RubricheMarginiProfanare il (black) metal: una riflessione su Mavado Charon

Profanare il (black) metal: una riflessione su Mavado Charon

"Margini", una rubrica di Fumettologica a cura di Tonio Troiani. Ogni 15 giorni riflessioni sulla narrazione annotate tra le parti bianche di ogni pagina scritta e disegnata.

metal lords netflix
Un’immagine di “Metal Lords”

Qualche sera fa – complice la stanchezza – ho avuto la malaugurata idea di guardarmi su Netflix Metal Lords di Peter Sollett, un teen comedy scritto da D.B. Weiss, già sceneggiatore di Game of Thrones. Una previa lettura dei crediti avrebbe dovuto accendere un piccolo campanello di allarme nella mia testolina, tuttavia la curiosità e soprattutto una certa indolenza ha prevalso. Una visione che ha avuto comunque qualche alto, merito soprattutto delle aspettative molto basse e di una colonna sonora telefonata ma al contempo piacevole, curata da uno dei miei guitar hero preferiti: Tom Morello dei Rage Against the Machine.

Alla fine, di quello che caratterizza l’estetica e, soprattutto, la filosofia del metal c’è ben poco, tutto gira intorno a futili stereotipi finalizzati a rendere il mondo del metallo pesante rassicurante, poco più che un trucco pesante sul volto perbenista del borghese medio. Metal Lords è un prodotto pensato per rassicurare i genitori, una commedia dei buoni sentimenti che strizza l’occhio ai nostalgici e a un pubblico tardo-puberale, non colpendo nel segno e diventando a tratti grottesca quando cita e strizza l’occhio alla mitologia del metal. 

Per i veri metallari, la pellicola è una profanazione del metal, che molto spesso – nonostante un baraccone infinito di scherzi e spettacoli degni di un freak show – è una cosa molto molto seria. Basterebbe tirare in ballo personaggi come Burzum, al secolo Varg Vikernes, o La Sale Famine de Valfunde (Ludovic Faure) dei Peste Noire, o teorici come Hunter Hunt-Hendrix dei Liturgy. Da questo breve elenco è intuibile come le preferenze di chi scrive si volgano verso un sottogenere fondamentale per pensare il metal come espressione esistenziale

Ma come ogni fenomeno artistico anche il (black) metal è vittima di pruriginosi e imbarazzanti capitomboli che lo hanno reso un paradosso: estetizzante e filosofico, oscuro e marcio fino al midollo, tanto da avventurarsi in territori prossimi al nichilismo più feroce, ma facile preda di derive così ottuse e irrazionali da sfondare le porte della stupidità, lanciandosi in deliri razzisti e omofobi. 

Se dovessimo parlare di prof(ana)zioni del metal, in realtà, la più diverte e intelligente è stata messa a punto da Drew Daniel, professore associato di letteratura inglese presso la John Hopkins Krieger School of Arts & Sciences di Baltimora e, soprattutto, componente del duo di elettronica Matmos. In realtà, oltre al gruppo principale, il musicista americano, originario del Kentucky, ha dato alla stampe nel 2014 con il moniker Soft Pink Truth l’album Why Do the Heathen Rage? (per l’etichetta Thrill Jockey).

L’album è un omaggio sarcastico verso un genere omofobo e divisivo: non è un caso che il musicista apra le danze con un spoken word minaccioso e oscuro in cui, in compagnia del fu Antony Hegarty (ora transitato verso l’identita queer Anohni), viene evocato lo spettro di Arthur Evans. Witchcraft and the Gay Counteculture diventa un grimorio per aprire le porte di un inferno rovesciato in cui la sodomia non è un’eresia. In un pastiche ipermoderno Drew Daniel decostruisce i classici del black metal facendoli suonare come se fossero disturbati dalle frequenze queer che triturato gli accordi ossessionati dei Venom e dei Sarcofato, con sonorità gabber e da dance floor.

Al di là della capacità di questa musica di disinnescare la carica “omofoba” della KVLT dei blackster più irriducibili, la scelta del musicista di avvalersi per l’artwork della mano di Mavado Charon è stata di sicuro azzeccata. La copertina – non adatta a un pubblico di minorenni e per stomaci forti – mostra una scena à la Hieronymus Bosch in cui una ridda di blackster con tanto di face painting (uno dei tratti più iconici dei musicisti della scena black) dà vita a una fitta fenomenologia di atti sessuali e parafilie. L’arte di Charon si apprezza soprattutto nella versione vinilica dell’album.

