Storia di due orologi Marvel e DC

Se ricordate Watchmen, il fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons pubblicato tra il 1986 e il 1987, c’è un orologio. È il Doomsday Clock, l’orologio che non segna l’ora ma indica quanto manca alla fine del mondo provocata dalla guerra fredda. È un orologio simbolico, e secondo me non conta. Di orologi simbolici che attraversano il mondo dei fumetti soprattutto supereroistici americani ce ne sono molti altri. Però due hanno assunto, negli ultimi anni, un ruolo e una visibilità molto maggiore per il grande pubblico.

Sono due orologi con storie e profondità molto diverse, che servono anche come metafore per spiegare una volta di più la differenza che corre tra l’universo cinematico Marvel da un lato e il DC Extended Universe, “l’universo esteso” di DC Comics. I due orologi in questione sono quello del Doctor Strange da un lato (al quale ho già dedicato alcune righe in fondo alla recensione del secondo film del mago) e quello di Diana Prince, alias Wonder Woman, dall’altro (del quale non ho fatto menzione nella recensione). Anzi, del padre di Steve Trevor, per la precisione. E, nonostante siano entrambi oggetti simbolici, necessari alla narrazione delle due storie, sono tuttavia molto diversi per ricchezza e profondità.

Il cipollone di Steve

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La storia non ci ha tramandato il nome del padre di Steve Trevor, che – dalla versione a fumetti pre e post Crisis a quella “semplificata” dei film DC – cambia molto. Parliamo dello Steve Trevor interpretato da Chris Pine nei due film di Wonder Woman (interpretata a sua volta da Gal Gadot). L’orologio compare nel primo assieme a una fotografia su lastra di vetro, con uno scopo molto chiaro: fare da oggetto della memoria.

L’orologio di per sé non esiste come prodotto: è un “prop” creato dagli attrezzisti dello studios che ha prodotto il film. Si tratta però di un orologio storicamente corretto. È un normale orologio da taschino adattato con un cinturino di pelle a orologio da polso, cosa che stava succedendo proprio durante gli anni della Prima guerra mondiale per consentire ai militari in trincea di vedere l’ora più facilmente che non frugando nel panciotto. L’ora era fondamentale perché consentiva l’azione sincronizzata degli eserciti in un conflitto in cui non esistevano le radio portatili e si comunicava con messaggi visivi in codice e ordini portati da messaggeri.

L’orologio è introdotto da un siparietto Diana e Steve quando quest’ultimo sta facendo il bagno nelle vasche sotterranee illuminate dell’isola di Themyscira dove vivono le Amazzoni. Diana, che ha appena visto il suo primo uomo nudo (Steve), indica l’orologio che è stato lasciato sul bordo della vasca, e chiede che cosa sia. Steve spiega:

– È un orologio che ti dice l’ora. Era di mio padre e l’ha dato a me. Ha passato l’inferno con lui e ora con me e ancora ticchetta.
– A che scopo?
– Perché ti dice l’ora. Quando mangiare, dormire, svegliarsi, lavorare.
– Ti fai dire cosa devi fare da quel cosino piccolo?
– Sì.

Da questo dialogo viene fuori la prima interpretazione facile. La critica di Diana, candida e ancora ignara della vita nel mondo degli uomini ma dotata di un compasso morale fortissimo che le fa già capire la contraddizione intrinseca nel mondo moderno. L’orologio come simbolo dell’alienazione.

È una tesi un po’ poverella, ma è parte del messaggio del film: Diana combatte contro il male assoluto del dio Ares, che corrompe gli uomini. Tralascia completamente il ruolo di Steve Trevor, al quale Chris Pine dà una discreta profondità: sempre nella stessa scena il personaggio cita il padre che gli ha regalato l’orologio: «Mio padre una volta mi ha detto: “Se vedi qualcosa che va male nel mondo puoi intervenire o non fare niente”. E con niente ho già tentato». È uno scambio importante perché è questa idea di necessità morale che dà la spinta definitiva a Diana e le fa prendere la spada, lo scudo e l’armatura di Wonder Woman, oltre a partire alla volta del “fronte”.

