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DisneyQui, Quo e Qua sono davvero uguali?

Qui, Quo e Qua sono davvero uguali?

Se siete cresciuti leggendo Topolino, vi sarete chiesti spesso che differenza c’è tra Qui, Quo e Qua. Com’è possibile che Paperino riesca sempre a distinguerli, se sono così simili? Esiste davvero qualche caratteristica fisica o psicologica che rende speciale ciascuno di loro?

Questi dubbi hanno sempre fatto compagnia ai lettori. Nella loro tavola d’esordio, pubblicata il 17 ottobre 1937 e realizzata da Al Taliaferro e Ted Osborne, i tre fratellini erano praticamente indistinguibili, tanto nell’aspetto quanto nel modo di fare. Portavano abiti di colori diversi (uno verde, uno rosso, uno blu), ma nessuno di loro pronunciava il proprio nome ed era quindi impossibile stabilire con certezza chi fosse Huey, chi Dewey, e chi Louie, come si chiamano in originale.

Taliaferro aveva intuito il potenziale di Paperino già da qualche anno e desiderava valorizzarlo. Si ricordò che in alcune strisce di Floyd Gottfredson, che aveva inchiostrato lui stesso, Donald faceva da balia a Tip e Tap, i due vivaci nipotini di Topolino, che gli rendevano la vita un inferno costringendolo a tirare fuori tutta la sua rabbia repressa. Taliaferro provò quindi a coinvolgerli in un nuovo ciclo di tavole domenicali, ma la chimica tra papero e topi, da sola, non funzionò più bene come un tempo.

Qui, Quo e Qua nacquero in un secondo momento, quando la fama del personaggio principale era cresciuta a tal punto da giustificare la creazione di una nuova storyline nel ricco universo disneyano. Taliaferro immaginò che Paperino ricevesse la lettera di una sua lontana cugina, una certa Della, che lo pregava di tenere in custodia i propri figli, tre paperotti a prima vista adorabili ma tutt’altro che mansueti, che rimpiazzarono definitivamente Tip e Tap nel giro di pochi mesi.

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La tavola domenicale di Al Taliaferro del 17 ottobre 1937 dove comparvero per la prima volta i nipotini di Paperino

Maltrattando il loro irascibile zietto, facendolo infuriare nei modi più spassosi, Qui, Quo e Qua avrebbero assolto il loro compito. Non era necessario differenziarli troppo, anzi: per ribadire quanto fossero determinati a portare a termine la loro “missione”, raffigurarli nello stesso modo e farli parlare all’unisono si rivelarono due scelte vincenti. Tanto che furono riprese anche al cinema fin dal 1938, quando fu realizzato il cortometraggio Donald’s Nephews che si rifaceva in larga parte proprio alle strip di Taliaferro. Questa volta, però, la lettera ricevuta da Paperino portava la firma della sorella Dumbella e i tre nipotini, vestiti rispettivamente di rosso, arancio e verde, si presentavano per la prima volta uno dopo l’altro come Qui, Quo, Qua.

In seguito, questa distinzione cromatica non fu mantenuta né nei cartoni animati (dove i paperotti indossarono più volte abiti dello stesso colore), né sulle pagine dei comic book, dove nel frattempo Carl Barks aveva cominciato a pubblicare intere storie brevi con Paperino. Sulla carta stampata era ancora più difficile consolidare una differenza visiva tanto marcata, perché spesso i coloristi si sbagliavano, tingendo ad esempio di rosso il berretto di un nipotino che in precedenza ne indossava uno verde o uno blu.

Pur mantenendo la loro forte somiglianza, Barks fu il primo a dotare Qui, Quo e Qua di una sorta di “psicologia”. I tre cominciarono a nutrire interessi, sogni, una certa visione del mondo, e si dimostrarono molto più attaccati allo zio di quanto le strisce e i cartoni animati non lasciassero credere. Si comportarono finalmente in maniera credibile (Barks li rese addirittura membri dell’integerrimo corpo scout delle Giovani Marmotte, nel 1951), ma continuarono a fare quasi tutto insieme, prendendo molto raramente iniziative personali. I pochi dettagli che man mano si scoprivano sul loro conto erano funzionali alla storia, come nel caso della tenpage Paperino e l’eco magica, stando alla quale Quo sarebbe fidanzato.

Da “Paperino e l’eco magica”, testi e disegni di Carl Barks (1949)

Qui, Quo e Qua continuarono a essere trattati a lungo come un’entità unica anche nelle storie prodotte in Italia a partire dagli anni Cinquanta. Tutti gli autori si attenevano scrupolosamente al verbo di Guido Martina, il principale sceneggiatore del periodo, che caratterizzava i nipotini in due modi diversi a seconda della necessità: o come monelli combinaguai (in linea con le loro origini), o come secchioncelli saccenti, pronti a rinfacciare allo zio la sua ignoranza dall’alto del loro sapere enciclopedico da Giovani Marmotte.

Per assistere a un’evoluzione radicale toccò aspettare il 1987, quando negli Stati Uniti andò in onda la prima stagione di DuckTales. La serie televisiva puntò moltissimo sui tre nipotini, facendoli vivere mirabolanti avventure al fianco di Zio Paperone e lasciando Paperino ai margini degli eventi. Era necessario che gli spettatori più giovani si immedesimassero del tutto nei paperotti, che quindi presero finalmente tre pieghe diverse. Qui, caratterizzato da una maglietta rossa, interpretò il ruolo del fratello maggiore che si assumeva l’onere delle scelte più rischiose; Quo, che vestiva sempre di blu, escogitava i piani d’azione più elaborati; mentre Qua, che indossava abiti di colore verde, era il più atletico e spigliato della brigata.

