RubricheSofisticazioni PopolariIl problema non è l'intelligenza artificiale, ma la banalità

Il problema non è l’intelligenza artificiale, ma la banalità

Tendenze e direzioni della pop culture viste da chi non riesce a farne a meno, anche se vorrebbe. "Sofisticazioni popolari": una rubrica di Fumettologica a cura di Marco Andreoletti. Ogni 15 giorni riflessioni sullo stato dell’industria dell’intrattenimento, cercando di capire come sopravvivergli.

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L’arrivo delle intelligenze artificiali sul palco generalista è stato uno dei punti di discussione più polarizzanti del 2022. Non c’è da meravigliarsi, era un bel pezzo che aspettavamo questo momento. Dopotutto tra la Conferenza di Dartmouth del 1956 – evento che segna la nascita ufficiale della ricerca sulle AI – a noi che digitiamo come scemi prompt assurdi da dare in pasto a Midjourney è passato letteralmente quasi un secolo. Considerato quanto gli eventi viaggino alla velocità della luce in ambito tecnologico, è naturale rimanere spaesati, se non addirittura spaventati da quello che sta succedendo. 

Un conto è vedere il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov venire battuto da Deepblue – evento incredibile, ma comunque riconducibile a mondi lontanissimi dalla gran parte di noi – un altro è pensare che un software possa scrivere un tema in grado di mettere in crisi un professore. A dicembre su Fumettologica abbiamo pubblicato una lista di libri di fantascienza indispensabili curata da ChatGPT, mentre Antonio Dini ci metteva in allerta circa gli imminenti cambi di paradigma che arriveranno da qui a pochissimo tempo.

Le avvisaglie ci sono tutte. Chi lavora in ambito creativo ha cominciato a sentirsi mancare la terra sotto i piedi, mentre molta gente senza la minima preparazione tecnica ha cominciato a immaginare un futuro da disegnatore quando la bolla sembrava gonfiarsi ogni giorno sempre di più. Se il primo tentativo di infilare un’intelligenza artificiale dentro ogni casa era stato l’orribile Furby e la sua presunta capacità di imparare a parlare, ora tutti abbiamo davvero la possibilità di toccare con mano il futuro. La singolarità non è mai stata così pop, e in pochissimi si rendono conto di quanto questa cosa sia terrificante. Più che altro abbiamo passato gli ultimi sei mesi dell’anno scorso a cercare di ridicolizzare algoritmi che nel frattempo stavano imparando più cose su di noi di quante riusciamo a immaginare.

Evitando di metterci a discutere di diritto d’autore e paternità delle varie opere – ambiti davvero complessi, che meritano tutte le profonde riflessioni che avete letto in questi mesi – preferirei spostare l’attenzione su un altro aspetto di cui si è molto parlato: l’appiattimento a lungo termine della creatività. Come spiegato dallo scrittore di fantascienza Lionel Dricot, «ciò a cui stiamo assistendo non è “creatività artificiale” ma una semplice media statistica di tutto ciò che viene caricato dagli esseri umani su Internet e che soddisfa determinati criteri. Sembra carino. Sembra fantastico. Sebbene siano eccitanti perché sono nuove, le creazioni delle intelligenze artificiali sono fondamentalmente rumore statistico casuale su misura per essere apprezzato. Facebook ha creato algoritmi per mostrarci i contenuti che ci coinvolgeranno di più. Gli algoritmi sono in grado di creare dal nulla questi contenuti molto coinvolgenti». 

«Questo è esattamente il motivo per cui stiamo trovando i risultati di tale processo tanto affascinanti» ha poi continuato l’autore. «Si tratta di immagini e testi che hanno la massima probabilità di sedurci. Sono progettati per farlo. Ma una cosa sta accadendo molto velocemente. Quelle creazioni “artificiali” vengono caricate anche su Internet. Quegli artefatti artificiali fanno ora parte dei dati statistici. Capite dove si va a parare? Gli algoritmi si stanno già alimentando con i propri dati. E, come ti dirà qualsiasi studente laureato, studiare sui propri risultati di solito è una cattiva idea. Prima o poi finisci per ottenere pura immondizia sovradimensionata. E mangiare la propria merda non è mai salutare a lungo termine.» 

In poche parole, se all’inizio le AI avranno un’enorme libreria di immagini di altissimo livello da saccheggiare – pensate a tutti portfoli online dei vostri illustratori preferiti – nel giro di qualche anno ci troveremo sommersi da una versione da hard discount dei database di immagini stock. Praticamente un incubo. Si tratta di una posizione ben nota, sviscerata oltremisura in questi mesi. Il problema è che spesso la si limita all’arrivo delle AI nel flusso del processo creativo, quando in realtà l’erosione della creatività è sempre andata a braccetto con sistemi di produzione sempre più ottimizzati.

