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BonelliSu Dylan Dog si continua a fare pulizia

Su Dylan Dog si continua a fare pulizia

dylan dog 436 bonelli

Avevamo lasciato, nel numero scorso, Dylan Dog in balia di un mondo in disfacimento. Dalla sua torre su Londra, il suo arcinemico John Ghost osservava l’immagine morente della città che aveva costruito: «Il centro non regge, le cose precipitano». Il grande architetto nato nel 2015 dalla mente del curatore Roberto Recchioni con l’ambizione di sostituire la vecchia nemesi Xabaras, riconosceva infine che i suoi calcoli erano sbagliati. Il mondo da lui prodotto non era affatto il grande disegno che aveva in mente, ma uno scarabocchio malfatto e infantile. 

Tuttavia, “la realtà trova sempre la strada”. Le cose si stavano rimettendo in ordine da sole. In questo mondo che pare una parodia scritta da Georges Ivanovič Gurdjieff, dove sogno e realtà sembrano fare a cazzotti, Dylan Dog riceveva un misterioso pacco con le memorie del suo omologo del 1986, veniva coinvolto nel misterioso omicidio di un certo Jesper Kaplan (chiamato come il protagonista di Intrigo internazionale di Hitchcock) e, come Neo in Matrix, scopriva di essere lui stesso un’anomalia da cancellare. 

Nel tempo bloccato a due minuti a mezzanotte (verrebbe da aggiungere: «quando la città dorme»), strani “uomini ombra” invadevano le strade come spazzini dell’immaginario. E in questo caotico multiverso Dylan pareva l’unico in grado di cogliere il cambiamento della realtà. Finché un misterioso uomo incappucciato che viveva “nel fuoricampo”, nello spazio bianco tra le vignette, gli ricordava che non è questo il suo vero posto: anche Dylan – quel Dylan – doveva tornare a casa. Una casa maledetta, ovviamente.

Non con fragore… – il secondo capitolo della trilogia dedicata al “nuovo inizio” di Dylan Dog, ideata da Claudio Lanzoni sotto la guida di Tiziano Sclavi – vede il passaggio delle sceneggiature da Roberto Recchioni a Barbara Baraldi e dei disegni da Giorgio Pontrelli a Sergio Gerasi. Questi saranno anche gli autori della prossima storia (…Ma con un lamento) che chiuderà tutti i discorsi, riportandoci come promesso al Dylan Dog “autentico”, quello puro, sanamente sclaviano e via dicendo (brividi lungo la schiena, mentre lo dico).

L’introduzione all’albo del curatore Recchioni non lascia adito a interpretazioni: «La storia, che potremmo definire come una “crisi dei Dylan Dog infiniti”, ha la scopo di fare ordine nel caotico multiverso dylaniato, rimettendo al centro della scena gli elementi autentici & certificati di quello che potremmo definire come il “Dylan Dog originale”, togliendo di mezzo tutte quelle componenti spurie che nel corso degli ultimi dieci anni ci hanno portato in posti anche molto interessanti, ma, in alcuni casi, troppo lontani dallo spirito dei primi passi della serie, che diedero un volto e un carattere inconfondibile al nostro eroe».

Caotico universo dylaniato, elementi autentici & certificati, componenti spurie da togliere di mezzo: la terminologia usata dal curatore è fin troppo esplicita e programmatica. Il segno di una resa invincibile. Il bambino che ha disegnato il mondo di Dylan negli ultimi dieci anni ora ha finito di giocare e deve “rimettere le cose a posto”: così vuole papà Sclavi. 

La sensazione però, alla fine della lettura, è che l’esigenza di pulizia abbia penalizzato l’equilibrio narrativo. Tra la “gente che scompare” senza lasciare traccia né memoria di sé e le ombre aliene che compaiono nei sogni di persone affette da paralisi nel sonno, il vero mostro terrificante di questo numero sembra essere l’horror vacui.

Tanta roba, per un numero solo, che si accumula pagina dopo pagina con una concitazione che toglie il fiato e una serie di passaggi fortunosi che non lasciano spazio alla riflessione. Così questo Dylan, nel corso dell’indagine sulla morte del misterioso Kaplan, si trova a visitare una clinica dove diversi pazienti hanno deciso, in modo volontario, di sottoporsi a cure sperimentali per guarire da malattie del sonno come la paralisi ipnagogica. Ma, in preda a un improvviso istinto libertario, Dylan decide di liberare forzatamente questi pazienti. 

