RubricheAnd So What?La fine del binge watching

La fine del binge watching

Pensiero critico e laterale attorno a quell'incrocio molto trafficato fra cultura, tecnologia e mercato. "And So What?", una rubrica di Fumettologica a cura di Antonio Dini. Ogni 15 giorni una mezza coccola e soprattutto qualche pizzicotto all'industria culturale e alla macchina dei generi.

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binge watching serie tv

Oggi parliamo di bolle, in realtà, per spiegare perché secondo me è finita l’epoca del binge watching. È un ragionamento (volutamente) complesso, perdonatemi. Per apprezzarlo sino in fondo permettetemi però di fare un giro un po’ lungo. Ma sapete com’è: abitiamo tutti in una bolla, di questi tempi. Ci vuole del contesto. Certo, siamo vicini di casa, come gli esseri umani cablati nei gusci del primo Matrix, e pompiamo tutti dagli stessi nutrienti. Ma le nostre vite mentali sono nelle diverse bolle: scorrono attraverso piani della realtà completamente differenti. Quindi, parlo con voi come se io fossi un alieno o un personaggio letterario oppure un abitante di un altro periodo storico. Esattamente quello che voi siete per me.

Nei giorni scorsi nella mia bolla ho finito una delle mie consuete “maratone televisive diffuse“: rivedo tutte le stagioni di una serie o gli episodi di un ciclo di film dei bei tempi andati in un numero di giorni per me ragionevole, cioè qualche mese o addirittura un anno. Perché lo faccio? Semplice: con davanti un parterre di servizi di streaming, più quel pozzo di San Patrizio che è YouTube, non c’è più modo di dedicare intere giornate alla visione compulsiva di un unico prodotto. Le serie vanno suddivise in un tempo ragionevole, perché gli spazi che possono occupare ormai sono pochi.

A quanto pare, almeno per le persone che hanno famiglia, lavoro e altre complessità, l’epoca del binge watching è completamente finita. Ho ridotto al massimo anche l’uso dei social, nei quali non ero mai stato particolarmente presente, e tagliato quelle app che ipnotizzano per mezz’ora alla volta e ti rubano ore e ore di vita che non tornerà mai più fissando video di gattini che giocano e ragazze che ballano improbabili passi di danza coreografata con il solito tormentone in sottofondo.

Attenzione, adesso faccio un ragionamento un po’ personale ma che in realtà secondo me ha un valore più universale (ci sono anche studi che lo supportano). L’idea è che questa cosa della fine del binge watching è vera. E non è solo la fissazione di noi poveri serie-dipendenti. È invece importante, perché in realtà è la fine di un’epoca e di un modello: quello della televisione dell’abbondanza. Adesso che l’abbondanza è diventata uno tsunami, subentra il paradosso della scelta. Si rimbalza verso un bisogno di maggiore sobrietà. Troppa grazia, non si riesce più a capire cosa guardare: il rischio è che ci si disperda, ognuno nella sua bolla. Perché l’altro effetto è che siamo tutti vicini di casa ma separati da bolle, che poi sono come monadi senza né porte né finestre. 

Per questo il ragionamento che segue probabilmente interessa solo alcuni, ma lo faccio lo stesso anche per darvi il sapore di quanto siamo separati gli uni dagli altri. Le distanze enormi tra persone che magari si vedono e si frequentano tutti i giorni. Nella mia bolla particolare, infatti, è appena finita una tappa di un ciclo all’indietro che occuperà ancora parecchio tempo. Negli ultimi due anni mi sono visto prima The Big Bang Theory, poi How I Met Your Mother, poi Friends, poi Seinfeld e adesso ho ricominciato a guardare l’integrale di Cheers, da noi conosciuto come Cin Cin.

È un viaggio a ritroso, alla riscoperta delle radici della sit-com (situation comedy) americana nata negli anni Cinquanta (Lucille Ball, c’è anche lo sceneggiato da qualche parte sullo streaming) come diretta derivazione dei programmi radiofonici dell’anteguerra e poi diventata una forma di letteratura popolare fortemente pedagogica “sporcata” dall’umorismo non-sense degli ebrei newyorkesi, dai fratelli Marx passando per Mel Brooks e Woody Allen sino a Jerry Seinfeld.