Senza tornare al solito Walter Benjamin – e alle sue teorie sulla contrapposizione tra autentico e falso nell’età della riproduzione tecnica e sul cambio della fruizione dell’arte in nuovo contesto definito da linguaggi come cinema e fotografia – basti vedere come già nel 2014 sul portale di architettura e design Dezeen si parlava di come i software potessero rischiare di uniformare la progettazione industriale. «Senza che tu te ne accorga, gran parte dell’estetica [di un edificio] deriva dal software utilizzato per progettarlo» spiegava l’artista digitale Matthew Plummer-Fernandez. «Puoi quasi individuare che tipo di applicazioni software sono state utilizzate.» 

Da operatore del campo vi assicuro che ci sono poche cose più fastidiose dell’ennesimo fenomeno che prova a spacciare folli geometrie come farina del suo sacco, quando invece sono chiaramente derivate da un uso poco più che basilare di un plug-in parametrico alla Grasshopper. Si tratta di software di progettazione in cui ogni operazione viene espressa attraverso dei parametri, ovvero numeri e formule matematiche, evitando quindi ogni intervento manuale. Se usati in modo consono si tratta di strumenti estremamente complessi e potenti, dalle potenzialità illimitate e più vicini alla programmazione che al disegno. Spesso però vengono sfruttati al minimo, giusto per risparmiare del tempo e stupire il committente con qualche effetto speciale. La stessa cosa immagino succeda per gli illustratori che spacciano come proprio lavoro i filtri di Photoshop – sebbene avanzati.

Non si tratta dell’ennesimo rant luddista, ma dalla presa di coscienza che l’utilizzo diffuso di una serie di strumenti privi della possibilità di un’autentica customizzazione (cosa che invece succede da sempre nella musica) porterà inevitabilmente all’appiattimento della proposta creativa. Che, paradossalmente, diventerà sempre più… piacevole. Questo se per piacevole intendiamo liscia, innocua, priva di asperità e angoli vivi. Spogliata di ogni capacità di sorprenderci, anche in negativo. Dove nulla richiede una spiegazione perché tutto è così semplice ed esplicito da arrivare dritto al punto senza il minimo attrito. 

Siamo finiti in quello che il filosofo coreano Byung-Chul Han definisce come “l’Inferno dell’Uguale”. «La società digitale della trasparenza priva il mondo di aura e mistero» spiegava in L’espulsione dell’altro. «La rete si trasforma oggi in un particolare spazio di risonanza, in una camera di risonanza dalla quale è eliminata ogni alterità, ogni estraneità.» Quando l’orizzonte della creatività è questo, fatto di una bellezza carezzevole e rassicurante, è inutile lamentarsi dell’influenza delle intelligenze artificiali, perché all’esaurimento delle idee ci saremmo arrivati comunque.

«Nel 2020, uno studio del Digital Lab dello Science Museum Group di Londra ha sfruttato l’elaborazione delle immagini per analizzare fotografie di oggetti di consumo prodotti tra il 1800 e oggi. Hanno scoperto che con il passare del tempo le cose sono diventate sempre meno colorate, convergendo su uno spettro tra acciaio e carbone, come se i consumatori volessero che i loro gadget assomigliassero sempre più alle materie prime delle industrie che li producono» si legge invece nell’articolo Perché tutto è così brutto? pubblicato da N+1, una riflessione che parla proprio dalla sciatteria di certa architettura moderna. «Se L’uomo dal vestito grigio [film di Nunnally Johnson del 1956] una volta offriva un avvertimento sui pericoli della conformità, ora è una fonte d’ispirazione, anche se l’abito è stato aggiornato. Oggi è L’uomo dai Bonobos grigi o L’uomo dalla t-shirt Buck Mason grigia o ancora L’uomo nella tuta Mack Weldon grigia –  tutti consegnati tramite un furgone grigio di Amazon. Il colore immaginario della vita sotto il comunismo, si è rivelato essere la vera tonalità del capitale globalizzato.»

La risposta a questa patinatura di minimalismo da quattro soldi sembra essere costituita da un’offensiva senza precedenti di pacchianeria e cattivo gusto a buon mercato. Come scriveva Judy Berman nel suo articolo Benvenuti nell’era del cattivo gusto impenitente, «dopo secoli di lotta con le gerarchie del gusto, lo stigma culturale che è sempre derivato dall’indulgere nel cattivo gusto è scomparso». E ancora: «Il risultato di prendere sul serio la cultura di massa è stata una crescente consapevolezza che gran parte di ciò che chiamiamo buon gusto è semplicemente un’estetica come le altre». Carl Wilson, autore del saggio Musica di merda, scriveva invece che «a meno che tu non abbia un debole per gli inni del potere bianco, non c’è motivo di sentirsi in colpa o vergognarsi per quello che ti piace».