È implicita nell’orologio una valenza simbolica: è uno strumento ma anche un cimelio, un portafortuna appartenuto al padre di Steve (forse anche lui militare, decisamente imponente nella formazione del figlio, presumibilmente morto) e un ricordo importante. La stessa cosa accade anche a Diana Prince, la donna innamorata di un uomo divenuto puro con il suo sacrificio che non solo l’ha redento e ha salvato il mondo, ma ha dato anche una profondità insuperabile all’amore provata dalla forte ma sentimentalmente ingenua e impreparata Diana Prince.

Non a caso la vecchissima amazzone lavora come esperta di antichità al Louvre di Parigi: oltre a esercitare una presunta competenza (la conoscenza privilegiata perché diretta e temporalmente contestualizzata dei cimeli, oltre al dono delle lingue), Diana vive anche sepolta nei ricordi per proteggersi dal suo dolore che non sa spiegare.

L’amore impossibile, riconoscibile dal pegno d’amore (l’orologio) è anche molto utile dal punto di vista narrativo perché rende l’eroina più sexy dell’universo DC totalmente casta. Già in quanto amazzone non ama particolarmente gli uomini, poi come “giovane vedova di guerra” è lecito che rimanga isolata dal resto dell’umanità e sublimi la sua sessualità nella lotta al male. Una interpretazione del personaggio che sarebbe molto piaciuta al suo creatore, William Moulton Marston.

Il gioiellino di Strange

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Per quanto riguarda il Doctor Strange, come già sapete c’è un oggetto che ricorre nei film del personaggio interpretato ottimamente da Benedict Cumberbatch, che non a caso come mago ha il potere di manipolare il tempo: un orologio da polso costoso perché di alta manifattura.

Lo citavo nella mia recensione all’ultimo film: «Era da tempo che non vedevo un orologio usato così bene come fanno in questo film e nei precedenti con Doctor Strange. Mi riferisco ovviamente all’orologio Jaeger-LeCoultre (JLC) modello Master Ultra Thin Perpetual che è sfasciato (ma ancora ticchetta) sin dal primo film della serie di Strange».

L’orologio compare nel primo film quando Doctor Strange lo indossa prelevandolo dalla sua “scatola del tempo”. All’epoca non ha ancora avuto il suo incidente che gli distrugge le mani, la carriera di chirurgo, l’ambizione narcisista e la volontà di potenza assoluta. L’orologio, che nel secondo film viene mostrato in un ricordo “estratto” durante una passeggiata in una New York alternativa di uno dei vari multiversi attraverso i quali Doctor Strange e America Chavez stanno passando, gli è stato regalato dall’allora fidanzata Christine Palmer.

L’amore di Christine è perduto, bisogna crescere e maturare, bisogna assumersi delle responsabilità. L’orologio dal cristallo spezzato durante l’incidente, che Doctor Strange ha conservato anche in povertà come suo ultimo ricordo di Christine e della sua vita precedente, diventa simbolo non solo dei viaggi nel tempo e della ricchezza, ma anche del desiderio che matura. Alla fine di Multiverso della follia, infatti, Strange sostituisce il vetro dell’orologio (con le sue mani da chirurgo), a simboleggiare una rinata consapevolezza di sé e una maturità finalmente raggiunta.

C’è però un easter egg nascosto in quello specifico orologio, probabilmente mai pensato e mai voluto né dagli autori di Doctor Strange né dagli agenti di Jaeger-LeCoultre. E fa parte della natura stessa dell’orologio. Il Master Ultra Thin Perpetual ha una particolarità tecnica che lo rende straordinario per costruire una interpretazione psicoanalitica dell’impotenza di Stephen Strange.

Infatti, l’orologio è caratterizzato da una complicazione molto ricercata e costosa: il calendario perpetuo annuale. JLC ha costruito un orologio nel quale, oltre al lunario (che torna utile per andare a pescare, ricordate casomai vi capitasse) c’è soprattutto un calendario perpetuo che non deve essere aggiustato. Cioè che è in grado di registrare meccanicamente i mesi di 30, 31 e 28, ma di calcolare anche l’anno bisestile (il febbraio da 29 giorni) in maniera tale che uno si mette l’orologio e poi non deve più regolarlo.

