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FocusIntervisteJames Tynion IV è lo sceneggiatore del momento

James Tynion IV è lo sceneggiatore del momento

James Tynion IV sarà tra gli ospiti internazionali di Lucca Comics & Games 2022, in collaborazione con la casa editrice Edizioni BD

james tynion intervista fumetti
Particolare da una copertina di “Something Is Killing the Children”, disegni di Werther Dell’Edera

A James Tynion IV scotterà la tastiera da quante serie è occupato a scrivere. Lo sceneggiatore – diventato nome noto grazie alla sua gestione delle serie di DC Comics dedicate alla Justice League e a Batman – ha realizzato negli ultimi tempi titoli di grande successo di pubblico e critica come Something Is Killing the Children, The Department of Truth e The Nice House on the Lake.

È anche uno dei fumettisti coinvolti da Substack in un ambizioso progetto di fumetti pubblicati attraverso le newsletter, per il quale ha ideato serie come Blue Book, The Closet e True Weird. In più, molti suoi fumetti sono stati opzionati dal cinema e dalla televisione. Insomma, James Tynion IV non se ne sta con le mani in mano e non ha per niente voglia di rallentare.

Something Is Killing the Children, disegnato dall’italiano Werther Dell’Edera e pubblicato in Italia da Edizioni BD, è forse il suo successo più flagrante. Fumettologica ne ha parlato con il diretto interessato.

James Tynion IV vive a New York, quando ci sentiamo sono per lui le dieci di mattina e sta sorseggiando quello che sembrerebbe caffè da una tazza. Di Batman, ovviamente.

Something Is Killing the Children
“Something Is Killing the Children”, disegno di Werther Dell’Edera

Sei una persona mattutina?

No, sono un animale notturno. Lavoro fino a tardi molto spesso, quindi questa è l’ora in cui di solito mi sveglio.

Stai lavorando a molti fumetti, quando scrivi riesci a passare da un progetto all’altro con facilità?

Sì, riesco a giostrarmi abbastanza bene. Di solito, divido la giornata lavorativa in due parti: dalla mattina al primo pomeriggio, e poi dal pomeriggio alla sera, così posso dedicarmi a due cose diverse. In uno dei due momenti magari finisco a rispondere alle email tutto il tempo, ma mi ritaglio sempre del tempo per le sceneggiature. Oggi per esempio devo finire un numero di Something is Killing the Children!

Quando scrivi fumetti diversi in contemporanea, ti capita mai di avere un’idea per qualcosa che somiglia troppo all’idea per un altro fumetto?

Mi capitava quando scrivevo fumetti di supereroi. Ed erano sempre le scene d’azione. Mi inventavo una scena d’azione in un numero e poi però provavo a vedere come funzionava su un altro albo che stavo scrivendo nel frattempo, e poi ancora su una terza sceneggiatura che stavo ultimando.

Ora, ognuna delle mie serie, che hanno alcuni elementi di genere in comune (l’atmosfera horror, soprattutto), è strutturata in molto talmente differente che non riesco a riconfigurare le idee da una serie all’altra. Quando ho un’idea, so per certo in quale serie svilupparla.

E quando scrivevi supereroi ti capitava di avere delle idee che pensavi fossero sprecate per quella serie e magari preferivi usarle nei tuoi lavori personali?

Ci sono state un paio di volte in cui è successo, ma di solito cerco di convincermi che avrò un’idea migliore domani. La sceneggiatura che ho di fronte a me in un dato momento è la cosa più importante su cui sto lavorando. Sono il tipo di persona che può avere un’idea di quello che succederà tra dieci numeri, ma se all’improvviso mi viene un’idea migliore per il numero che sto scrivendo – anche se manda all’aria quello che avevo pensato per i numeri successivi – cerco di rendere più interessante il numero che sto scrivendo in quel momento. Mi sembra il modo migliore di approcciarsi alle storie.

È sempre stato così?

