano ibrido tra Capitan America e The Fly, entrambi supereroi che Kirby aveva disegnato anni addietro, sui testi di Joe Simon. Di questo tentativo non sono rimaste tracce, anche se l’ex caporedattore di Marvel Comics Jim Shooter ha dichiarato di averlo letto.

Lee in ogni caso non fu soddisfatto del risultato, considerato troppo eroico dal punto di vista del disegno. «Jack era abituato a creare personaggi vincenti e statuari, aveva cercato di rendere Peter un ragazzino nerd senza però riuscirci. Mi resi conto che non era una storia adatta a Jack, così la passai a Steve Ditko. Il suo stile impacciato e strano era perfetto per Spider-Man.» Kirby sostenne invece che il passaggio di consegne fu dovuto ai suoi troppi impegni.

Gli spararagnatele di Spider-Man spiegati da Steve Ditko

Ditko ripensò la storia dal principio, partendo da una nuova indicazione di Lee (un adolescente morso da un ragno radioattivo). Dato che quello immaginato da Kirby era una generica tuta con gli stivali non dissimile a quella di Capitan America, Ditko creò un nuovo costume, a cui aggiunse gli spararagnatele – pare su suggerimento del fumettista fetish Eric Stanton, un compagno di classe di Ditko con cui quest’ultimo condivideva lo studio a Manhattan. Lee e Ditko presentarono il prodotto finito all’editore Martin Goodman, che bocciò inizialmente la storia perché «a nessuno piacciono i ragni» e «questo non è un eroe, è un ragazzo qualunque». Lee rispose che era proprio quello il punto.

La storia delle origini di Spider-Man vide la luce sul numero 15 della testata contenitore Amazing Fantasy, che proprio grazie a Spider-Man registrò ottime vendite. L’editore decise così di varare una serie a lui dedicata, Amazing Spider-Man. Era il 5 giugno 1962 – anche se sulla copertina fu stampata la data di agosto, come da convenzione di distanziarsi due mesi dalla data di pubblicazione effettiva. In breve tempo, la serie diventò il prodotto di punta dell’editore. Fulminante e clamoroso, il successo di Spider-Man scavallò ben presto nell’immaginario comune. Già nel 1965 Esquire pubblicò un sondaggio in cui gli studenti universitari eleggevano Spider-Man come una delle loro icone rivoluzionarie preferite, insieme a Hulk, Bob Dylan e Che Guevara. Uno degli intervistati affermo che l’eroe era «uno di noi».

La novità di Spider-Man era quella di essere un supereroe la cui vita privata non si riduceva a scene di raccordo tra una sequenza d’azione e l’altra, ma era un elemento fondamentale della sua identità. Se la maggior parte dei problemi dei supereroi consisteva nel contrastare i cattivi di turno, Peter aveva fin da subito preoccupazioni molto più serie: venire a patti con la morte di una persona cara, innamorarsi per la prima volta, lottare per guadagnarsi da vivere e vivere crisi di coscienza. I suoi nemici non sono generici criminali, sono il padre del suo migliore amico, una ladra per cui prende una cotta o altri figuri che rientrano nella sua sfera sociale.

spider-man no more
Una delle più famose vignette di Spider-Man, disegnata da John Romita Sr. su “Amazing Spider-Man” 50 del 1967, in cui Peter Parker rinunciava a essere Spider-Man dopo una lunga battaglia interiore a causa dei continui attacchi ricevuti dalla gente e dai giornali, che lo ritenevano una minaccia e non un eroe. La situazione sarà temporanea, perché Peter Parker non potrà fare a meno di cedere al suo senso di responsabilità e vestire nuovamente i panni di Spider-Man per combattere il crimine.

Questo aspetto è in realtà comune a molte opere Marvel: c’è un calore o un’intimità anche nei rapporti tra nemici, non si tratta soltanto di megalomani che hanno incrociato la strada dell’eroe. Per non parlare degli affetti – dagli amici agli amori – che sono diventati tanto famosi quanto il protagonista. Come ricordò Joe Quesada, caporedattore di Marvel Comics tra il 2000 e il 2011, «al centro di ciò che ha reso rivoluzionarie e soprattutto diverse le storie di Spider-Man c’era la dimensione soap operistica della vita di Peter Parker».

