“Licantropus”: più che un film dell’orrore, un orrore di film

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Non è ancora dato di capire come Licantropus si collochi all’interno del Marvel Cinematic Universe. Nonostante i comunicati stampa ne parlino come di un unicum frutto della creatività di Michael Giacchino – compositore musicale di lunga esperienza che evidentemente gode di stima infinita presso gli uffici di Kevin Feige, tanto da esordire come regista proprio con questo mediometraggio targato Disney+ dopo solo un paio di corti – i presupposti per essere la pietra fondante di una nuova deriva della galassia Marvel ci sono tutti.

C’è un attore importante nella parte del protagonista, l’introduzione di non uno ma di ben tre personaggi, l’idea che la vicenda raccontata non finisca lì e tutti gli ingredienti di scrittura che, dal primo Iron Man in avanti, rappresentano il motivo del successo di tutta la baracca.  Peccato che tutta l’operazione sia permeata da una mediocrità e da una confusione sui cui è davvero difficile soprassedere, nonostante il già non eccelso livello delle ultime uscite della Fase 4.

La scelta del bianco e nero e il cartello in apertura esplicitano la volontà di omaggiare L’uomo lupo, leggendario film con Lon Chaney Jr. e Bela Lugosi del 1941 e tassello fondamentale di quelli che saranno ricordati poi come i Mostri della Universal. Per quanto sia pericoloso dedicarsi per l’ennesima volta alla ricostruzione filologicamente perfetta di un filone cinematografico del passato  – ancora tutti ci ricordiamo con orrore la fase grindhouse di Hollywood tra il 2007 e il 2013 – il risultato si sarebbe potuto rivelare comunque un’operazione elegante e raffinata. Si poteva partire dai monster movie statunitensi e finire per richiamare il gotico europeo della Hammer o, per giocare in casa nostra, dei vari maestri Riccardo Freda, Mario Bava o Antonio Margheriti.

Naturalmente le cose non sono andate così, e Giacchino ha scelto di girare un semplice episodio televisivo di una serie fanta-horror con acceso il filtro del bianco e nero (senza dimenticarsi l’inevitabile accenno di colore, a esplicitare l’odiosa essenza postmoderna di tutta l’operazione). Considerando che di Frankenstein Junior c’è ne uno solo – per sottolineare la differenza tra i due film vale la pena ricordare come Mel Brooks girò utilizzando attrezzatura dell’epoca per ottenere un tipo di fotografia identico a quello del Frankenstein di James Whale – il voler richiamare alla lettera un filone cinematografico ormai prossimo al secolo di anzianità per reinterpretarlo con il consueto filtro accondiscendente delle produzioni Marvel sarebbe stato comunque pericolosamente prossimo al kitsch. Il volersene distaccare non è quindi per forza un male, sebbene richiamarlo in senso esplicito già in apertura indica allo spettatore almeno l’intenzione di volerci costruire una qualche forma di ragionamento.

Bastano pochissimi istanti per rendersi conto che questo non succederà mai. La chiave di volta per capire il fallimento di Licantropus la si trova quando si capisce che a essere omaggiati non sono i vari Tod Browning o Jacques Tourneur, ma i loro epigoni moderni come Guillermo del Toro (tutto il setting della sala dove si incontrano i cacciatori è una versione del discount delle sue wunderkammer) o Sam Raimi (soprattutto nell’utilizzo della colonna sonora). In altre parole Licantropus è la versione filtrata di una versione filtrata degli horror degli anni Trenta e Quaranta

Eppure non tutto è da buttare. Qualche inspiegabile finezza è sopravvissuta al tritacarne dell’apparato produttivo Disney. Tutto il dedalo in cui avviene la caccia al mostro nella seconda parte del mediometraggio richiama in maniera fedele l’architettura di Los Angeles della prima metà del secolo, quella del grande revival del movimento coloniale spagnolo che viene puntualmente ripreso in ogni film sugli anni d’oro degli studios. Oltre a restituire un’atmosfera surreale e sopra le righe, conferma che gli spunti per una riflessione sul cinema dei mostri delle origini probabilmente c’erano. Peccato siano stati diluiti in un beverone annacquato composto da brutti effetti digitali, faccioni di creature che paiono presi da qualche attrazione di Disney World e le consuete concessioni alla commedia rassicurante dei Marvel movie.

Il livello di confusione è davvero allarmante, così si pensa di girare un film in bianco e nero in architetture d’epoca senza prendersi la briga di studiare un design delle divise del servizio d’ordine che dissimuli un minimo l’ambientazione contemporanea della vicenda. Lo stesso licantropo, dopo averci messo in allerta in maniera a dir poco didascalica per la sua natura ferale e incontrollabile, affronta i nemici combattendo con l’efficienza di un artista marziale. Non c’è nulla di animalesco nel suo comportamento, e infatti non avvertiamo la minima tensione. Al massimo si rimane storditi per l’imbarazzo di seconda mano della scena in cui Gael García Bernal annusa Laura Donnelly. 

Apprezzabile la scelta di ricorrere a un make-up fisico e non alla più scontata CGI, ma per certe scelte occorrono le maestranze e l’occhio da regista giusti. Altrimenti è solo una carnevalata e le vette folli di John Landis e Rick Baker rimangono un miraggio irraggiungibile. Licantropus è un prodotto minuscolo, nato probabilmente da una buona idea ma che ha trovato la sua forma finale in un mediometraggio per lo streaming con le gambe cortissime. Il fatto che al momento in cui scrivo abbia una media del 92% su Rotten Tomatoes e che in linea di massima paia soddisfare gran parte del pubblico dimostra per l’ennesima volta come ormai le piattaforme stiano riuscendo a omologare in maniera drammatica il gusto verso il basso.

Il flusso cinematografico della Marvel è ormai talmente uniforme che bastano un cartello in apertura con una font desueta, qualche trovata moderatamente macabra e una fotografia filtrata per sentirsi soddisfatti. Basterebbe invece la scenetta anticlimatica in chiusura – Man-Thing che passa dal suo tormentone «Chiunque conosca la paura brucia al tocco dell’Uomo Cosa» a chiedere di mangiare sushi – per capire come la forbice dell’autorialità si stia chiudendo sempre più

Quando un omaggio al cinema degli anni Trenta finisce per avere lo stesso umorismo delle picaresche scorribande di un gruppo di disadattati spaziali o dell’epopea esistenziale di una razza di semidivinità cosmiche, allora diventa evidente che la scelta di buttare ogni forma di varietà alle ortiche è voluta e consapevole. E in Licantropus il risultato di tale scelta è che da un‘operazione con l’ambizione di voler fare il paio all’Ed Wood di Tim Burton per classe ed eleganza si è passati all’Ed Wood vero e proprio.

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