All’inizio della mia carriera ero solito tenermi le idee migliori che volevo utilizzare per il futuro. Ma succedeva, specialmente quando lavoravo ai fumetti di DC Comics, che magari facevo un piccolo cambiamento in una storia con l’obiettivo di svilupparlo dopo dieci numeri ma poi la casa editrice cambiava le sue direttive editoriali e all’improvviso mi ritrovavo impossibilitato a dare seguito a quell’idea. Continuavo a sacrificare la qualità di un fumetto presente nella speranza di ottenerne uno migliore in futuro. Una volta che ho smesso di fare così, la qualità del mio lavoro è migliorata, e ho iniziato a raccoglierne i frutti.

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“Something Is Killing the Children”, disegno di Werther Dell’Edera

Del rapporto con gli editor non si parla spesso. In generale, visto che hai lavorato per molti editori, tu come ti interfacci con loro?

La cosa bella è che a questo punto della mia carriera posso scegliermi gli editor. Ora lavoro con editor che stimo, so che si impegnano molto per rendere i miei fumetti i migliori possibili. Nei miei dieci anni da sceneggiatore ho lavorato con tanti editor a cui magari volevo bene umanamente ma che mi mandavano ai pazzi quando si trattava di lavorarci insieme.

È come in qualsiasi situazione dove ci sono delle tensioni con il tuo capo, il lavoro diventa stressante quando credi di avere qualcosa per le mani che darebbe vita a un bel fumetto, ma c’è qualcuno che non crede nella stessa destinazione in cui credi tu. Io so dove sto andando e voglio un editor che mi aiuti a raggiungere la meta, specialmente quando non mi rendo conto che sto andando fuori strada.

Ma nei fumetti di supereroi, dove tutti sono degli appassionati del genere, il problema che si presentava sempre era che… se io avevo un’idea di dove traghettare un personaggio, l’editor – che spesso era uno sceneggiatore mancato – magari ne aveva una diversa e cercava di guidarmi verso la strada che lui o lei avrebbe voluto intraprendere. E lì si andava allo scontro.

Però a volte da questi scontri uscivano idee buone, come nel caso di Punchline, che hai ammesso essere un personaggio inventato solo perché ti avevano proibito di usare Harley Quinn. Questi incidenti felici erano frequenti?

Sì, spesso quando si realizzavano gli albi tie-in di grandi eventi fumettistici. Succedeva che all’improvviso il programma per l’evento subiva una modifica radicale perché i piani alti prendevano una decisione che costringeva me e gli altri autori con cui lavoravo a riscrivere una settimana di fumetti nel giro di una notte prima che andassero in stampa il giorno dopo. È successo soprattutto durante l’evento Dark Nights: Metal, in un periodo in cui combattevamo di continuo contro l’editore.

Ricordo che rimasi alzato tutta la notte per riscrivere una sceneggiatura. Stampai tutte le pagine, le misi per terra e le ricombinai in un modo che avessero senso, per poi riscrivere i dialoghi da cima e fondo. È una cosa che fu molto stressante, la settimana più difficile della mia carriera, ma ora la vedo più come un battesimo di fuoco che mi ha reso uno scrittore migliore perché ti rende capace di ripensare e ricontestualizzare all’improvviso un fumetto che speri sarà apprezzato dai lettori. Alla fine è quella la cosa più importante.

Ora sono molto contento di non dover più fare cose del genere! [ride] Ma ogni volta che un editor ti ingabbia, dover pensare a come liberarti da quella prigionia ti rende uno scrittore migliore, e penso che tutte le tribolazioni vissute in DC nel corso di dieci anni mi abbiano reso lo scrittore che sono oggi.

punchline batman
Punchline, disegno di Mikel Janín

Quel caos decisionale era all’ordine del giorno?

Era molto comune all’epoca, specie prima del 2019. Io non ero nella posizione di potermi imporre quando accadevano casini del genere. Una volta che ho iniziato ad avere successo con le vendite sono stato capace di dire «no, o lo faccio come voglio io o non lo faccio», ma prima di quel momento, dovevo fare quello che dicevano i capi.