L’impalcatura delle storie di Spider-Man è poi sorretta dal pilastro della responsabilità, esemplificato dalla massima esclamata alla fine della prima avventura dell’eroe: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, «un tema così perfetto nella sua semplicità che ci potresti costruire attorno una religione» disse Brian Bendis, uno degli autori che ha scritto il personaggio negli anni Duemila. Quello della responsabilità è un tema battuto da tutti gli autori che ci hanno avuto a che fare, ma che cosa rende Spider-Man inequivocabilmente Spider-Man? Cosa posso togliere senza farlo diventare un altro personaggio? Qual è il minimo necessario che serve per caratterizzarlo in maniera distinguibile dal resto del panorama supereroistico?

Ci sono tanti concetti che negli anni hanno definito il personaggio: la sfortuna, l’essere sempre strattonato fra due priorità, il tentativo di fare la cosa giusta, molto spesso sbagliando o fallendo, il piacere sottilmente perverso di passare da bullizzato a bullo. Fateci caso, quando Peter, abbastanza mansueto nella vita di tutti i giorni, indossa la maschera di Spider-Man si sente responsabile ma anche libero di denigrare i nemici con battute e scherni, con un atteggiamento sfrontato che non gli appartiene quando indossa gli abiti civili.

Il primo incontro tra Peter Parker e Mary Jane, da “Amazing Spider-Man” 42 del 1967, testi Stan Lee, disegni John Romita Sr.

Questo gioco tematico di ribaltare la vessazione, nelle letture degli autori moderni, ha assunto un significato profondo (forse troppo): in Amazing Spider-Man 700 il Dottor Octopus, finito nel corpo di Peter, si accorge che l’eroe poteva stendere al tappeto molti dei suoi nemici con un colpo solo ma si era sempre trattenuto per evitare di ucciderli. Sharon Carter, in una storia di Capitan America del 2021, rimarca dicendo «devo sdrammatizzare per evitare di uccidere qualcuno. Capisco bene Spider-Man adesso».

Un altro elemento, molto discusso, è quello dell’età. Quando, nel 2008, l’editor Marvel Tom Brevoort, che supervisionava le testate di Spider-Man, scrisse che la sua caratteristica fondamentale era la giovinezza, non tutti i fan la presero bene, perché riduceva un personaggio a un dettaglio anagrafico e li faceva sentire fuori posto (implicitamente, si intendeva dire che Spider-Man doveva restare un eroe giovane per attirare un pubblico giovane, dando quindi la fascia di “lettori vecchi” o di “serie b” allo zoccolo duro). 

Brevoort negava l’importanza della responsabilità come tema portante della serie, affermando che «Spider-Man non parla di responsabilità più di quanto Batman non parli di criminali superstiziosi e codardi. Quella era la lezione della prima storia, ma non è il nucleo tematico della serie. La responsabilità è sicuramente un elemento importante di Spider-Man, ma d’altronde mostratemi un supereroe per cui non lo è. La giovinezza è l’elemento che definì Spider-Man all’epoca della sua nascita, era ciò che lo separava da tutti gli altri supereroi e lo rendeva unico. Fino ad allora, gli adolescenti nei fumetti erano la spalla dell’eroe. Spider-Man invece era il titolare della serie. E questo influenzò tutta la narrazione, dandole cuore. Un supereroe in età da liceo che sbaglia e impara è comprensibile, mentre diventa un po’ patetico per figure più adulte». Brevoort ribadì le sue convinzioni nel 2020, durante un’intervista al podcast Amazing Spider-Talk.

