“The Bear” è una delle migliori serie tv dell’anno

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Prendete un po’ di Martin Scorsese degli anni Settanta/Ottanta e fatelo rosolare a fuoco lento. Aggiungete un pizzico di Chef’s Table e una spolverata di Ratatouille. Aggiungete una scrittura straordinaria, un manipolo di attori in grado di dare spessore ai personaggi come succede di rado, una fotografia urbana e un montaggio frenetico. Fate andare a fiamma vivace. Molto vivace. Otterrete una serie capace di stupire, di alternare sospensione e isteria visiva, una serie ricca, frenetica, coinvolgente. Otterrete The Bear, serie giunta in Italia su Disney+ che sta facendo parlare molto bene di sé e che vale proprio la pena vedere. 

The Bear racconta la storia di Carmen “Carmy” Berzatto (Jeremy Allen White), che, dopo il suicidio del fratello, riceve in eredità il ristorante di famiglia praticamente allo sbando. Carmy è uno chef di alto livello, che a soli 21 anni ha vinto uno dei principali premi culinari e ha lavorato per alcuni dei ristoranti più quotati al mondo. Ritrovarsi a Chicago a gestire il The Original Beef of Chicagoland del fratello potrebbe sembrare una sfida alla portata. E invece è un incubo. L’attività è piena di debiti, la cucina offerta è lontana anni luce da quella a cui Carmy era abituato. La gente che ci lavora ha problemi, sogni, inquietudini. Soprattutto il cugino Richie (Ebon Boss-Bachrach), che era un grande amico del fratello di Carmy. Ma l’arrivo di Sydney (Ayo Edebiri) potrebbe cambiare le cose.

Quella culinaria è una dimensione che ha trovato, negli ultimi anni, terreno fertile per numerosi titoli e/o format televisivi, aprendo una finestra su un mondo poco conosciuto, talvolta idealizzato, di rado raccontato per come è veramente. Si va dai classici MasterChef o Hell’s Kitchen a documentari più ricercati come Chef’s table. The Bear, però, è qualcosa di completamente diverso. È legato dal punto di vista visivo e narrativo all’immaginario urbano dei film di Scorsese (da Mean Streets a Taxi Driver, passando per Fuori orario), di Paul Schrader (Hardcore) o del William Friedkin più poliziesco, quello di Vivere e morire a Los Angeles e Il braccio violento della legge

The Bear opta per un ritmo solo apparentemente frenetico, ma che in realtà ha la struttura del jazz: improvvisato, passa agevolmente dalla sospensione al caos assoluto, il tutto sostenuto da una regia e da una scelta musicale sempre funzionali, che sorreggono l’intera operazione senza mai emergere in una forma prepotente. La forma è molto, in The Bear, in questo suo modo di raccontare la follia di certi ambienti di lavoro ma anche, come in questo caso, l’amore per essi. La cucina è un ideale, un concetto puro che tutti i personaggi aspirano a fare proprio. Ma la cucina sembra essere anche il luogo migliore per raccontare le stratificazioni esistenziali dei personaggi che la popolano.

Ecco perché The Bear è quasi prevalentemente ambientata dentro la cucina del ristorante, con i rari esterni di Chicago a dare un contesto. La cucina, intesa come set e come idea, è assoluta. È quel posto in cui tutto si distrugge, è portato al parossismo, per poi annullarsi di fronte all’affetto, all’amore, alla voglia di sopravvivere in una società spietata, che vive di estremi, che vibra di dolore ed empatia. Per ottenere questo grado di complessità senza rinunciare al coinvolgimento emotivo e all’intrattenimento, The Bear eccelle non solo da un punto di vista visivo, ma soprattutto in altri due elementi. 

Uno, come si diceva, è la scrittura, che ci restituisce una profondità di situazioni – fra tragedia, drammaticità e humor – e il retroterra narrativo dei personaggi senza mai esplicitarlo ma solo facendolo emergere con le interpretazioni, con i dettagli, con gli accenni. Siamo catapultati in un mondo frenetico e folle, non conosciamo nulla e nessuno, eppure in poco tempo comprendiamo quali siano i motivi che muovono i personaggi.

L’altro elemento, in qualche modo collegato al primo, è la bravura del corpo attoriale. Tutti gli attori coinvolti sono eccezionali. Spicca, fra tutti, un Jeremy Allen White (già visto in Shameless) consumato, sconvolto, imprevedibile eppure intenzionato ad affrontare il dolore senza farsi sopraffare dalla vita. Lui è il cuore di The Bear, ma non è il solo: anche Richie, interpretato Ebon Boss-Bachrach, dietro la facciata di uno stereotipato italoamericano che fa della violenza fisica e verbale l’unico strumento di comunicazione, nasconde un universo di tragedia e sofferenza che trova nel ristorante una cura al suo dolore.

Funziona, inoltre, la scelta di comporre la serie di soli otto episodi, quasi tutti brevi (mezz’ora) o brevissimi (venti minuti): un minutaggio lontano dalle mode più recenti (si veda Stranger Things), ma che premia il ritmo e la coerenza narrativa. The Bear sceglie di allontanarsi dalla serialità televisiva facile e con poco coraggio. Lo fa trasformandosi in uno schiaffo violento allo spettatore, che, come in un incontro di pugilato, si ritrova frastornato eppure magnetizzato da una storia che mette in scena la vita e tutto il suo incomprensibile fascino.

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