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Anime, estrema destra e satanismo

Tendenze e direzioni della pop culture viste da chi non riesce a farne a meno, anche se vorrebbe. "Sofisticazioni popolari": una rubrica di Fumettologica a cura di Marco Andreoletti. Il giovedì, ogni 15 giorni.

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Asuka, personaggio dell’anime “Neon Genesis Evangelion”, rivisto come simbolo dell’estrema destra americana

Il 5 novembre 2024 si terranno le prossime elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America, e il consueto carrozzone mediatico che da sempre accompagna campagne elettorali, primarie e confronti vari è già partito. Donald Trump ha così ricominciato a saturare la sfera pubblica con i suoi deliri, mentre Joe Biden continua a congelare il discorso interno ai democratici. Bisogna dire che gli ultimi anni di politica statunitense sono stati quantomeno folkloristici, e spesso mi sono chiesto se la teoria della Darkest Timeline – ovvero quella bizzarra narrazione complottista secondo cui siamo finiti in una sorta di realtà parallela dove tutto va per il verso sbagliato, come nel noto episodio di Community – avesse qualcosa di vero. 

Sono certo che le sorprese non mancheranno neanche questa volta, ma nell’attesa vale forse la pena di indagare uno dei fenomeni più curiosi di questa follia che sono stati gli ultimi dieci anni: il legame tra anime ed estrema destra. Un fenomeno nato in Giappone, diffusosi a macchia d’olio negli Stati Uniti durante la prima elezione di Trump e che è riuscito ad avere i suoi momenti anche in Italia. Anche se, come spiegava in tempi non sospetti Pietro Minto, nel nostro paese tutto stato è riconducibile più a uno scherzo che a un autentico movimento politico.

In qualsiasi caso l’origine del fenomeno è stata individuata nel 1999, quando il ventitrenne Hiroyuki Nishimura fondò l’image board 2Channel. Una sorta di forum dedicato a manga e anime dove si poteva accedere in anonimato e dove i thread avevano una durata limitata. In poche parole la versione prototipica della ben più nota e famigerata 4Chan, creata nel 2003 dal quindicenne Christopher “Moot” Poole proprio sul modello di quella nipponica. Le caratteristiche in comune non finivano qui, perché le due community attiravano lo stesso tipo di utenza. 2Channel diventò il punto di aggregazione privilegiato per i cosiddetti netto uyoku, traducibile come i “destrorsi di Internet”, otaku allo stadio terminale ossessionati dalla presunta superiorità nipponica sul resto del mondo, tra misoginia e idee iper-conservatrici.

Per capire quanto la situazione sia incasinata basti guardare questo video di Vox dove si racconta come in Giappone le spinte verso una destra sempre più radicale non si siano mai state davvero sopite. Come se tutto questo non bastasse, il 2003 segnò anche l’inizio della cosiddetta Korean Wave: tutto a un tratto il K-pop conquistò le classifiche musicali, mentre i K-drama diventarono sempre più diffusi sulle emittenti televisive. Uno smacco non da poco, considerando l’odio e l’intolleranza verso i coreani che dai tempi dell’occupazione del 1910 serpeggia negli strati più razzisti della popolazione nipponica (al riguardo vi consiglio la recente e bellissima serie Pachinko – La moglie coreana). 

Gli utenti di 2Channel erano talmente furenti per l’andazzo della situazione che pensarono bene di pubblicare il manga smaccatamente razzista Kenkanryu (traducibile come ”Odiando la wave coreana”) prima in formato digitale e poi in formato cartaceo. Si trattò di una reazione ridicola a una situazione altrettanto ridicola, ma da gente che passava il novanta per cento del proprio tempo chiusa in camera a digitare commenti d’odio su forum online era difficile aspettarsi qualcosa di diverso. E comunque sempre meglio di un diciassettenne che cerca di sequestrare un autobus armato di un coltello da cucina.

Il movimento si diffuse rapidamente anche negli Stati Uniti, confermando come una visione del mondo reazionaria e fuori tempo massimo sia quella preferibile da una fetta di popolazione che si sente così defraudata dalla sua posizione privilegiata da rifugiarsi in un mondo di pura evasione. Vervezine riportò un lungo articolo dove un ex-simpatizzante dell’art-right raccontava il suo sprofondare in un mondo che sembrava togliere ai giovani bianchi tutti i diritti garantiti da un ipotetico ordine naturale delle cose: «Ai giovani uomini bianchi viene promesso il mondo, gli viene detto che devono ricoprire questa posizione, e poi si ritrovano definiti come perdenti che giocano ai videogiochi e guardano anime, disprezzati dalle stesse persone a cui viene detto di essere superiori. Per molto tempo questi giovani impopolari hanno avuto un posto dove trovare conforto. Videogiochi, anime e image board sono dedicati alle loro discussioni. Molti di questi mondi avevano una lunga tradizione di fandom composto da maschi bianchi che al loro interno potevano raggiungere un certo grado di potere in virtù della loro conoscenza in materia. Star Wars, Warhammer e diversi altri prodotti hanno tutti agito come interpretazioni profonde e dettagliate di fantasie di potere maschile».