Spider-Man mentre cerca di destreggiarsi tra il ruolo di supereroe e la cura dei suoi affetti. Da “Amazing Spider-Man” 178 del 1978, testi di Len Wein, disegni di Ross Andru

Anche Steve Ditko credeva che l’elemento della giovinezza fosse essenziale per mantenere tutte le dinamiche appena descritte e per «non fargli perdere l’innocenza», come ha scritto Greg Theakston, fumettista e studioso dell’opera del disegnatore. Anzi, per il suo co-creatore Peter sarebbe dovuto rimanere adolescente e non diplomarsi mai, cosa che invece successe dopo pochi anni dall’inizio della serie. Nelle prime annate infatti Peter cresce molto velocemente, finisce le superiori e diventa uno studente universitario poco più che ventenne. Quella sarebbe la sua età ufficiale, anche se a seconda dei periodi può essere percepito più vecchio (alcune gestioni recenti lo ritraggono ultratrentenne).

«La gioventù è un elemento che lega il personaggio ai lettori» ha scritto David Harper su The Ringer. «Se non tutti hanno vissuto l’esperienza di essere un milionario playboy, tutti sono stati giovani e spesso molto bravi a rovinarsi la vita. È una componente essenziale del successo: le sue origini sono sempre contemporanee. Molti altri supereroi sono radicati in contesti storici precisi (Capitan America, per dirne uno), Peter Parker è un adolescente con problemi da adolescente, una dinamica che funziona tanto nel 1962 quanto nel 2022.»

Tuttavia, più che la giovinezza, è il continuo farsi e disfarsi della vita di Peter a caratterizzare le storie: anche quando vince, Spider-Man perde. Gli alter ego di Batman e Superman erano irrilevanti e il pericolo peggiore per Bruce Wayne o Clark Kent era essere scoperti. Le loro vite civili erano placide e prive di eventi, Peter Parker invece aveva ben altre preoccupazioni. L’immagine della zia malata a cui mancano le medicine mentre Spider-Man sta combattendo con qualche cattivo è quella citata sempre per riassumere le difficoltà concrete e quelle da supereroe che animano le storie.

Un Peter Parker sfavillante e ricco, dal ciclo di storie di Dan Slott. Disegno di Giuseppe Camuncoli

In una versione contemporanea di quella stessa immagine, vista nella gestione dello sceneggiatore Dan Slott di pochi anni fa, Peter fonda un’azienda all’avanguardia con ricavi multimilionari, ma poi per il bene comune la deve fare fallire mandando sul lastrico piccoli risparmiatori, dipendenti e investitori. È nel tentativo di fare del bene e di destreggiarsi tra privato e pubblico che si trovano le storie migliori di Spider-Man. È indubbio che un personaggio perdente, non più giovane, innesca un sentimento più vicino alla pietà che all’ammirazione, ma non è che si smetta di sbagliare o fare errori, una volta superato un certo numero di primavere. 

Nel libro All of the Marvels, Douglas Wolk descrive la vita di Spider-Man come una serie di cicli ricorsivi in cui l’eroe non fa che crescere: «La differenza tra lui e ogni altro supereroe è che le sue storie sono bildungsroman, storie di formazione, di crescita da giovane ad adulto. Peter non è ancora – sarà sempre “non ancora” – la persona che ha bisogno di essere». Questa dinamica è talmente congenita che nella miniserie del 2005 L’Uomo Ragno – House of M, ambientata in un universo parallelo in cui ogni individuo vive la vita dei suoi sogni, Peter è felicemente sposato, padre di famiglia, celebre e ricco, eppure è un essere spregevole e misero. Insomma, Peter non potrà mai avere davvero ciò che vuole, pena la perdita della sua stessa umanità.