Something Is Killing the Children nasce come racconto breve in prosa ai tempi dell’università, ma il titolo ti piaceva troppo e hai cercato di costruirci un fumetto attorno. Nell’incarnazione fumettistica, qual è stata la prima idea o immagine che ti è venuta in mente?

Feci diversi tentativi per trasformare quel titolo in una serie a fumetti e, mi pare attorno al 2014 o 2015, scrissi una versione che aveva come protagonista una giovane detective che si portava sempre dietro un peluche a forma di polpo. Stranamente, quell’elemento rimase in tutte le versioni successive, mentre il resto si trasformò in una bozza che proposi nel 2018. Questa versione partiva invece dall’immagine di una giovane donna seduta in fondo a un bus che gira di paesello in paesello per uccidere mostri.

L’avevo immaginata come una serie con all’interno storie autoconclusive, ogni albo avrebbe dovuto raccontare una storia diversa nello stile della Vertigo degli anni Novanta, dove Erica, il personaggio principale, magari nemmeno compariva. Ma quando iniziai a scrivere il fumetto, questo prese la forma che ha oggi, e poi quando arrivò Werther… lui si inventò la bandana con i denti, e quando vidi quell’elemento grafico iniziai a capire che tipo di fumetto stava nascendo.

Ti è successo spesso che un elemento grafico a cui non avevi pensato diventasse cruciale per il fumetto?

Una volta ero un pianificatore molto più meticoloso, scrivevo la sinossi di 15 numeri tutti in un colpo, ma ora quando progetto una serie nuova voglio prima vedere un po’ di immagini per capire i dettagli del fumetto che deve nascere. Il fumetto migliora moltissimo quando la scrittura è spinta dalla mia reazione ai disegni. Il tono e il ritmo di Something Is Killing the Children sono frutto del lavoro di Werther.

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“Something Is Killing the Children”, disegno di Werther Dell’Edera

Sei sempre stato consapevole che il fumetto è soprattutto un mezzo del disegnatore?

In gioventù ho decisamente sopravvalutato il ruolo dello sceneggiatore. E quando ho smesso di farlo sono diventato uno scrittore migliore. Il momento in cui mi tolgo dai piedi e penso a ciò che renderebbe più bello il fumetto, è quello in cui il fumetto migliora. Se funzionasse di più in forma di romanzo, allora dovrei scrivere un romanzo. Ma ogni idea che ho è un’idea per un fumetto, ed è solo una scusa per contattare un disegnatore e chiedergli se vuole costruire un mondo insieme a me.

Il mondo di Something Is Killing the Children ormai ti è familiare. Dopo tutti questi numeri è più facile scrivere la serie o la fatica è la stessa del primo numero?

A questo punto, è abbastanza facile. Ho una mappa molto approssimativa di dove andrà la storia nei prossimi anni. Mi sento a mio agio quando mi siedo a scrivere ogni numero e posso muovere i pezzi sulla scacchiera molto facilmente.

Sai già come finisce la storia?

Sì. Conosco il finale della serie, o almeno conosco quello che ho in testa al momento. C’è una buona possibilità che quello che verrà pubblicato sarà molto diverso da quello che ho in testa ora. Ma mi dà sicurezza sapere dove siamo diretti. Something Is Killing the Children è nata come miniserie di cinque numeri, poi siamo stati promossi a quindici e una volta superata quella soglia la serie è diventata una testata regolare. Ora però penso che ci fermeremo con il numero 75.

Se non mi sbaglio, Sandman finiva con il numero 75.

Oh, sì. Quello è sempre stato il mio sogno. Quando ho iniziato a scrivere fumetti, tutti mi dicevano che l’era delle serie creator-owned di lungo corso era finita, che non potevi scrivere una serie di 75 numeri. Ma sapevo che i fumetti con cui ero cresciuto e che avevo amato erano tutti fumetti di lungo corso. Così, ogni volta che ho un’idea, è sempre per serie aperte.

