“La casa tra le onde” di Netflix, una metafora del crescere

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Lo tsunami del 2011 che colpì il Giappone e diede origine alla tragedia di Fukushima fu un evento talmente drammatico da essersi probabilmente insinuato nell’immaginario di un’intera generazione. Questo perché, a farci caso, buona parte delle produzioni animate giapponesi realizzate da allora è incentrata sull’elemento dell’acqua. C’è in Yuasa Masaaki, che ha praticamente realizzato un dittico dedicato all’acqua: Lu e la città delle sirene e Ride Your Wave. C’è in Makoto Shinkai, che ha diretto Weathering with You e l’imminente Suzume no tojimari (“Le porte chiuse di Suzume”), il quale, stando al trailer diffuso recentemente, sembra nuovamente fare dell’acqua il fulcro della sua storia. E non si sottrae a questo trend nemmeno La casa tra le onde, il nuovo film di Hiroyasu Ishida – che aveva esordito nel 2018 con Penguin Highway – per Netflix.

Kosuke e Natsume sono due amici di vecchia data. La loro infanzia è contrassegnata da molti, indelebili ricordi all’insegna della felicità. Questi ricordi si intrecciano, nello specifico, intorno alla figura del nonno di Kosuke, ormai mancato, che aveva praticamente adottato Natsume e che viveva in un appartamento di un edificio che sta per essere demolito. Kosuke e Natsume si ritrovano proprio in quell’edificio assieme ad alcuni compagni e compagne di scuola quando, all’improvviso, succede qualcosa che trasporta l’intero edificio nel bel mezzo dell’oceano. Il gruppo dovrà imparare a convivere e a trovare il modo di sopravvivere. Ma anche di tornare a casa.

Nonostante possa, di primo acchito, sembrare un’opera prevedibile e dal target anagrafico basso, La casa tra le onde si rivela essere un film a suo modo complesso, che prova ad affrontare i temi della crescita, del passaggio all’età adulta e del dolore della perdita da un punto di vista inedito, iniziando in un modo e trasformandosi in tutt’altro già alla fine del primo atto. ll film comincia infatti come un’avventura tra bambini che cercano un fantasma in un edificio abbandonato, un gruppo eterogeneo in cui ciascuno ha i suoi problemi, le sue difficoltà, i suoi irrisolti. Poi avviene qualcosa, e la dimensione del film muta radicalmente, trasformandosi in una lotta per la sopravvivenza condita dal mistero per la situazione che si è venuta a creare, condita da vari elementi fantastici. 

Nel terzo atto, La casa tra le onde fa emergere i temi che aveva accuratamente imbastito in precedenza, ed ecco che la pellicola diventa una grande metafora del crescere. Crescere significa anche dire addio all’infanzia, quindi a quei momenti a cui siamo attaccati con nostalgia. Significa separarsi, anche in maniera netta, dolorosa, da un passato che, talvolta, risulta salvifico. È il caso di Natsume che [SPOILER] a causa della difficile situazione familiare trova in Kosuke, in suo nonno e addirittura in un luogo specifico (l’appartamento del nonno) una dimensione di pace, di felicità, che con la crescita e la morte del nonno non riesce proprio ad abbandonare [FINE SPOILER].

Dietro il corpo di film avventuroso e coinvolgente con anche qualche sfumatura horror, La casa tra le onde è un’opera che mette in scena il dolore dello strappo rappresentato dall’ingresso nell’età adulta, sublimato dalla presa di coscienza della morte. Rispetto al suo esordio con Penguin Highway, Hiroyasu Ishida ha optato per una narrazione meno imprevedibile – meno folle se vogliamo – ma più compatta, sebbene le premesse narrative siano di per sé molto fantasiose. 

Ma è in questa libertà di racconto che Ishida è riuscito a prendere in mano il film e, coadiuvato dalla splendida colonna sonora firmata da Umitaro Abe, ci ha restituito un’opera emozionante, coinvolgente, solida. Hiroyasu Ishida, che è nato nel 1988, è senza dubbio tra gli autori da tenere d’occhio negli anni a venire.

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