Spider-Man ha colonizzato l’immaginario collettivo grazie alla sua presenza continua fuori dai fumetti, in particolare con gli adattamenti televisivi, dal vivo o animati (la prima serie risale al 1967 ed è rimasta famosa per la sua sigla e in anni recenti per i vari meme), videoludici, cinematografici – perfino teatrali, c’è una storia pazza anche su quello – che ne hanno cementato la popolarità. Fu il primo personaggio Marvel opzionato per un lungometraggio cinematografico, che poi tardò a concretizzarsi per vicissitudini varie, e l’unico che per molti anni fu ritenuto un buon soggetto per il cinema.

spider-man no way home
Una scena del film “Spider-Man: No Way Home”

Negli anni Novanta, la multinazionale Sony ebbe la possibilità di comprare tutto il catalogo di personaggi Marvel Comics per 25 milioni di dollari, ma preferì spenderne 10 per avere soltanto Spider-Man. È il supereroe con i ricavi più alti di tutti. È vero adesso – il recente Spider-Man: No Way Home è il sesto incasso cinematografico più alto di sempre – come vent’anni fa, quando il primo Spider-Man di Sam Raimi infranse record su record al botteghino.

Il successo l’ha portato a essere il personaggio bandiera di Marvel Comics. Nei fumetti ha incontrato praticamente tutti i personaggi della casa editrice – tranne uno, Millie Collins, protagonista della serie Millie the Model – ed è stato utilizzato per sperimentare le iniziative editoriali più disparate (2099, Ultimate, Marvel Age sono tutte iniziate con una serie ragnesca). Il pensiero che c’era dietro era sempre abbastanza pragmatico: se fallisce lui, gli altri non avranno speranze.

Per lo stesso motivo, essendo il volto dell’editore, quando c’è stato da mandare un messaggio, lo si è sempre fatto con Spider-Man. Peter è un cittadino americano, vive a New York, non ad Asgard o a Metropolis, nella stessa contemporaneità del lettore. Come ha riassunto bene Sean Howe, autore di Marvel Comics: Una storia di eroi e supereroi, «Spider-Man rappresentava l’approccio Marvel ai fumetti: personaggi nevrotici in contesti reali». È naturale dunque che nelle sue storie apparve uno dei primi comprimari neri della Marvel, il redattore afroamericano del quotidiano Daily Bugle Joe “Robbie” Robertson. E che molti temi sociali trovarono casa sulla sua testata. Nel 1968, Amazing Spider-Man mostrò le contestazioni degli studenti universitari in Crisi al campus! – pur senza schierarsi apertamente, anzi, prendendo una posizione quasi schizofrenica nei confronti della disobbedienza civile.

Peter Parker trova l’amico Harry Osborn collassato a causa delle troppe pillole ingerite. Una scena da “Amazing Spider-Man” 97 del 1971, testi Stan Lee, disegni Gil Kane

Nel 1971, apparve una storia in cui Harry Osborn, il miglior amico di Peter, finisce vittima delle droghe. Lo spunto proveniva direttamente dal ministero della salute, che chiese alla Marvel di pubblicare un fumetto contro le droghe all’interno di una delle loro serie più vendute. Tuttavia, l’organo di autoregolamentazione noto come Comics Code Authority vietava la rappresentazione delle droghe, anche in ottica negativa. Si decise perciò di pubblicare comunque la storia, priva del bollino di garanzia del Comics Code, nonostante questo potesse minare le vendite, perché la gran parte dei distributori non faceva circolare pubblicazioni non approvate.

Nonostante i rischi, fu un’iniziativa di successo, che fu replicata dalla rivale DC Comics sulla serie Green Lantern/Green Arrow, in cui la spalla di Lanterna Verde, Speedy, fa uso di eroina. La storia di Spider-Man contribuì perfino a rivedere le linee guida del codice, che da quel punto diventò via via più permissivo. «Mio padre mi incoraggiò a leggere quella storia di Spider-Man» disse una volta Joe Quesada. «Mi tenne lontano dalla droga ma mi creò un’altra dipendenza: i fumetti.»

Nel 2008, fu Spider-Man a celebrare l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, nella storia Spidey incontra il presidente, in cui l’eroe metteva fuori gioco il Camaleonte, suo storico avversario che si era sostituito al neo-presidente degli Stati Uniti. E, qualche anno prima, era toccato sempre a Spider-Man il compito di rappresentare la Marvel tutta nell’omaggiare i morti dell’11 settembre 2001.

spider-man 11 settembre
Spider-Man vive in diretta il crollo delle Torri Gemelle nell’attentato dell’11 settembre 2001 in una storia speciale scritta da J. M. Straczynski e disegnata da John Romita Jr.