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“Something Is Killing the Children”, disegni di Werther Dell’Edera

L’idea delle serie più contenuta, da 12 numeri magari, non ti piace?

La maxiserie da 12 numeri mi sembra un romanzo, un universo chiuso. Ho sempre amato i fumetti che mettevano in scena una storia seriale epica, in cui potevi perderti in strane tangenti. In Y – L’ultimo uomo sulla Terra il lettore passa alcuni numeri a viaggiare con un gruppo di attori, e quelle storie contribuiscono a costruire il mondo del fumetto.

Quando hai una struttura straordinariamente complessa che arriva alla fine e chiude tutte le questioni lasciate in sospeso, secondo me il viaggio diventa meno entusiasmante. Parte del motivo per cui lavoro a così tanti fumetti di lungo corso è perché i fumetti di lungo corso del passato sono quelli che amo di più, e vorrei ricreare quella magia.

Ho letto che, quando eri piccolo, eri soprattutto un lettore di fumetti DC. Cosa te li faceva preferire a quelli Marvel?

Uno dei motivi era, banalmente, la reperibilità. Da piccolo vivevo a Milwaukee, Wisconsin, in un appartamento di fronte a una libreria di una grossa catena, Borders Group, che adesso è fallita. Non c’era una fumetteria in zona, quindi l’unico modo che avevo per leggere fumetti era comprare quelli che c’erano in quella libreria. Per non so quale motivo, nel mercato americano, Marvel Comics ha sempre avuto una pessima politica sulle ristampe. Magari trovavi il volume 7 di una serie e poi il volume 14, ma senza poter ordinare il volume 1.

Invece sugli scaffali trovavi sempre i fumetti Vertigo, tutti i volumi di Sandman, sempre reperibili o riordinabili, le storie classiche di Batman… insomma, finii a leggere quei volumi nel periodo in cui mi stavo formando una cultura fumettistica, dai 10 ai 15 anni circa. E poi a 16 presi la patente e iniziai a frequentare le fumetterie. I fumetti Marvel riuscivo a leggerli grazie a un servizio di abbonamento, che però non funzionava granché bene, a volte si dimenticavano di inviarti un numero.

Comunque, penso che ciò che fece colpo su di me fu la mitologia di DC Comics. Sembrava tutto più magico. Marvel è sempre stata la casa editrice con i piedi per terra, ancorata alla realtà, e forse per quello non riuscivo a perdermici dentro tanto quanto nel mondo DC. L’unica eccezione erano i fumetti della linea Ultimate e quelli degli X-Men, quelli mi hanno sempre affascinato. Ho iniziato ad apprezzare gli altri fumetti Marvel più in là con gli anni. Ora, per esempio, i Fantastici Quattro sono tra i miei personaggi preferiti, ma non credo di aver mai letto un loro albo quando avevo 15 anni.

department of truth james tynion
“The Department of Truth”, disegni di Martin Simmonds

Leggi ancora molti fumetti?

Leggo molti fumetti, da ogni angolo del settore. Ho il nuovo fumetto di Nick Drnaso proprio qui, sto leggendo molti fumetti young adult, roba di supereroi, fumetti horror in bianco e nero, e poi sono sempre alla ricerca di vecchie antologie horror degli anni Ottanta. Penso che i fumetti siano il mezzo di comunicazione più interessante che esista, mi piace guardare i diversi approcci di chi fa fumetto.

Ora sto lavorando un po’ per Hollywood e mi sento molto costretto e limitato, mentre i fumetti sono completamente sfrenati. Puoi fare così tante cose diverse diverse fra loro che non riesco a immaginare di poter abbandonare questo mezzo.

Qual è il fumetto che hai riletto più volte?