Charon, che da anni coltiva un’estetica dell’eccesso, trova infatti la sua massima espressività nelle scene corali, dove in maniera orgiastica viene mostrata senza alcun freno inibitore e alcuna censura una frenesia sessuale che tracima in una violenza gratuita e ripugnante. Charon fa del disgusto arte con un piglio neogotico. È il perfetto erede della tradizione libertina inaugurata dal Marchese de Sade, ma virata in salsa omopornografica

Le idee del divin marchese vengono declinate all’infinito in una continua variazione sul tema che ha come fine l’eccesso edonista. Mavado Charon pone in essere le intuizioni stragiste del marchese in una sequela surrealista che è una liberazione totale da ogni limitazione morale. L’arte di Charon si divincola dalla presa dell’etica per divenire un’interrotta operazione di nullificazione dell’umano. Il Marchese sosteneva che, per sfuggire alle limitazioni imposte da una società ostile al desiderio, l’unica strada percorribile era la distruzione di un essere simile a noi. La distruzione di un oggetto inerte era poca cosa, non era in grado di sublimare il nostro desiderio di nulla. L’oggetto cambia, ma non scompare, e soltanto un essere simile a noi si dissolve nella morte. 

Questo desiderio di nulla si trasforma in Mavado Charon in un’eccitazione continua, sospesa tra un palese onanismo e un grafismo dell’eccesso, in un crescendo senza sosta. Le esili trame servono giusto a dare un canovaccio su cui dispiegare un’eccitazione progressiva. A Dirty (2018), vincitore del Prix de Sade, hanno fatto seguito Whore e Sluts – quest’ultimo pubblicato dall’editore francese A Main Nues nel 2020. Attualmente è al lavoro su Thurd, le cui tavole vengono postate sul suo blog personale. I libri di Charon sono di difficile reperibilità, quasi tutti sold out, nonostante diverse ristampe. L’attenzione di un pubblico trasversale ha reso i suoi libri d’arte dei must have.

Tuttavia, nonostante questa attenzione, l’arte di Mavado Charon resta un prodotto di nicchia che fa inorridire i più: questo miscuglio di omopornografia, sadomasochismo, bondage estremo e horror gore mostra un nervo scoperto. È la rappresentazione visiva della illimitata pulsione umana che travolge ogni confine in una (con)fusione trans-umana. La scelta di Soft Pink Truth di spiattellare in copertina Charon non è solo una semplice profanazione del black metal, ma è un consapevole atto di superamento di ogni forza annichilente del black, mettendo così tra parentesi la sua carica “eversiva”, ma nel contempo fottutamente tradizionalista. 

La continua sciarada carnevalesca del black metal, ormai ridotto a un momento ludico, ha dovuto ripensare se stesso in direzione queer e trascendentale come ha dimostrato Hunter Hunt-Hendrix in un testo apparso una decina di anni fa: Transcendental Black Metal. A vision of Apocalyptic Humanism. Certo, ascoltare un disco della chitarrista americana con i suoi Liturgy è un’esperienza ormai distante da quella del metal iperborea cresciuto a depressione e paganesimo e potrebbe far pensare a quella riemersione del rispetto hipster per il metal di cui ha parlato a più riprese Simon Reynolds, quella “riforma protestante” che aveva reso il metal “adulto” e “condivisibile” nonostante alcuni elementi fortemente divisivi. 

Con la sua interpretazione della KVLT blackster in direzione “omopornografica”, Mavado Charon ha disinnescato attraverso la parodia e l’eccesso uno degli elementi più respingenti e antipatici del genere, consegnandolo così uno spazio di azione e rilettura: è necessario iniziare dai margini, quelli più ruvidi e frastagliati, per poi inoltrarsi verso il centro. Una profanazione necessaria per liberare un genere dai propri limiti autoimposti, con buona pace dei puristi e dei fanatici della filologia.

Leggi tutti gli articoli della rubrica “Margini”

Leggi anche: Metal, fanzine e la galera per un fumetto. La folle storia di Mike Diana

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