A volte i messaggi che il personaggio mandava erano inconsapevoli, ma furono lo stesso in grado di rivoluzionare il modo in cui la gente guardava ai fumetti. Nel 1973, la tragica morte di Gwen Stacy, fidanzata di Peter, non soltanto segnò il personaggio diventando un episodio importante quasi quanto la morte di zio Ben, ma fu anche il momento in cui terminò la Silver Age, ovvero quel periodo fumettistico che andò dal 1956 alla fine degli anni Sessanta, caratterizzato da una seconda ondata di supereroi, e che seguì la Golden Age, l’era in cui erano nati i primi, storici eroi come Batman e Superman.

Con la morte di Gwen iniziò invece la Bronze Age, improntata su temi e storie adulte, spesso oscure e che portarono alla nascita di alcuni capolavori del fumetto. Come ha scritto Tonio Troiani, «la rinascita del fumetto supereroistico trovava la sua maturità in quella esecuzione, […] la morte più importante dell’Universo Marvel, poiché erode totalmente il principio di esistenza delle Meraviglie: quello di salvare gli innocenti, di evitare che il caos scatenato dalle forze del male irrompa nel quotidiano».

Se le relazioni tra personaggi rappresentano il cuore di Spider-Man, la componente visiva ha contribuito con altrettanta forza a renderlo il supereroe più popolare. Il costume, sgargiante nei suoi rosso ciliegia e cobalto scuro (anche se inizialmente Ditko aveva scelto il viola e l’arancione), e con due grandi occhi bianchi, con la trama delle ragnatele che gli solca il corpo, è un design grafico che colpisce. La maschera è facile da disegnare, quindi anche un bambino la può riprodurre senza grossi problemi, e resta impressa nella mente. L’immagine di Spider-Man si è evoluta nel corso degli anni in moltissimi modo, ma le vere rivoluzioni sono a opera di una manciata di autori.

La copertina di “Amazing Spider-Man” 68 del 1968 disegnata da John Romita Sr.

Il primo fu ovviamente Steve Ditko, che inventò l’aspetto del personaggio e lo rese una figura bizzarra, inusuale, non troppo eroica ma neanche troppo strana da alienare il pubblico. A Ditko succedette John Romita Sr., un disegnatore con una grande capacità di creare scene intime in cui il lettore sembrava stare nella stessa stanza con i personaggi. La sua visione, complice un inchiostrazione con il pennello più morbida ed elegante, trasformò Spider-Man in un eroe molto romantico. Tutti gli autori dopo Romita ne copiarono l’immaginario, consolidando Spider-Man come eroe d’azione dal risvolto intimista – una caratteristica che nessun altro eroe dei fumetti aveva, in quella forma almeno.

Tuttavia, questa immediata riconoscibilità comportava il difetto di essere diventato col passar del tempo un eroe fuori dal proprio tempo, vestito fuori moda e le cui storie erano disegnate con uno stile sempre più tradizionalista e compassato. Nessuno aveva mai provato a disegnare uno Spider-Man diverso, visto che quello di Romita era considerato insuperabile. Poi, negli anni Ottanta, un giovane disegnatore di nome Todd McFarlane (futuro creatore di Spawn), decise che era tempo di portare Spider-Man nel presente. Cambiò le acconciature e i vestiti dei personaggi, mise l’eroe in pose contorte, da vero ragno, spesso anatomicamente impossibili ma dinamiche.

E iniziò a disegnare la ragnatela come una corda appiccicosa, invece che come una tela rigida e bidimensionale come erano soliti fare quelli prima di lui. McFarlane poteva finalmente disegnare Spider-Man mentre sparava la ragnatela in faccia al lettore, realizzando inquadrature adrenaliniche. Con McFarlane la tela diventò uno strumento più flessibile e assunse questa nuova consistenza che fece scuola, tanto da prendere il nome di “ragnatela a spaghetti”, soprannome nato dopo che il caporedattore Tom DeFalco ammonì il disegnatore dicendogli di «smetterla di disegnare quelle ragnatele a spaghetti». Con piccole variazioni, il suo è ancora il modello di Spider-Man copiato da tutti. 

