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RubricheSofisticazioni PopolariIl più grande mash-up a fumetti di sempre

Il più grande mash-up a fumetti di sempre

Tendenze e direzioni della pop culture viste da chi non riesce a farne a meno, anche se vorrebbe. "Sofisticazioni popolari": una rubrica di Fumettologica a cura di Marco Andreoletti. Il giovedì, ogni 15 giorni.

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La copertina del sesto volume di “Bartkira”

Nel 2013 James Harvey era uno degli autori più caldi del fumetto indipendente. Il suo webcomic Masterplasty aveva generato in brevissimo tempo un seguito di culto, dato soprattutto dalla stravagante miscela tra tematiche quasi cronemberghiane e un tratto decisamente pop, fatto di colori vivaci, continue trovate grafiche e uno spettro di influenze che andavano da Jamie Hewlett ai manga di Katsuhiro Otomo.

Si trattava di un prodotto così particolare e atipico da guadagnarsi una seconda vita su carta altrettanto sopra le righe: due riedizioni con Image Comics, di cui la prima in un formato tabloid 45 x 53 cm, entrambe distinguibili per la cover azzurra; una versione in giapponese in formato leggermente ridotto ma stampata su carta pregiata da Black Hook Press (con cover rossa, su stessa grafica di quella americana); una in cinese con Modes (copertina gialla). Le ventiquattro pagine di Masterplasty avevano messo Harvey sotto i riflettori di un tipo di pubblico ben preciso, quello sempre in cerca del nuovo nome da annotare sul taccuino dei prossimi fenomeni.

Il 2013 fu anche uno degli anni di maggiore influenza di Tumblr, piattaforma di microblogging prediletta da artisti, creativi e aspiranti tali. L’atipico social network divenne così importante da essere valutato oltre un miliardo di dollari durante un tentativo di acquisizione da parte della boccheggiante Yahoo, alla disperata ricerca di qualsiasi mezzo che gli permettesse di tornare sulla cresta dell’onda. Tra i frequentatori della piattaforma c’era anche il talentuoso illustratore Ryan Humprey, che da grande fan della (ormai defunta) pagina The Simpsons Drawing Club, decise di provare a dire la sua.

Diede così il via a Bartle Royale, un progetto con cui prevedeva di ridisegnare l’intero film Battle Royale facendolo interpretare agli studenti di Springfield. Simultaneamente a questo caricò sulla propria pagina personale quello che invece sembrava solo uno scherzo, una serie di schizzi realizzati tra un lavoro su commissione e l’altro. Si trattava di una serie di pagine del manga Akira ridisegnate sostituendo anche in questo caso i personaggi con il cast dei Simpson. Il gioco funzionava benissimo per diversi motivi.

In primo luogo il tratto di Ryan era l’antitesi perfetta di quello di Otomo. Se il giapponese aveva dalla sua un rigore marziale che trovava ulteriore senso in un massimalismo come mai si era visto prima, fatto di una ricerca spasmodica del particolare minuto e della volontà di far sembrare quelle pagine la cosa più grossa di sempre, l’inglese faceva di un tratto naïf e istintivo la sua forza. Le pagine caricate online erano realizzate a matita su una carta giallognola, colorate in maniera deliberatamente imprecisa e sporca. Se da una parte abbiamo il kolossal del fumetto per definizione, dall’altra siamo più nel mondo dell’autoproduzione da galleria indipendente (e infatti le tavole da cui prese il via Bartkira, quelle pubblicate quasi per scherzo mentre lavorava a Bartle Royale, furono raccolte nell’inevitabile fanzine).

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Una tavola di “Bartkira” disegnata da Bill Mund

In seconda battuta Humprey realizzò un mash-up tra quelli che ormai sono due standard della produzione culturale degli ultimi 50 anni. Non cercava titoli di nicchia, o nostalgici, o carichi di qualche raffinata sovrastruttura. Prese due opere che conoscevano letteralmente tutti, magari anche senza averli mai neppure visti o letti direttamente. Il video Three Decades of Akira Slide Homages raccoglie qualcosa come settantacinque omaggi all’iconica scena della derapata di Kaneda nel film Akira distribuiti in 30 anni di produzione animata. A questi richiami andrebbe aggiunto perlomeno anche quello contenuto in Nope dello scorso anno, tanto per non farsi mancare anche la controparte live action.

Per quanto riguarda i Simpson – sebbene già allora in totale declino e oggi finiti definitivamente fuori dai radar dopo anni di stagioni scadenti – si trattava di un totem culturale centrale per chi in quegli anni era grande abbastanza per stare su Tumblr. Per interi lustri la pervasività della famiglia ideata da Matt Groening era stata pressoché totale, così ingombrante da esondare in serie animate concorrenti. Avevamo imparato a memoria le puntate più memorabili, giocato ai videogiochi, subito ogni forma di merchandising. La scelta di quel cast per sostituire quello originale era perfetta, perché conoscevamo ogni personaggio alla perfezione e dunque ci permetteva di giocare con quelle scelte e valutarle con cognizione di causa. Chi avremmo messo noi al posto di Bart? Che ruolo ha Üter Zörker in quel bislacco universo narrativo?

