“Il drago di mio padre” e il grande fascino dell’animazione in 2D

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Il lavoro di Cartoon Saloon, studio di animazione con sede a Kilkenny, in Irlanda, è encomiabile, perché coniuga un gusto estetico riconoscibile – grazie a un character design particolare – all’uso di sfondi curati e perfettamente integrati non solo nella dimensione visuale ma nella storia stessa. Ma anche per il suo persistere con quella che, per alcuni studi di produzione, sembrerebbe essere una scelta desueta, ossia quella di realizzare animazione in 2D. 

Su Netflix è ora disponibile Il drago di mio padre (in originale My Father’s Dragon), nuova opera targata Cartoon Saloon ed ennesima conferma di quanto questo studio sia da annoverare tra i più importanti del panorama contemporaneo. È la storia di Elmer, che, in seguito alla chiusura del negozio della madre a causa della recessione economica, è costretto ad abbandonare il luogo in cui è cresciuto per trasferirsi nella grigia, piovosa e caotica città Nevergreen (nomen omen). 

Qui si rende conto della tragica situazione economica in cui versa la madre e, in un momento di sconforto, fugge via, aiutato da una gatta parlante. Si ritroverà, suo malgrado, sull’isola di nome Selvaggia, che sta affondando. È qui che farà la conoscenza di Boris, un goffo drago destinato a cambiargli la vita.

Diretto da Nora Twomey – già regista, sempre per Cartoon Saloon, del candidato al premio Oscar I racconti di Parvana – The Breadwinner (2017) – Il drago di mio padre è tratto dall’omonimo classico della letteratura per ragazzi scritto da Ruth Stiles Gannett, dal quale, però, prende le dovute distanze. La scelta di ambientare la storia in un presente in cui la crisi economica è tragicamente presente porta il livello di Il drago di mio padre su un piano socio-politico che forse mancava al libro originale. Ma è proprio questa capacità di muoversi su territori distanti senza mai perdere un briciolo di coerenza, compattezza narrativa e tensione poetica e drammatica a rendere il film della Twomey un ottimo lavoro. 

Il drago di mio padre è un film che chiaramente si rivolge ai più piccoli. Ciononostante, riesce a dialogare anche con i più grandi e a non risultare pesante né eccessivamente pendente sul piano drammatico, lavorando su una sceneggiatura che alterna sequenze toccanti, poesia e momenti divertenti.

Il film è una metafora forse fin troppo evidente sul prendere in mano la propria esistenza nonostante le difficoltà. L’idea dell’isola che affonda non può che collegarsi alla situazione drammatica che tanti, nel mondo, vivono ma che nell’economia della storia si riferisce al caso specifico di Elmer, il quale dovrà trovare il coraggio di reagire, accettare il grigio della vita ed esaltare invece i momenti colorati. Perché la vita è fatta di alternanza emozionale, di momenti difficili e altri indimenticabili, e sta al singolo trovare la forza per reagire alle avversità.

Sul piano visivo, Il drago di mio padre eccelle in virtù della scelta di un’animazione classica, bidimensionale, che esplode in un profluvio di colori e sequenze dall’alto tasso poetico ed emozionale, restituendo all’occhio una bellezza tipica del lavoro di Cartoon Saloon, ma che è anche la conferma di quanto l’animazione 2D abbia ancora un fascino imbattibile. E questa riflessione emerge in un momento in cui, al contrario, l’animazione 3D vira prepotentemente verso un fotorealismo sempre più preciso e straordinario, ma che toglie poesia all’immagine e, forse, al senso stesso dell’animazione. 

L’approccio di Cartoon Saloon, figlio soprattutto dell’idea di storie e di animazione di Tomm Moore (il regista della trilogia del folkore irlandese composta da The Secret of Kells, La canzone del mare e Wolfwolkers), si ricollega a suo modo a quella dello Studio Ghibli: entrambi gli studi generano storie in perfetto equilibrio tra poesia visiva e coinvolgimento emozionale, con una profonda tensione verso l’impianto educativo. Ben vengano, dunque, opere come Il drago di mio padre. Ben venga il lavoro poetico e affascinante di Cartoon Saloon.

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