Il cartone dei Peanuts voluto da Coca-Cola che è diventato un classico delle feste

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Ci sono tre tizi in una stanza: un fumettista, un documentarista e un animatore. Stanno cercando di trovare delle idee per un progetto televisivo. Sembra una barzelletta, ma per la battuta bisogna aspettare la fine. I tre sono Charles Schulz, autore della striscia Peanuts, il produttore Bill Mendelson e il regista Bill Melendez, le menti dietro a A Charlie Brown Christmas, uno special animato natalizio andato in onda per la prima volta nel 1965 e diventato un classico delle feste.

«Natale sta arrivando ma non mi sento felice» era la battuta d’esordio di Charlie Brown. Per essere uno special animato natalizio per bambini, non era certo un inizio convenzionale. D’altronde, nulla nei Peanuts lo era mai stato, e A Charlie Brown Christmas non faceva eccezione. Nello speciale, Charlie Brown ammette di sentirsi molto triste nonostante il periodo natalizio incombente. Lucy gli suggerisce di dirigere la recita natalizia per coinvolgerlo in un’attività festosa. Il bimbo accetta, ma durante le prove scopre che il cast ha preparato uno spettacolo moderno e poco natalizio. Parte allora alla ricerca di un albero di Natale da mettere sul palco, ma, tra i tanti alberi di alluminio riccamente addobbati, l’unico adatto gli sembra un alberello spelacchiato. Quando torna, Lucy e gli altri deridono la sua scelta.

Affranto, Charlie Brown si chiede quale sia il vero significato del Natale. In tutta risposta, Linus recita l’Annuncio ai pastori. Rendendosi conto che non deve lasciare che il commercio e le apparenze rovinino il suo Natale, Charlie Brown porta l’albero a casa per decorarlo e mostrare agli altri che funzionerà nello spettacolo. Si ferma alla cuccia di Snoopy e appende una grande palla di Natale rossa al suo albero. Il peso dell’ornamento fa piegare a terra l’alberello. Gli altri, capendo di essere stati troppo duri con Charlie Brown, lo rincuorano decorando l’albero con delle luci e iniziano a cantare Hark! The Herald Angels Sing.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, la striscia dei Peanuts era diventata una vera e propria moda, un fenomeno culturale che aveva pochi precedenti. Stupito dal segno indelebile che l’opera stava incidendo sull’immaginario collettivo, all’inizio degli anni Sessanta il produttore televisivo e documentarista Lee Mendelson contattò Schulz per realizzare un documentario su lui e il suo fumetto. Da appassionato di baseball, Schulz conosceva Mendelson per via del documentario dedicato al giocatore Willie Mays, A Man Named Mays, e accettò di incontrarlo. Si accordarono per realizzare un documentario che sarebbe poi diventato A Boy Named Charlie Brown. Nel documentario, Mendelson alterna riprese della vita di Schulz con spezzoni animati dei Peanuts. Per realizzare le animazioni, il regista aveva chiamato, su suggerimento di Schulz, Bill Melendez.

Jose Cuauhtemoc (detto “Bill” perché i colleghi avevano difficoltà a pronunciare il nome Cuauhtemoc) Melendez aveva iniziato la propria carriera nel 1939, lavorando per i Walt Disney Studios a film come Pinocchio, Fantasia, Bambi e Dumbo e per gli studi d’animazione della Warner Bros. Nel 1948, Melendez si era unito agli UPA Studio, uno studio con un approccio moderno e innovativo all’animazione. Dove Disney era classica, romantica nel disegno e realistica nel colore, UPA abbracciava gli stili contemporanei proponendo forme squadrate, segno minimalista, colori piatti e ispirati all’arte astratta. Se Walt Disney guardava ai pittori romantici, i disegnatori di UPA traevano spunto da Picasso, Matisse e Mirò. Le animazioni erano meno ricche di movimenti e più limitate, per mancanza di budget faraonici come quelli di Disney, ma proprio attraverso la stilizzazione nacque una cifra stilistica rimasta nella Storia dell’animazione.