Questo almeno in teoria, perché ci sono due piccole note a pie’ di pagina. La prima è che la regolazione dell’orologio può essere fatta solo in determinati orari, altrimenti i delicati meccanismi interni si inceppano e potenzialmente si rompono. Sul quadrante è segnata una “zona pericolo” che, quando attiva, indica di non toccare le regolazioni. Tanto che le lancette dell’orologio hanno una tacca scavata per consentire di vedere sempre se siamo in fase critica oppure no.

La seconda è quella più importante. L’orologio può essere regolato solo in avanti. Il calendario non si può regolare all’indietro. Gli orologiai di Le Sentier hanno reso la vita molto facile ai fortunati che acquistano questo Jeager-LeCoultre Master Perpetual. Per impostare o correggere il calendario perpetuo, c’è solo un pulsante. Non si può sbagliare. L’unica cosa di cui bisogna fare attenzione, come ho detto, è di non impostare il calendario tra le 20 e le 4 del mattino. Alcuni meccanismi sono già stati messi in moto, ed è meglio non intervenire durante questo periodo.

Inoltre, il piccolo pulsante a ore 8 che si usa per spostare la data (i giorni, i mesi, gli anni e la Luna corrispondono automaticamente) deve essere usato con attenzione. Se lo si preme troppe volte e si avanza oltre la data corrente, c’è poco da fare se non aspettare che la riserva di carica si esaurisca e attendere la data visualizzata. Se si avanza davvero troppo (mesi, forse anni), è necessario farlo riparare da un orologiaio. Questo movimento non ha un pulsante di inversione (alcuni calendari perpetui ce l’hanno), quindi bisogna sempre impostare la data con attenzione.

Questa è la straordinaria ironia dell’orologio scelto per definire l’anima del Doctor Strange. Non solo il cristallo crettato, che poi verrà riparato come simbolo della rinascita di Stephen Strange. Ma anche il calendario perpetuo, la complicazione assoluta per gli orologi da tasca, capace di prevedere il tempo fino al 2100, che però funziona in una sola direzione. Il grande manipolatore del tempo può andare solo avanti, non può in realtà tornare indietro. Se sbaglia, ne paga le conseguenze.

Ci riesce solo con un trucco, con l’inganno, gabbando la morte o scrutando tutti i possibili futuri. Ma l’impossibilità a tornare indietro è in realtà la sua grande debolezza, la sua più grande impotenza è nell’incapacità di un semplicissimo gesto: regolare all’indietro anche solo di un minuto le lancette del suo straordinario, complicatissimo e fragilissimo orologio fisico e metafisico. Un bel paradosso, no?

Numeri irreali

Gli orologi sono oggetti a un tempo simbolici e allo stesso tempo profondamente fisici, meccanici all’infinito. Nell’antica metafora della rivoluzione industriale, il Creatore era stato identificato con il Grande Orologiaio. Nel mondo moderno, che ha fatto scomparire i meccanismi analogici in favore di quelli totalmente digitali, l’orologio ha un valore residuale squisitamente simbolico. Vederlo tirato in ballo in due film di due universi conflittuali fra loro fa pensare a un modo per intuirne le caratteristiche.

DC Comics con l’orologio apre un dialogo all’apparenza banale e storicamente corretto, ma che in realtà disegna personaggi più complessi. Nel modo desaturato di Wonder Woman, però, l’apparente drammaticità degli eventi copre una bidimensionalità delle storie e dei personaggi insuperabile.

Invece Marvel Comics, con la sua maniera pop e incontrollabile, mette in scena con grande serietà dei giocattoli e con grande leggerezza idee molto serie. Nei recessi dell’eroe più genuinamente travagliato, nonostante la messa in scena camp c’è una sofferenza interiore e una impotenza di fondo che come in un frattale compaiono in tutti i dettagli, anche i più minuti. Anche quelli sconosciuti. Con una coerenza invidiabile.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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