Oh, cavolo… [lunga pausa] Credo Kingdom Come. Quello fu uno dei primi fumetti in volume che acquistai quando avevo 12 anni alla libreria Borders. Ho ancora la copia su uno scaffale, ma la copertina è distrutta da quante volte l’ho letto. A parte quello… tantissimi fumetti di Batman.

Avrò letto Il lungo Halloween e Vittoria oscura un milione di volte. E poi Sandman, Planetary e Bone. Cerco di rileggerli almeno ogni due anni perché sono tre dei migliori fumetti mai realizzati da un essere umano. In questo momento sto rileggendo Tom Strong di Alan Moore, c’è tantissima gioia in quelle storie. 

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“The Woods”, disegni di Michael Dialynas

Something Is Killing the Children, The Woods e alcuni altri tuoi lavori condividono l’atmosfera da horror rurale e la giovane età dei personaggi. Questa miscela di ingredienti è una tua passione infantile o l’ha sviluppata più tardi?

Ha molto a che fare con la mia vita. Quando avevo cinque anni la mia famiglia si trasferì da New York a Milwaukee, e all’improvviso mi ritrovai circondato da fitte foreste oscure, per me era una novità e penso di esserne rimasto affascinato molto di più rispetto ai miei compagni di scuola, che erano cresciuti in quelle zone. Il bosco per me era un luogo pauroso ma anche misterioso.

Io poi ero davvero terrorizzato dal genere horror, in qualsiasi forma. Perfino al liceo, se i miei amici una sera si trovavano per guardare The Ring, io preferivo restare a casa. Quando iniziai l’università, invece, mi costrinsi, mosso dalla curiosità, a guardare tutti quei film o a leggere tutti quei romanzi che avevo accuratamente evitato. E mi resi conto che le versioni di quelle storie che mi ero immaginato nella testa erano molto più spaventose delle opere stesse.

E come mai poi ti sei appassionato a quel genere?

I libri e i film che mi piacevano di più erano quelli che riuscivano a raccontare la paura che si ha da bambini, e che io mi ricordo molto vividamente. Due dei libri di Stephen King che preferiscono sono It e Pet Sematary, penso siano anche i più spaventosi, perché la natura umana di quelle storie è davvero molto umana, e vedere succedere cose orribili ai bambini protagonisti…

C’è una forza emotiva che raramente è rappresentata così bene, forse perché c’è un tabù a mettere in pericolo i bambini. Io mi ricordo quella sensazione di paura di quando era piccolo e cerco sempre di immedesimarmi in quel bambino spaventato quando scrivo le mie storie.

Hai definito Something Is Killing the Children «uno studio dell’esperienza di vita dei millennial». Come ti sembra che il mondo dell’intrattenimento abbia raccontato storie delle – e per le – generazioni più recenti?

Penso che molti studi cinematografici e piattaforme di streaming non siano a loro agio a raccontare le esperienze delle generazioni millennial e Z. Parte del motivo è perché l’esperienza di quelle generazioni è molto più deprimente di quanto la gente coi soldi abbia voglia di raccontare.

Al centro di Something Is Killing the Children c’è qualcosa che accomuna entrambe le generazioni: abbiamo perso fiducia nelle istituzioni e siamo ormai consapevoli di quanto quelle istituzioni siano a pezzi. Erica è un personaggio che, nella mia testa, è una mia coetanea, una trentenne. È cresciuta in un mondo in cui lavora con un’organizzazione ideata per aiutare i bambini ma che ormai pensa solo alle proprie politiche interne e a mantenere i propri segreti.

Lei vuole soltanto aiutare i bambini e si ritrova a combattere contro quel sistema che era nato per fare la stessa cosa che voleva fare lei. E ora il sistema sta cercando di ucciderla. Siamo cresciuti con la promessa di cosa il nostro paese sarebbe potuto essere, abbiamo ancora quella promessa in mente, ma le persone al comando non hanno intenzione di mantenere la parola data. Quel tipo di tensione è incredibilmente potente. Ma è una storia che non finisce con “e poi tutte le generazioni andarono d’accordo per sempre”, quindi la gente che tiene i cordoni della borsa non ha interesse a raccontare quelle storie.