Melendez aveva conosciuto Schulz all’inizio degli anni Sessanta. La Ford aveva chiesto al fumettista di utilizzare i personaggi per una pubblicità di una loro automobile, il modello Ford Falcon. Schulz aveva accettato perché «l’unica auto che abbia mai guidato è una Ford». Ad animare lo spot era stato chiamato Melendez, con cui Schulz aveva stretto un rapporto di amicizia anche grazie alla capacità di Melendez di adattare così bene i personaggi per l’animazione.

Una volta completato A Boy Named Charlie Brown, Mendelson non fu però in grado di trovare un distributore, e il documentario rimase nel cassetto per alcuni anni. Nell’aprile 1964 la rivista Time dedicò la copertina ai Peanuts, dando un’ulteriore slancio alla popolarità della striscia. Dopo poche settimane, Mendelson ricevette la telefonata di John Allen della McCann Erickson Agency, che gli chiese se lui e Schulz erano interessati a produrre uno speciale televisivo natalizio per conto di Coca-Cola. «Però c’è una cattiva notizia» disse Allen, mentre Mendelson dall’altro capo della cornetta guardava il calendario segnare mercoledì. «Dovreste consegnare un soggetto per lunedì.»

Il produttore e Schulz iniziarono immediatamente a discutere della storia: il fumettista voleva parlare del significato del Natale, voleva che ci fossero tante scene in mezzo alla neve, sulle piste da pattinaggio, con musica jazz mischiata ai canti tradizionali e una recita di Natale in cui veniva letto un passo della Bibbia (recuperando un’idea apparsa sulle strisce nel 1959). «Le sue idee scorrevano come un fiume in piena» ricorda Mendelson nel libro A Charlie Brown Christmas: The Making of a Tradition. Alla fine della giornata, i due avevano un soggetto completo da spedire ad Atlanta, al quartier generale di Coca-Cola. Ottennero luce verde, a una condizione: il cortometraggio doveva essere pronto per il dicembre di quell’anno, dando quindi alla produzione solo sei mesi per completarlo.

Fu così coinvolto Mendelez, il quale assicurò che avrebbero rispettato le scadenze, a patto di realizzare un cortometraggio di mezz’ora (pubblicità inclusa), invece che uno speciale da sessanta minuti come era stato richiesto. Era una questione di tempo ma anche di formato: un’ora di animazione sugli schermi degli apparecchi degli anni Sessanta avrebbe messo a dura prova gli occhi degli spettatori. «Sei mesi non era un tempo folle» avrebbe ricordato poi Mendelez. «Anzi, quando iniziammo davvero la produzione ci restavano solo quattro mesi. Ma per un cartone di mezz’ora andava ancora bene.» A comporre le musiche fu chiamato Vince Guaraldi, anch’egli già nome noto: aveva infatti musicato il documentario A Boy Named Charlie Brown, il cui tema Linus and Lucy sarebbe stato riutilizzato nel cartone.

I tre iniziarono a sviscerare il soggetto, aggiungendo dettagli e chiarendo le idee soltanto abbozzate in precedenza. Il segmento riguardante l’albero fu un’idea di Mendelson, che si ispirò a L’abete, fiaba di Hans Christian Andersen in cui un albero d’abete ansioso di crescere non riesce mai ad apprezzare le piccole cose del presente. Era una storia che Mendelson e la moglie leggevano ai figli in quel periodo. Si decise che Snoopy, personaggio di cui nella striscia si possono leggere i pensieri, si sarebbe espresso attraverso la pantomima, «come un Harpo Marx in versione cane». Mendelson e Melendez tentarono di convincere Schulz a togliere la scena in cui Linus legge un passo della Bibbia. La religione era un tema delicato, e la gran parte degli speciali natalizi evitava di affrontare l’argomento, ma Schulz, molto religioso, fu irremovibile sul punto e costruì la storia affinché la lettura di Linus rappresentasse il climax della storia.

Anche se, come già detto, esistevano un paio di precedenti, il gruppo di lavoro dovette reinventare i Peanuts per l’animazione, come si muovevano, come parlavano e come suonavano, e mantenere lo stile visivo della striscia e la sua grammatica. Melendez riuscì a mantenere l’aspetto bidimensionale dei personaggi e a farlo funzionare in un mondo in cui non era possibile staccare da una posa all’altra senza far vedere il movimento nel mezzo. Come si passa da una visuale di profilo di Charlie Brown a una frontale? Come si disegna quel ciuffo di capelli che da davanti sembra una matassa arruffata e di lato diventa un solo, discreto, capello? E i balli scatenati di Snoopy come si animano? Sono tutte domande a cui Melendez rispose con semplicità ed economia del segno. «Disegnare i personaggi di Schulz necessita di un talento unico» disse l’animatore Deal Baer, che lavorò ad alcuni progetti dei Peanuts. «Molti non lo direbbero, ma prova a farglieli disegnare e vedrai. Ti sembra di non saper disegnare un accidenti quando lavori su quei personaggi.»

