Il senso delle morti dei supereroi

morti supereroi superman fumetto dc

Ci sono poche certezze nella mia vita. Tra queste, il fatto che, quando muore un personaggio famoso dei fumetti, c’è sempre qualcuno sui social che si lamenta perché «tanto lo sanno tutti che poi ritorna, chi vogliono prendere in giro?». E poi, quando quel personaggio effettivamente ritorna, arriva anche quello che commenta con sarcasmo «chi l’avrebbe mai detto?», con tanto di faccina estremamente divertita. E allora mi chiedo: ma davvero nel 2023 c’è ancora gente che ci crede ancora? [Domanda retorica: certo che sì, altrimenti non dovrei scrivere questo articolo.]

Facciamo un breve excursus sulle morti dei personaggi a fumetti e dei supereroi in particolare (ovvero quelli che hanno la tendenza a tornare più spesso). Inizialmente, erano solo i cattivi a morire, e anche con una certa regolarità (soprattutto quelli da “una botta e via”). Tra i primi personaggi “buoni” di un certo rilievo a tirare le cuoia ci fu invece Gwen Stacy, in una storia del 1973 che segnò la fine della Silver Age e della “età dell’innocenza” dei supereroi. Negli anni successivi, a fare molto scalpore fu soprattutto La saga di Fenice Nera, con il sacrificio di Jean Grey nel 1980. Senza dimenticare quella del secondo Robin, Jason Todd, avvenuta nel 1988 in seguito a un sondaggio telefonico condotto da DC Comics (se non conoscete questa storia, vale la pena approfondirla).

Già nel 1985 un autore illuminato come John Byrne scherzava sul fatto che supereroi e super criminali tornassero con una certa frequenza dalla tomba («A volte i buoni ritornano dalla morte, anche se non così spesso come i cattivi» diceva uno di quei buoni su Alpha Flight 23). E, nel 1991, il professor Xavier affermava come «nel paradiso dei mutanti non ci sono cancelli perlacei, ma porte girevoli» a ribadire la scarsa propensione di X-Men e affini a restare morti. Ma il tarlo del dubbio era ancora legittimamente nelle menti dei lettori. Dopotutto, prima di tornare, gli eroi ci mettevano un bel po’ di anni.

Poi nel 1992 arrivò la morte di Superman, che fu preannunciata da DC Comics e ottenne un grande successo mediatico, sdoganando questo espediente narrativo come elemento di marketing. Come ha scritto tempo fa il nostro Andrea Fiamma, «La morte di Superman ha ucciso il concetto stesso di morte». Da allora, quasi tutti i supereroi più o meno importanti sono morti almeno una volta (qualche anno fa abbiamo elencato quelli che erano fino ad allora scampati a tale sorte). E poi ritornati, ovviamente. Tempo fa, c’era persino una sorta di adagio fra i fan dei supereroi che faceva notare come tutti i personaggi dei fumetti morti sono prima o poi tornati dalla tomba, a parte Jason Todd, Bucky Barnes e lo zio Ben. Be’, alla fine sono tornati anche i primi due di questi tre.

Il concetto è stato talmente abusato che c’è stato anche chi ha prodotto una reazione piuttosto evidente, come hanno dimostrato negli ultimi anni gli X-Men di Jonathan Hickman (in cui i mutanti hanno trasformato la resurrezione in una pratica quotidiana tramite un sistema molto elaborato, tanto per tagliare la testa al toro) e l’Hulk di Al Ewing (diventato “immortale” fin dal titolo della sua serie). In un’intervista che gli ha fatto Andrea Fiamma, quest’ultimo faceva appunto notare che «io e Jonathan siamo partiti dagli stessi presupposti arrivando però a conclusioni diverse. Jonathan ha eliminato quella variabile dal gioco costringendosi a raccontare storie interessanti perché aveva appena scartato tutte quelle noiose. Mentre io ho affrontato l’idea dal punto di vista horror della faccenda. In entrambi i casi questo spunto migliora le storie e rende esplicito ciò che prima il lettore considerava implicito». E poi ancora: «Se inizi annunciando che non ci saranno storie di morti, quando ce n’è una, allora diventa una faccenda da prendere sul serio».