“Something Is Killing the Children”, disegni di Werther Dell’Edera

Erica è nata il tuo stesso giorno, si vede nella patente che compare nel terzo numero.

Sì, e poi c’è il ragazzino paffutello di nome James con gli occhiali e la maglietta di Batman… sto solo seguendo le orme di Stephen King. Tutti i personaggi principali dei suoi migliori romanzi sono versioni di King: scrittori emotivamente stitici che sono palesi riflessi dell’autore. Io sto facendo esattamente la stessa cosa.

In una delle tue ultime newsletter scrivevi che non riesci a considerare l’uscita di un tuo fumetto in digitale come la vera uscita di un fumetto. Finché non esce in formato cartaceo è come se non fosse uscito. Perché non siamo ancora riusciti a superare la dimensione fisica del fumetto?

Ci sono fumetti che sono fatti per vivere nello spazio digitale. Io sono cresciuto con la prima ondata di webcomics di fine anni Novanta e ci sono autori che ho scoperto quando andavo alle medie che ancora seguo. Un fumetto come xkcd, per esempio, va letto online, perché è pensato per quello spazio. Ma i fumetti che scrivo io sono pensati per vivere sulla carta. E l’aspetto fisico dei fumetti è molto importante.

Leggo un sacco di fumetti sull’iPad, ma quando voglio davvero immergermi in un fumetto, leggerlo come si deve, ho bisogno di tenerne una copia fisica tra le mani. È quell’aspetto lì a renderli fumetti. Ed è per questo motivo che faccio fumetti: li devo poter tenere in mano. Poi, certo, mi piace cercare nuove forme di distribuzione e nuovi modi di leggere i fumetti, ma i prossimi che farò saranno pubblicati prima in versione cartacea, perché la sensazione di leggere qualcosa per la prima volta come un oggetto fisico completo è insuperabile, secondo me.

Per dedicarti ai tuoi progetti su Substack hai abbandonato Batman. Altri nella tua stessa situazione, come Chip Zdarsky, sono invece attivi su entrambi i fronti. La tua è stata una decisione basata solamente sulle tempistiche di realizzazione o c’erano altre ragioni?

Entrambe le cose. Rispetto ai miei colleghi, scrivo molti più fumetti al mese. Sono un autore molto prolifico. E lavoro su serie regolari come Something Is Killing the Children, Department of Truth, Wynd, Nice House on the Lake… quindi ero in una di quelle situazioni dove aggiungere un lavoro come quello per Substack significava rinunciare a un altro.

L’altra ragione era che lavorare a Batman significa molto di più che lavorare a Batman. Quando gestisci la serie ammiraglia del personaggio sei a tutti gli effetti il capo-autore di un intero parco testate. Devi coordinarti con gli editor e gli sceneggiatori di tutte le altre serie di Batman. Certo, puoi anche sottrarti in alcuni casi, ma a me non è mai piaciuto farlo. Consideravo Batman il mio lavoro principale e lo trattavo come tale. Non potevo farlo diventare una delle tante cose che facevo. La serie è troppo importante sia per DC Comics che per me, e non volevo trasformarla in un secondo lavoro.

In più, stavo scrivendo Batman, in una forma o nell’altra, da dieci anni. Sapevo che non avrei rinnovato il mio contratto in esclusiva con la DC e a quel punto si è trattato anche di… in questo momento i miei fumetti vendono molto bene, quindi se non avessi firmato l’esclusiva, non sarei stato pagato con il compenso a pagina che prendevo prima. E il nuovo compenso era inferiore ai soldi che guadagnavo con i miei fumetti. Sono in una posizione rara, perché questa affermazione sarà vera soltanto per ancora due o tre anni. Per il resto della mia vita, Batman mi farebbe guadagnare molto più dei fumetti creator-owned! [ride]

Aveva più senso che mi concentrassi sui miei progetti, e sono contento di aver preso questa decisione. E poi avevo bisogno di una pausa dai supereroi. Non lo trovavo più stimolante quanto i miei fumetti personali, perciò quando non ho più avuto il bisogno economico di lavorarci ho smesso. Sono fiero dei fumetti che ho realizzato per DC Comics, ma devo vivere per qualche anno nel mio mondo prima di tornare a raccontare storie di supereroi.