Sembra un’interpretazione forzata e distorta da un bias cognitivo che vuole unire per forza di cose due mondi estremamente lontani tra di loro, ma in realtà basta scavare un minimo online per ritrovarsi a leggere articoli dove il controverso giornalista Milo Yiannopoulos, all’epoca redattore capo di Breitbart News – nonchè uno dei pensatori più in vista del alt-right (o troll supremo, non lo capiremo mai) – sosteneva la superiorità del franchise dei Digimon rispetto ai più scontati Pokémon.

Come se un adulto impiegato da una testata di ultradestra che usa quasi diecimila battute per dibattere sulle differenze tra due proprietà intellettuali dedicate all’infanzia non fosse abbastanza ridicolo, i toni erano questi: «Da nessuna parte nel canone Pokémon esistono i momenti di maturità, complessità e realizzazione artistica che Digimon, al suo meglio, ha offerto ai suoi fan. L’investimento richiesto per sopportare uscite scadenti e anime noiosi e al contempo cercare momenti di sublimità è il tipo di viaggio che solo un vero appassionato può apprezzare, ed è quella natura famelica, determinata e intellettualmente curiosa che contraddistingue i fan dei Digimon. I fan dei Digimon sono i wagneriani della cultura dei videogiochi e degli anime». Seriamente, di che cosa stiamo parlando? Milo ci credeva davvero o era solo un’enorme presa in giro?

Negli Stati Uniti il primo a portare la questione all’interno della discussione pubblica è stato l’analista politico Rick Wilson, schierato con i Repubblicani. Nonostante condividesse il partito con Trump, durante una diretta sull’emittente MSNBC non esitò a definire i supporter del presunto milionario come «uomini single senza figli che si masturbano guardando anime». Non ho idea di quanto fosse certo della sua uscita, ma a conti fatti non poteva andare più vicino alla verità di così. I fanatici dell’anime-right trasformano Asuka di Neon Genesis Evangelion in un simbolo di anti-semitismo rileggendo a loro favore gli aspetti più controversi dell’opera di Hideaki Anno. 

Contemporaneamente, un fiume infinito di illustrazioni di ragazzette in stile anime, a cui qualcuno aveva pazientemente aggiunto l’irrinunciabile marchio “Make America Great Again”, invase Twitter e le image board. Si potrebbe parlare di appropriazione indebita, ma in realtà anche i giapponesi ci hanno messo del loro. La feticizzazione dell’aspetto bellico di ogni vicenda e una certa misoginia è da sempre al centro di un gran numero di manga, ma in alcuni casi si passa direttamente al passo successivo. E anche in questo caso non si tratta di letture condizionate da qualche bias cognitivo. Un conto è Polygon che vede nelle fisionomie grotesche dei titani di L’attacco dei Giganti l’ennesimo riferimento antisemita, un altro è scrivere una storia «basando i personaggi principali (e positivi) su generali giapponesi che hanno commesso atrocità su larga scala contro la Cina e la Corea». Senza dimenticare il fatto che l’autore Hajime Isayama si è esposto più volte al riguardo sui propri canali personali, confermando una mentalità ampiamente colonialista.

Ad aggiungere ulteriore benzina su un fuoco che oramai appare del tutto incontrollabile ci hanno pensato poi tutti i possibili media occidentali schierati con la destra più radicale. Quello che sembrava un fenomeno curioso, legato a una nicchia di persone deluse dalla vita e desiderose di trovare la loro comfort zone in un mondo di pura finzione, è diventato uno strumento di propaganda. Viviamo in anni folli, dove la produzione di meme è in grado di smuovere la politica internazionale, quindi è davvero dura finire per stupirsi di qualcosa. Eppure, ancora oggi, si rimane a bocca aperta di fronte ad articoli come questo, tratto dal sito conservatore MercatorNet, dove si cerca di capire il successo dell’immaginario nipponico nel resto del mondo. 

