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RubricheMarginiManifesto per una possibile estinzione della critica

Manifesto per una possibile estinzione della critica

"Margini", una rubrica di Fumettologica a cura di Tonio Troiani. Il martedì, ogni 15 giorni, riflessioni e opinioni ai confini delle narrazioni che ci circondano.

critica fumetto
Particolare dalla copertina di Joost Swarte per il “New Yorker” del 10 agosto 2015

Mentre lavoravo a queste righe non avevo in mente un titolo preciso, certo qualcosa come Il destino della critica avrebbe avuto un discreto fascino. Tuttavia, la riflessione su una futura estinzione e una possibile palingenesi dell’attività critica, parte da una domanda più semplice e contingente: quando la critica ha definitivamente ceduto alle lusinghe di un sistema editoriale in cui la stroncatura è rubricata come un vizio di superbia e di rancorosa invidia?

Piero Dorfles qualche settimana fa si chiedeva sulle pagine della Stampa quale fosse ormai l’utilità delle recensioni se queste ormai si limitano a esprimere quasi sempre un parere positivo, un beneplacito assenso, che spesso sconfina in un incomprensibile entusiasmo. Il meccanismo che ha ormai inficiato la qualità della critica è quello del do ut des, un omertoso scambio di favori ormai radicato all’interno del piccolo mondo dell’editoria. Si preferisce, pertanto, tacere su ciò che inorridisce o glissare in maniera pacata per timore di un cattivo ritorno di immagine. 

Dall’altra parte Loredana Lipperini sulle stesse pagine cerca di spostare il focus della discussione: la qualità ormai scadente della critica letteraria non sarebbe attribuibile a una resa accomodante, ma a un sovraccarico di pubblicazioni spesso non adeguatamente pubblicizzate e, di conseguenza, non coperte dalla stampa specializzata. Chiedendosi come possa il lettore professionista assolvere al suo compito nella selva di titoli che ogni anno vengono pubblicati, Lipperini avanza una risposta quasi banale: il recensore sceglie la via più semplice, parla di quello che conosce meglio.

Niccolò Ammaniti, ospite sulle frequenze di Rai Radio 2, tempo fa esprimeva invece qualche perplessità riguardo alle recensioni lampo, soprattutto se positive e animate da un entusiasmo che tradiva una lettura frettolosa o nulla. Che dire poi degli ottanta titoli proposti per lo Strega: sembrerebbe che il 2023 si configuri come un periodo di bulimia letteraria.

Sarebbe opportuno riflettere se un discorso del genere possa essere traslato sul versante dell’editoria a fumetti, che da anni resta uno dei pochi segmenti del settore a presentare un segno più che positivo e che ha spinto diversi editori generalisti a lanciare la propria collana di romanzi grafici, fermo restando che al di là delle migliaia di pagine stampate mensilmente le classifiche di vendita vedono sempre i soliti nomi. È indubbio che la tendenza sia un bandwagon effect misto alla speranza di pescare nel mare magnum degli autori indipendenti e che animano ormai con ottimi seguiti i social il nuovo Zerocalcare o la nuova Fumettibrutti. 

In un contesto in cui la critica sposta poche copie e spesso e volentieri arriva in ritardo, quando ormai la next best thing è già un dato di fatto, l’attività critica – nella fattispecie nella forma della recensione – è pressoché inutile. Le recensioni lasciano il tempo che trovano, mostrando il fianco scoperto e mettendo a nudo anche nel micromondo dell’editoria a fumetti la natura pleonastica dell’attività del recensore, quando questo abbia qualcosa da dire e non si limiti a descrivere la trama e soffermarsi in calce dell’apparato grafico. Quest’ultima è una delle espressioni più ricorrenti e aberranti, una di quelle che fa accapponare la pelle al sottoscritto. 

Ma anche quelle più strutturate nascondo a volte un sottile inganno, vi si legge neanche tanto in filigrana ma platealmente il piacere onanista del recensore, che più che leggere l’opera sembra voler dar sfoggio di un’erudizione fine a se stessa. Tra citazioni letterarie e filosofiche, improbabili parallelismi e ardite teorie estetiche che tirano in ballo continuamente gli stessi riferimenti, le recensioni pantagrueliche che appartengono a questa imbarazzante fenomenologia fanno il paio con quelle amatoriali per la palese inconcludenza. Servono più al recensore o all’autore che al malcapitato lettore che, perso tra la selva di rimandi, pensa di trovarsi al cospetto dell’ennesimo capolavoro. 