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“The Nice House on the Lake”, disegni di Alvaro Martinez Bueno

Credi davvero che questo momento della tua carriera non durerà?

No, lo so per certo che non durerà. Non voglio piangermi addosso, sono stato molto fortunato ad aver avviato tutti questi progetti nello stesso periodo. Di solito ci vogliono due anni per mettere in moto questi fumetti. Something Is Killing the Children, Wynd, The Nice House on the Lake e The Department of Truth erano tutti in lavorazione da molto tempo, e poi l’approdo su Batman mi ha messo sotto i riflettori permettendo ai miei fumetti, che per un’altra fortuita coincidenza considero i migliori che abbia mai scritto, di vendere incredibilmente bene, incontrando il favore del pubblico.

In più, sono usciti proprio nel momento in cui il mercato del collezionismo attorno alle copertine variant ha preso quota, e anche questo mi ha favorito. Tutte queste cose insieme mi hanno portato al successo. Ora, non sono preoccupato del mio futuro da sceneggiatore, ma sono anche coscio del fatto che Jim Lee è ancora Jim Lee ma non vende più come vendeva negli anni Novanta.

So che questa è solo una fase. Sono felice e voglio sfruttarla al massimo. Non mi preoccupa che finisca. Anzi, sono in trepidante attesa per l’arrivo del prossimo grande autore. Ogni volta che il settore punta gli occhi su un nuovo talento è un momento entusiasmante. E sarò felice di parteciparvi senza tutti gli occhi puntati su di me. [ride]

Sono dieci anni che scrivi fumetti. Non so se consideri la storia scritta con Scott Snyder su Batman 8 il tuo primo lavoro…

Sì, certo.

Ecco, ti ricordi cosa provasti quando uscì?

Sì, e quest’anno è successa una cosa che ha chiuso il cerchio. Il giorno che mi arrivò lo scatolone pieno di copie di quell’albo la mia carriera diventò reale. Il fatto che stessi tenendo in mano un fumetto con il mio nome scritto sopra la rese vera. Fu una sensazione travolgente, e mi ricordo di essermi sentito grato nei confronti di tutto ciò che mi aveva portato fino a lì.

In quel momento ero attivo su Tumblr e mandai un messaggio a Neil Gaiman che diceva in pratica «Neil, non so nemmeno se leggerai questo messaggio, ma volevo dirti che mi è arrivata una scatola di fumetti con il mio nome sopra e non sarei qui se non avessi letto i tuoi lavori e mi fossi innamorato del mezzo, e volevo ringraziarti per questo». Mi rispose con una frase di cortesia, tipo «Oh, sono contento», ma per me fu molto importante.

Ecco, alla cerimonia degli Eisner Awards di luglio, sono stato chiamato sul palco per essere premiato come miglior scrittore e a consegnarmi il premio c’era Neil Gaiman. Mi è sembrata la chiusa perfetta per il mio primo decennio da sceneggiatore. Ora devo solo capire cosa farò nei prossimi dieci anni!

E quando ti arriva una scatola del nuovo numero di Something Is Killing the Children, la sensazione è la stessa della prima volta?

Oh, sì. Ogni volta che mi arriva uno scatolone di fumetti con il mio nome sopra, è la sensazione più figa del mondo. Ogni volta che mi arriva una tavola di un mio fumetto per email, sorrido. Adoro questo mestiere. Non c’è nulla che mi dia più gioia che lavorare nei fumetti.

Leggi anche: Orrore rurale e shonen manga: “Something Is Killing the Children”

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