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RecensioniNovitàZerocalcare racconta il dramma sepolto sotto il nostro ridicolo immaginario

Zerocalcare racconta il dramma sepolto sotto il nostro ridicolo immaginario

no sleep till shengal zerocalcare recensione

Dominatore delle classifiche di vendita, salvatore della patria letteraria italica, l’ormai quasi quarantenne Michele Rech in arte Zerocalcare è tornato in Medio Oriente, in uno scenario non molto distante dai luoghi che aveva già raccontato in Kobane Calling. Nel suo nuovo graphic novel, intitolato No Sleep Till Shengal, il fumettista pone sotto i riflettori la vicenda di un popolo dimenticato, gli Ezidi (così chiamati in lingua curda, Yazidi in arabo), stanziati nel nord dell’Iraq, sopravvissuti al genocidio dell’ISIS e decisi dunque a tentare un’esperienza di autogoverno democratico come i loro confratelli Curdi. Per questo motivo, gli Ezidi sono sottoposti alle minacce dei vicini (il Kurdistan Iracheno, alleato alla Turchia di Erdogan), che vorrebbero riprendere il controllo di quelle terre. 

Zerocalcare ha deciso dunque di raccontare la loro eroica resistenza ed è partito per un viaggio che si è rivelato meno semplice del previsto, all’interno del territorio frammentato dell’Iraq post-Saddam Hussein, tra le minacce di piccoli capi locali che impongono le proprie regole e difendono interessi poco chiari e le lunghe attese per presentare documenti e ricevere le autorizzazioni necessarie a continuare il percorso. 

Tutta la prima parte di No Sleep Till Shengal è in effetti il tentativo di Zerocalcare e del suo gruppo di giungere all’agognata destinazione, con l’alternanza di momenti di reale terrore (come quello descritto nella copertina) ad altri di sfibrante – e, a tratti, comicissima – stasi. La seconda parte lascia invece la parola agli Ezidi, i veri protagonisti di questa storia: figure degne di rispetto e provate da immani tragedie, come le donne sopravvissute al massacro dell’ISIS che hanno deciso di imbracciare un’arma per difendersi da sole, gli anziani che non vogliono cedere sovranità a un Governo che li ha abbandonati, i giovani idealisti che aspirano a una società più aperta e democratica. 

Nel racconto di questo viaggio complicato si svela quello che si potrebbe identificare come uno dei nuclei tematici della poetica di Zerocalcare: la compresenza, apparentemente contraddittoria, tra momenti di riso e di dramma. La rilevanza del tema affrontato e dello spazio narrato si pone in netto contrasto con il punto di vista della narrazione, che rimane sempre quello tipico dell’autore romano, con il suo immaginario consolidato, le sue note formule linguistiche, le sue ansie esasperate. Ma questo contrasto è solo apparente, o meglio trova un equilibrio nello stile del racconto, e diventa quindi una riflessione sull’immaginario di noi lettori, abituati a un palinsesto personale variegato e superficiale. 

Così, durante la narrazione, le vicende dell’ISIS sono equiparate a un’ipotetica stagione de L’isola dei famosi e condividono lo stesso spazio del pupazzo Uan, di Morgan e di Bugo; i miliziani dell’esercito mostrano la stessa capigliatura dei componenti degli One Direction; e una vecchia spia irachena che si unisce forzosamente al convoglio ha la stessa identica faccia dell’attore Giancarlo Giannini: si accumula una serie di osservazioni e dettagli che suonano tanto stridenti in quel contesto drammatico quanto perfettamente allineati al nostro punto di vista di fruitori dei mezzi e consumatori occidentali, al nostro immaginario televisivo colmo di frivoli cliché e vacui tormentoni, alle nostre provincialissime e banalissime abitudini. 

Zerocalcare, con la sua esibita superficialità, con la sua (apparentemente) irrisolta difficoltà a entrare nell’età adulta, rispecchia lo stato dei suoi lettori inermi di fronte a una realtà sempre più confusa con l’immaginario. Dietro le facili e gratuite battute in romanesco dell’Armadillo, Zerocalcare non rinuncia a ragionare in modo serioso sul mondo contemporaneo e sulle sue contraddizioni. Lo aveva già chiarito nella storia breve Strati apparsa su L’Essenziale: il “fatto” è qualcosa di inconoscibile, tutto ciò che possiamo fare per raccontarlo è levargli tutti quegli strati che il nostro stereotipato immaginario gli ha posato sopra. 

Di nuovo, in No Sleep Till Shengal, l’autore sente il bisogno di guardare in faccia i protagonisti della storia che vuole raccontare, prima di trasformarli in disegni. Ha bisogno di ascoltare la loro voce, prima che la sua stessa voce – come accadeva nella serie tv Strappare lungo i bordi – prenda il loro posto nel racconto. Come se, per contrastare la superficialità egoriferita, ci si debba affidare all’importanza del tema, a una realtà più reale. E non c’è niente di più reale di una guerra.

Nella sua volontà di capire, di cogliere il fatto, si rispecchia la nostra incapacità a riconoscere il reale, quel senso di colpa che ridefinisce il significato della storia, che ci fa ridere quando usiamo il termine “rivoluzionari”. Nel nostro immaginario, il concetto di rivoluzione è ormai diventato la parodia di se stesso, un termine adatto più alla fiction che alla realtà. Sogniamo rivoluzioni altrove, oltre la nostra serialità televisiva e la nostra ironia da social network. Così, non stupisce che, mentre un leader degli Ezidi rievoca l’accordo di Shengal del 2020, con il quale il Kurdistan Iracheno e Bagdad sancirono la necessità di sciogliere l’autonomia della regione, alla sua domanda retorica: «Sapete chi non è stato consultato?», l’Armadillo non possa che rispondere nel modo più scontato e inevitabile: «Stocazzo»

Il tono del discorso precipita per poi risalire di nuovo, il dramma viene continuamente riportato alla concreta realtà dei suoi lettori. Proprio come accade davvero a ognuno di noi mentre pranza di fronte al telegiornale, partecipando per pochi secondi al giorno ai drammi del mondo e un attimo dopo venendo già catturati dalle luci irresistibili di una nuova pubblicità, abituati come siamo fin dalla nascita a far convivere le nostre ansie e i nostri sensi di colpa con le nostre piccole tragedie quotidiane e i nostri sciocchi, imprescindibili desideri. Così, negli sguardi delle giovani soldatesse ezide convivono la determinazione di chi non vuole più subire ingiustizie, ma anche la spensieratezza della gioventù, con le sue frivolezze e le sue risate. 

Ecco, Zerocalcare esprime questa apparente contraddizione attraverso se stesso, innanzitutto. Personaggio e autore insieme, disegnatore e disegnetto da dedicare, Hugo Pratt e Corto Maltese nella stessa vignetta, ma anche Paolo Villaggio e Ugo Fantozzi nella stessa tragica routine, al contempo superficiale e profondo come spesso è la vita, Michele Rech-Zerocalcare continua a farci ridere di noi stessi, delle nostre debolezze, dei nostri goffi tentativi di cercare un senso: di cercare la verità del fatto, oltre la nostra narcisistica voce. Uno Shengal che non vuole arrendersi, eroico spazio sepolto sotto gli strati del nostro ridicolo tempo immaginario.

No Sleep Till Shengal
di Zerocalcare
Bao Publishing, ottobre 2022
cartonato, 208 pp., B/N
23,00 € (acquista online)

Leggi anche: Zerocalcare ha rotto TikTok

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