Questa distinzione fu ripresa nove anni dopo, sempre sul piccolo schermo, nella serie Quack Pack, dove i tre personaggi subirono un significativo restyling: invece di una semplice t-shirt cominciarono a indossare pantaloncini, canotte e camicette sbottonate per intercettare ancor più facilmente i gusti del pubblico.

Solo nei fumetti rimasero quelli di un tempo. Claudio Bisio li prese in giro nei suoi sketch perché non era verosimile che parlassero ancora come negli anni Cinquanta, all’unisono o completandosi le frasi a vicenda. In passato aveva senso, perché le due gag derivavano dalle strisce giornaliere e dall’animazione, dove funzionavano perfettamente, ma nelle storie a fumetti del nuovo millennio, nel migliore dei casi, facevano storcere il naso. La “sindrome di Quo” di cui parlava Bisio, tipica di chi non sa formulare frasi di senso compiuto, la diceva lunga sul pessimo stato di forma che stavano vivendo il personaggio e i suoi due fratelli sulle pagine di Topolino.

Anche Don Rosa faceva fatica a valorizzarli. L’autore della $aga di Paperon de’ Paperoni era molto devoto ai fumetti di Barks e non si sarebbe mai permesso di tradirli, ma tre nipotini (per di più tutti uguali) gli sembravano davvero troppi. Dato che non ne poteva eliminare nessuno, decise di renderli ancora più simili, facendo in modo che ciascuno di loro si sentisse unico e inimitabile a dispetto dell’evidenza.

In una storia del 1997, Rosa immaginò che Paperino fosse ormai in grado di distinguerli con estrema facilità, individuando anche le loro differenze più nascoste come una macchiolina nell’occhio, una lentiggine curvilinea o un ciuffo ribelle sotto la coda. Naturalmente queste caratteristiche non erano pensate per diventare canoniche. L’autore voleva soltanto ironizzare sui personaggi che amava, e (per una volta) non fece scuola.

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Da “Paperino in: Occhio ai dettagli”, testi e disegni di Don Rosa (1997)

A fare (di nuovo) scuola fu invece DuckTales, che negli anni più recenti, complice il reboot del 2017, estese la sua influenza ad alcuni fumetti pubblicati su Topolino, a cominciare da Zio Paperone e il segreto di Cuordipietra. Nella storia di Francesco Artibani e Alessandro Perina, i tre nipotini non si comportavano in modo del tutto diverso, come nella serie animata, ma i loro colori erano gli stessi di allora: Qui rosso, Quo azzurro, Qua verde.

Questa è diventata ormai la regola (certificata dal sito ufficiale di Topolino) a cui tutti gli autori devono attenersi. Se oggi Silvia Ziche volesse realizzare una vignetta dove i paperotti si scambiano i vestiti per le feste di Carnevale – come peraltro ha già fatto nel 2009 – per rendere la scena “verosimile” dovrebbe prestare attenzione ai colori dei loro cappelli, anche solo per rispetto nei confronti dell’attuale politica del settimanale e delle nuove generazioni di lettori che cresceranno con questa idea ben piantata in testa.

Nonostante il disinteresse generale, già negli anni Novanta si era provato a dare il giusto spazio a ciascun nipotino. Il primo fumetto intitolato a uno solo di loro, stando al database Inducks, è Quo e il diario interplanetario, del 1993. La storia, non a caso, porta la firma di Massimo Marconi, che nel 1988 aveva già realizzato una parodia del cult movie Il tempo delle mele in cui Quo brillava come personaggio autonomo.

Solo negli ultimi anni, tuttavia, le differenze tra Qui, Quo e Qua sono diventate più profonde, interessando finalmente la loro sfera caratteriale. Sceneggiatori come Marco Nucci, Giorgio Salati, Bruno Enna o Roberto Gagnor hanno fatto in modo che coltivassero sogni e passioni molto diverse (ai primi due ora piace giocare a calcio, mentre il terzo è il leader di una band musicale) e dessero prova di abilità complementari (spirito di squadra in un caso, creatività e introspezione nell’altro). Tutti e tre nutrono un forte desiderio d’indipendenza e si danno da fare per trovare il loro posto nel mondo senza gravare troppo sulla famiglia. Nucci, interpellato dal nostro Alberto Brambilla, aveva riassunto così le loro nuove personalità:

  • Quo è «quello che ha meno grilli per la testa»;
  • Qua è il più sensibile, «dà un sacco di possibilità di raccontare storie più sfumate»;
  • Qui è il più versatile perché «è un po’ a metà strada tra i due, quindi ti permette di fare tutto», ma è anche il più insicuro, «quello che vorrebbe andare in BMX ma forse non è figo quanto quello che ci sa andare bene, cioè Quo».

La conseguenza più logica di questa operazione è che ormai i tre personaggi hanno acquisito un’importanza strategica di cui non avevano mai goduto prima all’interno del settimanale. In futuro potrebbero diventare ancora più sfaccettati, interagendo da soli con amici e parenti e rendendosi sempre più autonomi, completando una volta per tutte il loro percorso di crescita. Nel frattempo, perlomeno, è diventato più semplice riconoscerli.

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