La sua iniziativa, al di là della discutibile opportunità, offre l’occasione perfetta per affrontare faccia a faccia gli spaventosi uomini-ombra che vediamo nella bella cover dei fratelli Cestaro. Ma lo scontro non è decisivo né particolarmente memorabile, serve invece a preparare un passaggio di scena verso il vero fulcro narrativo ed emotivo dell’episodio. Anche in questo albo, a circa metà percorso, Dylan infatti si sposta nello spazio-tempo, per ritrovarsi misteriosamente in un bosco e incontrarvi un altro personaggio destinato come John Ghost a scomparire dalla serie e (forse) dalla memoria. 

Il sergente di polizia Rania Rakim, introdotta nel numero 339 della testata e divenuta, dopo la rivoluzione della meteora, ex moglie di Dylan (beh, per due settimane), porge qui i suoi saluti. In una commovente scena finale che ambisce a lasciare un segno nel cuore dei fan più affezionati, Rania riconosce il suo essere fuori dal tempo, “componente spuria” e vittima inevitabile delle pulizie generali di fine anno. Non prima però di aver spiegato, con dovizia di particolari, a Dylan e ai suoi lettori più scrupolosi, che cosa ci faccia lì, a tenere di mira una casa abbandonata in mezzo a un bosco. 

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Scusate, ancora, per lo spiegone: in un lungo flashback, vediamo Rania indagare sulla scomparsa di un bambino, un certo Oliver che da giorni non si presenta a scuola. Una visita ai familiari le rivela che non esistono più segni della vita di questo bambino, la casa in cui vive non ha più tracce di lui, nemmeno la madre si ricorda di averlo mai avuto. Solo alcuni suoi disegni, nascosti dietro un mobile in cucina e pertanto sfuggiti alle pulizie generali, dimostrano la presenza di Oliver in questa realtà. Peccato che, casualmente, un vicino di casa un po’ impiccione si ricordi perfettamente di lui e abbia anche assistito al suo rapimento, prendendo pure il numero di targa dell’auto che lo ha portato via. 

È fortunata, la nostra Rania, che comunque sa perfettamente come risalire con metodo scientifico all’abitazione  del presunto rapitore e si premura di raccontarcelo per filo e per segno. Altro che il quinto senso e mezzo di Dylan. Non serve ribadire che l’abitante della casa maledetta, nonché rapitore di Oliver, è lo stesso incappucciato che Dylan aveva incontrato nel numero scorso. Un tipico killer senza scrupoli ma dalle oscure motivazioni e probabile fan di Freddy Krueger, di cui vediamo per bene, in una bella pagina tagliata in sei vignette, anche il volto spaventoso. Casomai avessimo dubbi sulla sua cattiveria. Ma la resa dei conti si farà attendere, naturalmente, al prossimo mese. 

Tra ombre che erompono dai sogni, gente che scompare e realtà in disfacimento, la matassa fin qui raccolta è ancora assai ingarbugliata. Il tema delle paralisi nel sonno avrebbe meritato uno spazio maggiore, pur legandosi poco all’argomento del numero precedente. In generale, pare di trovarsi di fronte a un’altra storia, in cui i legami col primo capitolo sono pochi e poco approfonditi. Il metafumetto, che era l’elemento caratterizzante del primo episodio, qui scompare dalla storia e dalla memoria di tutti: come il bambino Oliver, nessuno se ne ricorda più. Dylan non rompe più le vignette, il cattivo incappucciato diventa un killer psicopatico ma perde (o perlomeno, sembra perdere) la capacità di viaggiare negli spazi bianchi del fumetto. 

Restando a questo episodio, l’entrata in scena di Rania poteva essere preparata con più cura, vista l’importanza che assume nell’albo. Forse nei disegni infantili di Oliver si nasconde il senso di questa storia sovraccarica di spunti buttati lì: un gioco, nato senza troppi pensieri e durato anche troppo. Come un mucchio di fogli abbandonati dietro il mobile della cucina e sfuggiti per un po’ alle pulizie generali.

Dylan Dog 436 – Non con fragore…
di Claudio Lanzoni, Barbara Baldi e Sergio Gerasi
Sergio Bonelli Editore, dicembre 2022
brossurato, 96 pp., b/n
4,40 € (acquista online)

Leggi anche: 18 grandi storie di Dylan Dog, secondo noi

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