Oltre ai personaggi, era l’estetica di questo progetto a colpire. Nello stile che aveva assorbito dal suo periodo in UPA, ma innestato con il segno schulziano, Melendez utilizzò sfondi piatti, colori astratti (gli alberi di Natale rosa, gli sfondi che cambiano colori in base all’emozione della scena) e forme squadrate, semplici e bambinesche. Era, in poche parole, un regista con una voce personale che emergeva in ogni aspetto delle sue opere. «Melendez aveva un ritmo tutto suo» avrebbe commentato David Silverman, regista de I Simpson – Il film. «Andava a un passo misurato e conteneva elementi inaspettati. Era come il jazz, con una forma molto libera.»

Melendez non aveva dimestichezza con i budget e chiese un consiglio a William Hanna, dello studio Hanna-Barbera, che però non volle rivelare i costi delle loro produzioni. Quindi chiese una cifra approssimativa, ovvero 76.000 dollari (corrispondenti a 660.000 dollari di oggi), finendo per sforare di 20.000 e rimettendoci di tasca propria. Nel 2001, Mendelson calcolò che A Charlie Brown Christmas aveva fruttato ai tre più di cinque milioni di dollari.

A Charlie Brown Christmas fu voluto da Coca-Cola, ma se uno spettatore guarda il cortometraggio oggi non vedrà segno di tale sponsorizzazione. In realtà, nella prima messa in onda erano presenti in apertura e chiusura due riferimenti alla bevanda. All’inizio, quando il gruppo di bambini (con Snoopy) pattina sul ghiaccio, vediamo Charlie Brown finire contro un albero – scena che si conclude con i titoli di testa del cortometraggio. Nella prima messa in onda, Linus si scontrava contro un’insegna della Coca-Cola. Nel finale, invece, mentre i bambini cantavano Hark! The Herald Angels Sing, una voce narrante augurava «buon Natale dal vostro stabilimento locale di Coca-Cola».

I riferimenti a Coca-Cola furono tolti per due motivi: il primo era che, dopo il buon riscontro dello speciale, l’azienda di dolci Dolly Madison firmò un accordo per comparire nelle successive produzioni dei Peanuts, sempre insieme a Coca-Cola, ma pretese che i riferimenti in A Charlie Brown Christmas venissero eliminati. Queste pubblicità, e quelle della Dolly Madison, avrebbero comunque avuto vita breve, perché la commissione federale per le comunicazioni vietò la presenza di pubblicità interne al programma.

Contro ogni aspettativa, A Charlie Brown Christmas fu un successo di pubblico e critica. Trasmesso il 9 dicembre 1965, registrò 15 milioni di spettatori, fu accolto da un tripudio di recensioni positive e ottenne numerosi riconoscimenti. Diventò da subito un classico dell’animazione, e ogni suo elemento ha oggi assunto connotati iconici, dalle animazioni alle musiche. Contribuì perfino a far andare fuori moda gli alberi di Natale di alluminio, un oggetto che era diventato molto popolare a metà anni Cinquanta. Fu un apripista per gli speciali natalizi, ma soprattutto inaugurò la produzione animata di Peanuts, contribuendo a fare della striscia un fenomeno trasversale.

Un risultato niente male considerato che, quando lo videro per la prima volta, gli autori si disperarono perché «pensavamo di averlo rovinato, che fosse troppo lento». Anche alla CBS, la rete che avrebbe dovuto trasmetterlo, non piaceva. Il canale lo mandò in onda solo perché ormai era stato inserito in palinsesto. E quando Ed Levitt, uno degli animatori, commentò dicendo che, secondo lui, A Charlie Brown Christmas sarebbe stato trasmesso per i prossimi cento Natali, tutti gli diedero del folle, ridendo.

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