La sit-com è anche un’arma pedagogica di massa però: è lo strumento con il quale intere generazioni hanno imparato come si corteggia, come si gestisce un’amicizia e un rapporto sentimentale, come si reagisce alle delusioni della vita e quando invece ci si può aprire con i propri amici. La sit-com è l’amico più grande che ti insegna a diventare adulto e ti fa anche ridere. Nella mia bolla tutto questo è fondamentale: c’è il ricordo della (mia) gioventù ormai perduta, c’è lo studio antropologico di tipi umani ormai scomparsi, c’è il piacere dello storico che va a scavare, attraverso carotaggi e stratigrafie televisive, l’anima di epoche differenti. Ma sono mie esigenze, non vostre.

Comunque, sempre nella mia bolla, terminata la visione di Friends e ancora sotto shock per aver visto non solo il talento di scrittura di quelle dieci stagioni ma anche la chimica straordinaria di quel cast, aprire il capitolo Cheers è stato uno shock ulteriore e se possibile ancora maggiore. Ho visto a malapena le prime due stagioni su undici dello show creato da tre personaggi notevoli nel mondo dell’intrattenimento (James Burrows, Glenn Charles e Les Charles) ma è stato come farmi esplodere una bomba atomica in testa.

Debbo allargare ancora un po’ lo sguardo, perdonatemi, ma le bolle per quanto strette sono profonde, e se non c’è contesto non si capisce il ragionamento. Allora, per me Cheers è soprattutto Cin Cin, la versione trasmessa a metà degli anni Ottanta da Italia 1. Anche se doppiata in italiano e tagliuzzata in tutti i modi possibili, soprattutto per contenere alcune parti di umorismo nero e riferimenti alla cultura degli italiani emigrati a Boston piuttosto denigratori, all’epoca ebbe un effetto pazzesco su moltissime persone. E non c’erano bolle negli anni Ottanta: il pubblico lo segmentavano con il coltellaccio grosso, quello per tagliare il pane. E l’effetto gregge, di vedere qualcosa e poi poterci scherzare con i compagni di scuola o con gli amici al pub, era un amplificatore enorme. La mia generazione negli anni Ottanta non poteva tatuarsi (era socialmente impossibile) ma in realtà lo faceva lo stesso: si tatuava nell’anima le sit-com e alcuni momenti chiave (il mondiale dell’82, i concerti-oceano di Bruce Springsteen e di Vasco Rossi e cose del genere) lasciando segni indelebili più di un tatuaggio vero. Noialtri reduci dagli anni Ottanta siamo tutti tatuati dentro, insomma.

E gli effetti sono devastanti. Un esempio? Quando, diciotto anni dopo aver vista Cin Cin in tivù, sono passato per la prima volta da Boston (quattro ore in aeroporto per una coincidenza, circa una quindicina di anni fa) ricordo ancora di aver mollato la valigia in un hotel (facendo finta di essere un ospite per non dover girare con il trolley: il trucco funziona quasi sempre) e ho camminato un’ora in mezzo alla neve di un dicembre particolarmente freddo per arrivare a vedere il bar di Cheers. Quando l’ho raccontato ai miei amici e coetanei, hanno capito tutti e anzi si sono pure appassionati: ma dov’è? Come l’hai trovato? Come ti sembrava? C’era il bancone con la campanella? Oggi che viviamo nella bolla, se lo spiego a qualcuno di più giovane mi guarda chiedendosi se sono matto o cosa.

Oltretutto sono andato là sapendo che la serie, come tutte quelle di quel periodo (e anche Friends), fu in realtà girata solo in interni a Los Angeles, ma sapevo anche che il bar c’era e, seppure diverso, era un locale di un certo successo. Avevo scoperto, e lo scrivo qui solo per farvi apprezzare quanto profonda sia la mia bolla rispetto alla vostra, che il bar si trovava sulla Beacon Street, all’84, di fronte ai giardini dei Commons (cosa che dalle inquadrature di Cheers non si sarebbe mai detto). C’era anche un’altra cosa da vedere, cioè un bar che si trovava al Quincy Market e che all’interno era l’esatta replica del set della CBS, ma la neve era troppa e me lo sono perso. Poi è stato chiuso, qualche anno dopo. L’emozione della scoperta è stata forte, la delusione del posto altrettanto.