«Non sorprende che la destra occidentale ami gli anime, uno dei pochi medium rimasti a spingere con efficacia sui valori tradizionali» ci spiega Peter Caddle. «Gli anime sono pieni di persone etnicamente giapponesi, che vivono vite culturalmente giapponesi. Ancora più importante, agli occidentali viene spesso riservato lo stesso trattamento, e vengono raffigurati come biondi, con gli occhi azzurri e spesso presentati in un ambiente idealizzato, quasi mitico. Le vicende narrate spesso prendono ispirazione da alcuni dei migliori e più oscuri momenti della mitologia occidentale, il che significa che i giapponesi possono acquisire una migliore comprensione dei miti e delle leggende dell’antico Occidente rispetto alla maggior parte degli occidentali. Infine, la natura degli anime è quella della perfezione. In genere cercano di presentare la perfetta forma umana sullo schermo, e non la forma più imperfetta che troviamo nella vita di tutti i giorni. I ragazzi negli anime sono spesso duri e hanno uno spirito indomabile, mentre le ragazze sono raffigurate come creature attraenti, capaci e premurose. Gli uomini sono spesso eroi coraggiosi o perfidamente astuti, e le donne tendono a essere fanciulle pure, madri diligenti o megere avvizzite. È una versione stranamente idealizzata dell’umanità, di cui alcuni aspetti sono quelli che la destra ama incoraggiare e per i quali si batte».

Se la cosa non fosse già abbastanza assurda arriviamo al 2022, anno in cui la destra radicale riesce a dividersi e a rendere la discussione ancora più grottesca. Matt Walsh, columnist del magazine conservatore Daily Wire, decide di gettare benzina sul fuoco e definisce gli anime come “satanici”. Senza nessuna spiegazione, ma semplicemente sostenendo che a lui “sembrano” tali. Siamo passati dalla glorificazione in stile Warhammer 40K di “God Emperor Trump” e ai deliri alla “Donald Trump Will Make Anime Real”  a un ritorno al satanic panic degli anni Ottanta. Incalzato dalla rete Walsh, arrivò a sostenere che la visione di anime «porta letteralmente alla possessione demoniaca in più dell’87% dei casi, dimostrano gli studi». 

A fare da ciliegina sulla torta di quella che sembrava già una situazione oltre il ridicolo, arrivò una replica direttamente dai membri della Church of Satan, che con invidiabile aplomb risposero alla questione dal profilo twitter ufficiale dell’associazione, asserendo di essere «abbastanza sicuri che questo ragazzo non abbia idea di cosa sia il satanismo». Ci pensò poi Mike Cernovich, personalità pubblica schierata con i fronti più deliranti dell’estrema destra, a sostenere che certi prodotti possono «aprire portali demoniaci tramite la paura». E, tanto per garantire un salto nel passato di cui non avevamo certo bisogno, lo fece allargando il discorso anche al metal e ai film horror.

In realtà non è possibile sapere quanto questi individui siano convinti delle loro asserzioni e quanto invece siano impegnati in un’opera di trolling costante e distruttiva. Il «bisogno di vedere il mondo bruciare» è passato da essere un meme a un importante argomento di studio per capire come il mondo sia cambiato in questi ultimi dieci anni e perché non riusciamo più a capire quale sia il confine del reale. «La teoria della timeline sbagliata ha significato questo» spiega Mattia Salvia nel libro Interregno. «Ciò che sta avvenendo non è reale, è solo un brutto sogno da cui prima o poi ci sveglieremo – un “torneremo alla normalità” per non accettare il fatto che “la normalità è il problema”». Per tutti gli anni della rivolta populista, la coscienza occidentale è oscillata tra i due poli di una dialettica che da una parte si aggrappava alle fantasie sulla linea temporale andata fuori di senno, dall’altra doveva ammettere che era tutto vero. A partire dalla fine degli anni Dieci del XXI secolo, e ancora di più dopo gli eventi che stanno sconvolgendo l’alba degli anni Venti, abbiamo assistito alla lenta elaborazione di una singola tesi: non siamo entrati in alcuna linea temporale sbagliata, eppure niente è più come prima». 

Così adulti appassionati di action figure ammiccanti riescono a manipolare la discussione politica a livello globale, per poi portare il discorso sui temi del satanismo e continuare a sparigliare le carte in un gioco al ribasso che pare premiare solo chi riesce a seguire regole improvvisate minuto dopo minuto. Se la storia della relazione tra anime ed estrema destra fino a oggi è stata quantomeno curiosa, rimane da vedere che cosa ci riserverà il futuro.

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