Oggi quindi il sensazionalismo non è più dato dalla morte in sé dei supereroi, ma da tutto il contorno che essa può generare. O dalla sua completa negazione, come dimostrano gli esempi appena fatti. Partendo da queste premesse, a fare discutere e a diventare oggetto di analisi dovrebbero essere le modalità in cui i personaggi muoiono e poi ritornano in vita. Oppure possiamo parlare di quello che alcuni di loro fanno da morti (ve lo ricordate Bruce Wayne a spasso nel tempo mentre a Gotham City lo piangevano tutti?). Insomma, la questione dell’originalità si è spostata (forse) definitivamente, e dovremmo più che altro porci domande come: Il climax era buono? La morte è stata commovente? Ha senso, narrativamente parlando? Che cosa dobbiamo aspettarci ora? Il ritorno in scena è stato fatto bene o tirato via?

D’altra parte, anche l’effetto sorpresa è stato azzerato, e a case editrici come Marvel e DC Comics sembra importare sempre meno di scioccare i lettori in maniera improvvisa, considerando anche la velocità con cui tendono a viaggiare gli spoiler. Si veda l’esempio recentissimo del Doctor Strange: la sua morte è stata preannunciata molto tempo prima, attraverso il lancio di una miniserie intitolata proprio Death of Doctor Strange; il suo ritorno è stato anticipato dalla notizia di una nuova serie regolare a lui intitolata, prima ancora che il personaggio ritornasse effettivamente nel mondo dei vivi.

Ormai le morti dei supereroi hanno principalmente un’altra funzione: quella di permettere agli autori di raccontare per un determinato periodo storie diverse dalla solita routine. Quando morì Superman, ci furono per alcuni mesi ben quattro personaggi che presero il suo posto, ognuno con un suo carattere e un suo stile. Ogni volta che è morto un membro dei Fantastici Quattro, il suo sostituto ha alterato le dinamiche all’interno del gruppo. Dick Grayson nel ruolo di Batman agiva in modo diverso da Bruce Wayne, così come Bucky Barnes nei panni di Capitan America. La morte citata del Doctor Strange ha invece permesso a Clea – storica fidanzata dell’eroe, relegata sempre a ruoli di secondo o terzo piano – di mettersi al centro dell’attenzione, in vista magari di un suo sfruttamento cinetelevisivo.

Da qui un ulteriore vantaggio per le case editrici: poter testare nuovi personaggi sfruttando franchising di sicuro successo. Nel caso già citato della morte di Superman, DC Comics lanciò poi due testate dedicate a alcuni di quei sostituti, ovvero Acciaio e Superboy, personaggi che in un modo o nell’altro sono ancora oggi in circolazione. Per quanto riguarda Marvel Comics, con questo espediente (o simili) negli ultimi anni è stato invece fornito molto materiale per film e serie tv. Tutto questo era vero anche in passato, ma ora è davvero molto evidente, con la grande esposizione multimediale che stanno vivendo questi personaggi.

La morte, nei fumetti, non andrebbe dunque più considerata come un elemento di sensazionalismo, al pari di quello che accadeva fino a qualche decennio fa. Ora è invece solo una semplice – e spesso banale – trovata narrativa, come poteva essere un tempo la momentanea sconfitta di un eroe prima della sua rivalsa, altro cliché particolarmente abusato. Se negli anni Quaranta o Sessanta ci fossero stati i social, magari ci sarebbe stato qualcuno che dopo una sconfitta di un eroe avrebbe scritto «tanto lo sanno tutti che poi vince, chi vogliono prendere in giro?». In conclusione: se muore un supereroe molto famoso, è ovvio che prima o poi tornerà. Mettetevi solo seduti e godetevi la lettura, senza porvi troppi dubbi.

Leggi anche:

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.