Insomma, mentre stiamo a preoccuparci se le AI come ChatGPT o Midjourney ci porteranno via il lavoro o approfitteranno della nostre creazioni, ci troviamo sospesi in una contemporaneità sospesa tra quelli che potremmo definire come i fanatici di un’estetica patinata alla Apple – senza che la compagnia di Cupertino abbia nessuna colpa, se non appoggiarsi sempre e solo a professionisti di altissimo livello – e i fan di Too Hot to Handle e di qualche nuova, terrificante serie di Ryan Murphy. Come ci spiegava il sempre attuale Mark Fisher in Scegli le tue armi, «in termini di volontà, si è verificato un enorme arretramento a partire dal punk degli anni Settanta. La disponibilità dei mezzi di produzione è sembrata andare di pari passo con una speculare riasserzione del potere spettacolare». Lo abbiamo già detto più volte in questa rubrica: vogliamo stupirci sempre meno.

Anche se siamo stati travolti da una spettacolare accelerazione nella seconda metà dello scorso anno, si tratta di un processo di omologazione in atto da decenni. La bolla delle AI pare ormai essersi normalizzata – anzi, forse è meglio dire che l’attenzione del pubblico generalista è stata spostata su altro – ma il percorso intrapreso è ormai inevitabile. Sempre che non scoppi una nuova, imprevista e del tutto irrazionale passione comune per qualche estetica sopra le righe, inclassificabile e oltraggiosa. Un nuovo cambio di paradigma in grado di sparigliare le carte e mettere in crisi tutto quello che abbiamo dato per assodato. Un nuovo brutto che prenda le distanze dagli orrori del bello da centro commerciale per avventurarsi in nuovi paesaggi pericolosi. 

Non ho idea da dove arriverà questa nuova onda – e se mai arriverà -, ma se ne incomincia a sentire il bisogno in maniera davvero importante. Il problema è che se ne sono accorti anche a Hollywood, che ultimamente sta cercando in ogni modo di vendersi come ultima frontiera della provocazione antisistema. Immaginatevi una sorta di punk multimiliardario, da Andor a White Lotus, passando per Glass Onion e The Menu. Prodotti apprezzabili – anche molto, in alcuni casi – ma la cui carica eversiva di cui si fanno portatori ha l‘efficacia di un bicchiere d’acqua gettato su un palazzo in fiamme. 

Come spiega Patrick Sproull sulle pagine di The Face: «Allora, qual è il punto? Non c’è alcuna carica politica in questa tendenza alla satira anticapitalista, perché questi film e programmi televisivi non sono mai abbastanza incisivi da provocare in maniera efficace e, francamente, non sarebbero distribuiti se lo fossero. Sono tutti troppo simili. Non importa quanto intelligente possa essere una sceneggiatura, ma se ogni film ti dice la stessa cosa: i ricchi sono cattivi! – e negli stessi termini – diventa monotono». 

Non possiamo non apprezzare Edward Norton nei panni dell’Adam Neumann di turno come succede in Glass Onion – Knives Out, soprattutto se lo mette in ridicolo per il venditore di pentole quale è, ma nel frattempo dobbiamo tenere bene in testa da dove arriva quel tipo di satira: una filiera produttiva che premierà quasi sempre l’efficacia economica e l’ottimizzazione – anche se si tratta di serie cancellate da un momento all’altro o di film già girati ma mai distribuiti in sala – rispetto alla celebrazione dell’autentico valore del prodotto finale.

Che si tratti di blocchi di cemento prefabbricato, di una libreria di asset 3D o dei Neural Filter di Photoshop, il risultato è sempre quello. Siamo nell’epoca dell’iper-semplificazione di processo, e le AI sono il Bimby della produzione culturale. Storicamente ogni innovazione in grado di snellire il lavoro, se messa in mani di qualcuno non in grado di gestire saggiamente questi mezzi, ha sempre fatto più danni che altro, passando da “semplice” a “semplicistico”. 

In Mad Max: Fury Road, un film a modo suo minimalista e incentrato su una narrazione in costante movimento, George Miller si era preso comunque la briga di scrivere la storia di ogni singolo personaggio, anche se la gran parte di quel lavoro sarebbe rimasto nascosto al grande pubblico. Lo aveva fatto perché occorreva prima di tutto a lui, per dare corpo alla sua visione. Il risultato è un capolavoro, la cui resa dipende anche da un tipo di approccio che dell’ottimizzazione non sa che farsene. Vediamo di ricordarcene quando affideremo all’intelligenza artificiale di turno un compito che non riterremo meritevole del nostro tempo.

Leggi anche: Midjourney e fumetto: come sfuggire alla Macchina

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