Di quanto sia abusato quest’ultimo termine ne ha già parlato abbondantemente Marco Andreoletti nella sua rubrica, quindi evito di tergiversare su tale questione, sottolineando solo che il 90% delle volte in cui viene utilizzata la dicitura “capolavoro” siamo dinanzi a una ciofeca. Ricordo il battage pubblicitario e le sperticate lodi di una critica compiaciuta per un titolo che veniva presentato come il crocevia e la svolta per il fumetto italiano: tempo qualche anno, il titolo è stato affossato dai lettori – di cui si presuppone la stupidità a priori – che ne hanno svelato l’inconcludente e pomposa retorica.

Tre articoli da leggere per restare aggiornati
• Pubblicato da Marvel Comics nell’estate del 1991 e diventato il fumetto più venduto di sempre con oltre 8 milioni di copie, X-Men 1 fu il frutto di una strana miscela che tirava e spingeva, e affastellava storie editoriali e dinamiche distanti. Questa è la sua storia.
• Nel Tempo Medio in cui viviamo la quantità delle immagini che accumuliamo le rende inutili, senza costruire un discorso che ci arricchisca.
• 20 anni fa usciva Pluto di Naoki Urasawa. Un manga struggente e potentissimo.

Certo, spesso ci sono autori divisivi che spaccano in due tanto il fronte dei lettori di professione che quelli che cercano intrattenimento e piacere. Il problema – al di là della bontà dell’opinione – è sempre legato al peculiare punto di vista da cui guardiamo qualcosa: i prodotti validi spesso latitano o non vengono minimamente intercettati da una critica stanca e poco attenta, inondata da decine e decine di uscite mensili. 

Ma se gli aspetti negativi sono così evidenti, c’è ancora qualcosa di positivo o di utile nella funzione della critica? Poco o nulla, anche perché il critico puro – che in maniera indefessa porta avanti una precisa visione estetica, un gusto fondato su una conoscenza del medium che vada al di là delle semplici idiosincrasie – è un animale più unico che raro. Soprattutto perché fare critica significa essenzialmente fare una scelta di campo con tutte le conseguenze positive e negative che questo può significare. Certo, è anche vero che si potrebbe adottare una posizione “neutra”, per così dire. Fare solo fenomenologia, descrivere dispositivi narrativi e concentrarsi su quelle che Thierry Groensteen chiama “strutture artrologiche”, quelle che tutti noi lettori di fumetti utilizziamo mentre ci orientiamo nelle storie che leggiamo e che conosciamo in maniera implicita, ma su cui di rado ci soffermiamo a riflettere. 

Significa spesso fare i conti con alcune tipiche storture come quelle legate alla tecnica fine a se stessa, al bel segno, al virtuosismo spesso muscolare e machista di un determinato fumetto e mostrare che i fumetti più riusciti sono quelli che non hanno bisogno di nulla se non della capacità di un gesto di riempire la pagina e comunicare qualcosa che vada al di là delle semplice informazione: regalare un tonalità emotiva. Un po’ come succede in Alex Toth, in Frank Santoro, in Milton Caniff, in Charles Burns, in Attilio Micheluzzi o in «giovani» autori italiani come Andrea Settimo, Percy Bertolini, Vincenzo Bizzarri, Luca Negri eccetera.

Non sono bravo nelle liste – è un dato di fatto – e spesso il nome giusto resta fuori, sedimentato da qualche parte. E tra l’altro credo che le liste non servano a nulla, basta guardare quelle che vengono pubblicate a fine anno: la bulimia con cui affrontiamo uscite musicali, serie televisive, cinematografiche e editoriali spingono in un passato remoto alcuni ottimi prodotti pubblicati a inizio anno. Le liste si affollano di nomi scontati, in una specie di confortevole assenso al titolo più chiacchierato, osannato e, soprattutto, recensito.

Insomma, la critica è spesso impreparata, schierata, accomodante, inquinata da interessi e amicizie più o meno dichiarate, servile in alcune uscite, non particolarmente ansiosa di esporsi, poco lungimirante nella sua visione e a volte anacronistica. D’altronde non ho certo la cura per poter uscire da un’impasse ormai endemica e livellante. L’arguzia e l’intelligenza critica sembrano essere ormai esiliate, soprattutto quando si parla di fumetti: paradossalmente, visto il momento d’oro e la salute – forse apparente – di cui godono.

Leggi tutti gli articoli della rubrica “Margini”

Leggi anche: Il maledetto supplemento da edicola

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