In ultima istanza contò molto anche la scelta di Humprey di non concentrarsi su un passaggio iconico di Akira – la battaglia in moto con il clown o la mostruosa trasformazione del corpo di Tetsuo – ma su una scena che ne raccogliesse la potenza drammatica. Per la precisione si trattava di un riassunto della prima perdita di controllo di Akira e della conseguente distruzione di Neo Tokyo. Non ho idea se si tratti di un caso o di una strategia ben precisa, ma rimane il fatto che l’impressione non era quella di un omaggio fine a se stesso, ma del frammento di qualcosa di ben più grande.

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Una tavola di “Bartkira” disegnata da Andrea Settimo

Se l’illustratore avesse deciso di reinterpetare l’iconica locandina di Akira – quella con Kaneda ripreso dall’alto che cammina verso la moto – probabilmente tutto sarebbe finito lì. L’ennesimo omaggio da dare in pasto al web e da dimenticare nell’arco di qualche minuto. Invece il destino volle che a vedere quelle pagine fu James Harvey, che con i Simpson aveva un conto in sospeso. Qualche anno prima infatti aveva tentato di vendere su eBay un suo disegno, spacciandolo per un Matt Groening originale. Come se l’operazione non fosse già abbastanza rischiosa, il fumettista aveva alzato ulteriormente il tiro ritraendo i Simpson in lacrime per la distruzione del World Trade Center.

«Nel 2003 ero uno stronzo ventenne perennemente fumato e pensai che sarebbe stato divertente mettere su eBay questo disegno dei Simpson che reagiscono al disastro del World Trade Center e fare finta che fosse un vero Matt Groening» conferma il fumettista a Fumettologica. «Quella fu la mia prima esperienza con il “diventare virale”. Non sapevo che sarebbe stato il primo capitolo di una lunga carriera di trolling a Matt Groening. A ogni modo, lo scherzo mi si è ritorto contro, perché la mia compagna sta per partorire due gemelli e il termine è proprio l’11 settembre. Dio ha decisamente il senso dell’umorismo. Forse Matt Groening è Dio.»

Groening commentò l’accaduto sulle pagine del magazine inglese World Magazine con un messaggio laconico: «C’è un disegno su Internet che spacciano per mio, disegnato in risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre. È un disegno molto traballante di Bart, Homer e le Torri Gemelle, e ci sono delle macchie sul disegno che dovrebbero essere le mie lacrime versate mentre disegnavo frettolosamente Bart e Homer durante quegli eventi di cronaca. Non è mai successo».

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Illustrazione di Tobias Kwan

Considerando questo precedente, il totale disinteresse di Harvey per le questioni legate al diritto d’autore, il successo virale delle illustrazioni postate da Humprey e le potenzialità di Internet di trasformare la più balzana delle idee in qualcosa di ancora più folle, il da farsi era chiaro a entrambi: se quelle cinque pagine avevano funzionato così bene, perché non ridisegnare tutte le 2.400 pagine del manga di Akira? Il folle progetto intitolato Bartkira passò da post estemporanei pubblicati sul proprio Tumblr a progetto titanico, che da totale assurdità quale era raccolse immediatamente un successo enorme. 

Nel giro di qualche settimana furono assoldati 768 fumettisti da ogni parte del mondo – tra cui gli italiani Andrea Settimo, Francesco Guarnaccia, Luca Genovese, Filippo Morini, Giovanni Guida – a cui furono affidate cinque pagine per ognuno. «Mi ci volle solo un pomeriggio per trovare tutti i disegnatori di cui avevo bisogno, tanto è il potere di Internet. Poi solo il cinquanta percento dei disegnatori originari consegnò entro la scadenza, quindi dovetti inseguire gli altri o trovare nuove persone. Chiunque abbia mai gestito una rivista o un corso universitario o organizzato letteralmente qualsiasi cosa che coinvolga un folto gruppo di persone lo sa. Anche a due anni dall’inizio del progetto, c’erano ancora persone che ci entravano o lo abbandonavano.»

Dato che il totale dei disegnatori coinvolti superava di gran lunga quelli richiesti – anche al netto dei rinunciatari – per portare a termine l’impresa molti furono dirottati verso omaggi o pin-up, rendendo il lavoro ancora più enorme di quanto non lo fosse già. Ben presto arrivò anche il trailer animato, diretto dalla talentuosa animatrice Kaitlin Sullivan, perfetto esempio di mash-up che avrebbe potuto camminare benissimo con le sue gambe anche senza tutto il progetto fumettistico alle spalle. Diverse fumetterie in giro per il mondo – tra cui le blasonate Floating World Comics di Portland e Gosh Comics di Londra – cominciarono a ospitare mostre di tavole originali, finendo ben presto per creare un network che passava da Parigi a Tokyo.