Torniamo a oggi. Rientriamo nello streaming, cavalcando la mia bolla come se fosse la nuvoletta di Goku. Ritrovare Cheers una vita dopo, guardandolo in streaming in inglese nella versione non censurata, è stato come far riscoppiare la bomba in versione 4.0. Innanzitutto, perché mai come adesso serve un posto «dove tutti conoscono il tuo nome» (perché «farsi strada nel mondo di oggi richiede tutto quello che possiamo dare, e prendersi una pausa da tutte le preoccupazioni aiuterebbe molto»). No, quello che colpisce veramente gli abitanti della bolla di mezza età è il livello di scrittura già dalla prima stagione

Bisogna ricordare (lo dico per voi, vicini di bolla che abitate spazi culturali completamente differenti dal mio) che il primo anno Cheers si piazzò praticamente ultimo, 74esimo su 77 programmi televisivi, e fu cancellato dal network. Salvo essere recuperato a furor di popolo durante le repliche notturne e aver chiuso la sua carriera con 275 episodi spalmati su 11 anni e con il record pazzesco di 117 candidature agli Emmy (ne ha vinti comunque 28, che non sono esattamente pochi). Uno show che ha definito un’epoca.

Tre articoli da leggere per restare aggiornati
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Le conseguenze di Cheers sono forse ancora più importanti dello show stesso. Dalla vostra bolla forse non si vede, ma dalla mia è chiarissimo. Per usare ancora lo stesso cliché, la scrittura di quella serie è una cosa inaudita e a quanto mi risulta mai più vista né sentita. Cheers è più morbido di Taxi, la precedente sit-com creata da Glen e Les Charles, due fratelli mormoni cresciuti nel niente del deserto del Nevada e capaci di partorire capolavori come la serie di MASH, il Mary Tyler Moore Show e Phyllis (dopo Cheers faranno ancora Frasier). Tuttavia, è al tempo stesso una serie che punge, ha attimi di umorismo politicamente scorretto, dark, improvvisazione, tentativi di sovversione dell’ordine costituito, attimi di razzismo puro ma genuino. E poi nelle prime stagioni ci sono due giganti: Ted Danson e, per le prime cinque, Shelley Long (che poi ha fatto la cavolata di andarsene).

Ora, potrete dire voi che abitate altre bolle diverse dalla mia, perché parliamo di Cheers qui? Cioè, qual è il vero motivo, a parte esibire la mia bolla in pubblico? La risposta è semplice: le pillole di umorismo, veleno e sapore di vita che settimana dopo settimana venivano messe in onda, per un decennio, sono come un tipo particolare di ciliegie, che devono essere mangiate poche alla volta per avere un effetto benefico. La scrittura di Cheers è una narrazione circolare, che ritorna più o meno sempre al punto di partenza anche se dà a ogni giro più profondità ai personaggi (si scoprono elementi delle back story che sono perfettamente coerenti con quello che si vede fin dalle prime scene e al tempo stesso sono arricchenti, sorprendenti e intense) e non può essere consumata in forti quantità a pena di perdere il gusto di tutto. Pillole di benessere da consumare con saggezza.

Facciamo un salto di livello, astraiamo di più il ragionamento. Mentre scrivo queste righe ripercorro con la mente il numero di serie a fumetti che ho letto nel corso degli anni e il cui valore è stato non solo nella storia e nei disegni, ma anche nella capacità di definire la colonna sonora mentale di un’epoca, accompagnando me e milioni di altri lettori, facendo da sfondo alle nostre vite personali e al tempo stesso avvicinandoci assieme, come collante generazionale. Nausicaä, Video Girl Ai, la morte di Superman, Sandman, Bone, pezzi di Dylan Dog e di Nathan Never, alcuni cicli di storie di paperi e topi, migliaia di strip di Doonesbury, dei Peanuts e di Calvin e Hobbes. Tutte cose che non si possono leggere con ferocia in un fine settimana, facendo una maratona dei crapuloni, La grande abbuffata di Marco Ferreri. No, vanno diluite perché sono loro che devono dare un senso a una stagione della nostra vita, non noi a loro.

La cosa che più mi spiazza degli anni della nostalgia e del remix vista dalla mia particolare bolla è proprio questo: rimettere in circolazione a velocità alterate e in maniera schizofrenica un po’ tutto, senza che questo riesca a incidere realmente nella nostra vita. Un discorso è avere accesso parallelamente a tutto quel che vogliamo, un altro è dimenticare che sono prodotte per una visione in serie e come tali dovrebbero essere consumate. 

Le narrazioni infatti devono essere distribuite e avere un ritmo regolare, non cadere come una grandinata sulla testa di noi poveri spettatori qualunque. Qualsiasi sia la bolla che abitiamo. Anche per questo molte produzioni adesso vengono rimodulate su base settimanale: per tornare al discorso iniziale, al di là dell’abbondanza di servizi di streaming diversi, è anche vero che è chiaramente finita l’era del binge watching, ed è tornato il bisogno di storie che diano un senso oltre ad averlo. Wouldn’t you like to get away?

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

Leggi anche: Il maledetto supplemento da edicola

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