Una doppia pagina da “Spider-Man” 1 del 1990 disegnata da Todd McFarlane

Oggi Spider-Man ricerca la modernità differenziandosi per segmenti diversi del pubblico. Come per le altre due icone fumettistiche più conosciute al mondo, Batman e Superman, ognuno ha il suo Spider-Man, a seconda del periodo e del mezzo in cui l’hanno conosciuto – fumetti, cartoni, videogiochi, film. A un certo punto, Peter Parker – come anche Clark Kent o Bruce Wayne – non è riuscito a contenere dentro di sè tutti i desideri del pubblico. Peter no, ma Spider-Man sì.

Ed ecco allora che, negli anni, si sono affacciate sulla scena miriadi di versioni diverse del personaggio, alcune più fortunate di altre, dallo Spider-Man manga a quello indiano. Se cercate fumetti di Spider-Man da leggere ne troverete alcuni con Peter Parker, che vive secondo le regole narrative che l’hanno reso famoso, altri con una Gwen Stacy alternativa morsa dal ragno al posto del ragazzo e diventata Spider-Gwen, altri ancora con Miles Morales, adolescente proveniente da un universo parallelo e poi traghettato nella realtà ufficiale Marvel in virtù della sua popolarità presso il pubblico – incrementata poi con il film Spider-Man – Un nuovo universo e il videogioco Spider-Man: Miles Morales.

Creato nel 2011 da Brian Michael Bendis e Sara Pichelli, Miles Morales è una variazione del supereroe perché, oltre a incarnare un giovane neanche ventenne di oggi, interpreta la lezione di Spider-Man in maniera diversa: le sue origini non sono basate sul senso di colpa per un crimine non sventato, ma sul coraggio di mettersi a disposizione del prossimo, senza micce emotive, in una lettura quasi più pura dell’archetipo.

Miles Morales con il costume di Spider-Man, disegno di Sara Pichelli

Siamo arrivati a un punto in cui, nell’universo canonico dei fumetti, esistono due Spider-Man ufficiali (Peter e Miles – e per un periodo anche Miguel O’Hara, lo Spider-Man del 2099, ora tornato nel suo futuro). Proprio perché sono immensi hanno la capacità di riflettere quanti più pubblici diversi. Come è stato per Superman e Batman, che vivono attraverso diverse incarnazioni di quel nome, gli editori hanno capito che le icone sono tali perché dure e resistenti e, quando le colpisci per staccarne un pezzo, non vanno in frantumi, ma acquistano una faccia in più, fino a diventare sfaccettate come un diamante, non più monolitiche, ma ancora in grado di essere loro stessi senza perdere di unicità. A prescindere da quella che sarà l’eredità del personaggio, Spider-Man rimane il modello di paragone e il beniamino non solo dei fumetti Marvel ma di tutto il genere supereroistico e della cultura pop.

È difficile prelevare un solo momento da 60 anni di storie che renda giustizia a ciò che è stato, e che è, Spider-Man. Però c’è una storia a fumetti del 2002 realizzata da Kaare Andrews, intitolata Raggio di luce, che mi sembra riassuma molto bene l’essenza del personaggio. È una storia breve in cui Spider-Man, durante uno scontro con Electro, distrugge il muro di un appartamento abitato da due fratellini e dalla loro madre degente. Per rimediare, dà ai ragazzi una busta con 500 dollari – destinati al suo affitto – conscio che la cifra non basta a coprire i danni. «Non sempre gli eroi riescono a salvare il mondo» confida Spider-Man. «A volte fanno quello che possono… Mangiano i loro spinaci… E sperano che le cose vadano per il meglio.»

Leggi anche: La storia di Spider-Man in 11 disegnatori

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