«Era da un po’ che cercavo di far decollare un bel progetto di gruppo. Nel 2008 lavoravo come insegnante in Corea del Sud e la cosa che mi piaceva fare di più era far disegnare a tutti i bambini progetti di gruppo stupidi e divertenti» ci racconta Harvey. «Dopo aver lasciato quel lavoro, contavo di continuare a lanciare piccole sfide di disegno per i miei follower online. I disegni originali di Bartkira di Ryan Humphrey mi colpirono. Sapevo di poterne fare un progetto di gruppo, così gli mandai un’email. Doveva essere una piccola cosa stupida, che sarebbe dovuta durare al massimo un mese. Non mi sarei mai immaginato di essere intervistato a riguardo da un magazine italiano 10 anni dopo.»

Uno dei punti più surreali di questa folle mania collettiva fu l’incredibile foto di un’inconsapevole famiglia reale danese davanti a un enorme graffito dedicato a Bartkira. A un certo punto il sito francese Catsuka annunciò addirittura un evento presso la parigina Gallerie Corraza, dove sarebbero state disegnate le ultime pagine di tutto il progetto.

Il commento di Humprey dell’epoca circa l’annuncio sintetizza alla perfezione la situazione: «Non sapevo che quello fosse il piano fino a quando non lo lessi su Catsuka.com. Chi l’aveva deciso? Non lo sappiamo, ma ora stiamo tutti cercando di trasformare in realtà questa folle promessa! A questo punto Bartkira è come il cristianesimo: nessuno è esattamente sicuro di come sia iniziato, ma cercare di fermarlo sembra uno sforzo eccessivo. Le uniche persone che sono irremovibili sul fatto che debba finire immediatamente sono, come Richard Dawkins, essenzialmente corrette ma anche dei coglioni». In realtà l’ultima pagina fu disegnata effettivamente da Humprey, ma il 10 agosto 2017, a quattro anni dall’inizio di tutta la faccenda.

Per ovvie ragioni legali i due ideatori si limitarono a pubblicare i sei volumi completi solo online, inizialmente tramite condivisione peer-to-peer, poi attraverso più consueti visualizzatori online. «Dal momento che si tratterà di una parodia/satira, senza scopo di lucro, prodotta dal basso e distribuita peer-to-peer, penso si collochi per un soffio nella giusta area grigia della legge. In caso contrario, facciamolo comunque. Mi prenderò io la colpa» avvisava l’annuncio con cui James cercava disegnatori

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Le uniche testimonianze stampate di Bartkira furono un volumetto di 80 pagine realizzato in occasione di una mostra statunitense e la raccolta Bartkira: Nuclear Edition, curata da Alex Jaffe – futuro sceneggiatore per DC – edita dalla misteriosa Lenka Tulenka (immagino l’ennesima diramazione semiclandestina del progetto).

«Non abbiamo mai avuto nessun problema legale. Siamo stati piuttosto bravi in questo. Ho preso la difficile decisione di non guadagnare soldi dal progetto e di dare tutti i proventi, così com’erano, in beneficenza, quindi gli avvocati di Fox e Kodansha ci hanno sostanzialmente lasciati in pace. Kodansha ci ha persino permesso di stampare libri di Bartkira fintanto che le tirature rimanevano basse e la storia non veniva mai stampata in sequenza» specifica Harvey.

A dieci anni dall’inizio di quella folle avventura l’eco di Bartkira è ormai lontano, facendosi ricordare come un esperimento bizzarro ed entusiasmante. Il classico scherzo che sfugge di mano e diventa qualcosa di enorme. Ancora oggi, immaginarsi centinaia di disegnatori sparsi per il mondo che ridisegnano in contemporanea uno dei più grandi – in ogni senso – fumetti di sempre fa il suo effetto.

Per le ragioni già discusse non sono molte le testimonianze cartacee rimaste di quell’evento così singolare, ma nella memoria dei suoi ideatori rimarrà per sempre la reazione degli autori delle opere originali da cui tutto era partito: «So che Shohei Otomo [figlio di Katushiro, Ndr] era un grande fan di Bartkira e voleva disegnare qualcosa per il progetto, ma non è mai successo. Mi era stato confermato da un amico dell’industria editoriale giapponese che anche Katsuhiro Otomo ne era un grande fan, ma allora non mi era permesso dirlo a nessuno. Matt Groening invece ha preso una copia del primo libro di Bartkira dalla scrivania di uno dei suoi dipendenti di Bongo Comics e non l’ha restituita. Ci aspettavamo che si presentasse allo show Bartkira di Los Angeles, invece si è presentata Rebecca Sugar [l’autrice di Steven Universe, Ndr]. Il che è stato ancora meglio».

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