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Com’è il documentario di Disney+ su Stan Lee

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Da un documentario su Stan Lee, che si intitola Stan Lee, che è prodotto da Marvel Studios e che è uscito sulla piattaforma Disney+, non mi aspettavo niente meno che un testo rozzo, agiografico e propagandistico. Ma devo ammettere che non è per niente rozzo.

Diretto da David Gelb, documentarista che aveva già realizzato Jiro Dreams of Sushi, la serie Chef’s Table e Marvel’s 616, Stan Lee è la cronaca della vita dello sceneggiatore Marvel, dall’infanzia all’arrivo in Marvel Comics (all’epoca Timely Comics), fino agli ultimi anni fatti di camei nei cinecomic.

Formalmente discreto, Stan Lee racconta la vita di Lee attraverso le voci dei protagonisti (pochi, soprattutto Lee stesso grazie a interviste d’archivio), evitando la consuetudine delle “teste parlanti” tipica dei documentari e preferendo raccontare i momenti salienti con diorami color pastello. Alterna poi questi commenti visivi a un lavoro d’archivio importante, che recupera filmati poco noti o inediti, tra cui un notevole frammento degli anni Settanta in cui, durante una tavola rotonda, l’editor di DC Comics Julius Schwartz si oppone all’idea che i fumetti di supereroi possano essere cultura e intrattenimento per adulti, o le riprese casalinghe dei Lee provenienti dai “Stan Lee Papers”, che Lee e la moglie avevano donato all’American Heritage Center dell’University of Wyoming. Insomma, una confezione pregevole e curata, con tanta ricerca dietro.

Le cose funzionano meno se guardiamo alla narrazione generale e a diversi dettagli: all’inizio, nel raccontare l’infanzia di Lee, il documentario cerca di darsi un tono, ma arrivato agli anni caldi – dal 1940 al 1965 – scivola nell’agiografia e poi nella palese propaganda a favore di quello che, per la gran parte del pubblico generalista, resta il volto dell’editore. E il volto dell’editore non può essere una figura complessa, piena di ombre e crepe. Deve essere lucido, splendente e monodimensionale, come un logo, una spilletta che riassuma un secolo di storie e personaggi. Pensate che il tormentato periodo degli anni Novanta, in cui Marvel Comics cambiò proprietà e fu a un passo dalla bancarotta, viene riassunto dalla prospettiva di Lee con un mogio «eh invece di farmi un contratto a vita me l’hanno fatto di due anni. Lì per un momento ho perso il mio sorriso smagliante». Ecco, questo è il massimo senso del conflitto messo in scena dal documentario.

Stan Lee è molto puntuale sull’infanzia e la giovinezza di Lee, tirando fuori qualche piccola informazione inedita (dettagli sull’incontro con la moglie Joan, scorci della vita di redazione), pedante nel raccontare le origini di diversi personaggi Marvel (Spider-Man, i Fantastici Quattro, Hulk, gli X-Men, Iron Man, Thor, Pantera Nera) senza alcun tipo di contraddittorio o fact-checking rispetto ai racconti orali di Lee, e poi è incredibilmente ellittico nel raccontare la “fase adulta”, dagli anni Settanta in poi, relegandola agli ultimi venti minuti del documentario.

Ancora, si dilunga a raccontare la creazione del fan club Marvel senza nemmeno sottolineare l’effettiva novità introdotta da Lee che, attorno alle storie, continuava a intrattenere i lettori raccontando la vita di redazione negli editoriali e nelle pagine della posta. A parte i contributi da sceneggiatore, il grande pregio di Lee è stato quello di essere un agitatore culturale, in un certo senso, ma il documentario finisce per banalizzarlo a semplice portavoce aziendale. Alcune scelte di regia si giustificano, in realtà, con la malafede: penso alla manciata di minuti in cui si sottolinea che Steve Ditko, il co-creatore di Spider-Man, non voleva promuovere in alcun modo sé stesso. Il sottotesto è «nessuno voleva/saperlo farlo, Stan è diventato il volto dell’editore giocoforza, ringraziate che c’era lui a vendere i fumetti».

Stan Lee ribadisce la mitologia, molto poco veritiera, che vorrebbe il suo protagonista come principale responsabile del successo degli eroi Marvel, un fatto abbastanza contestabile e comunque basato sull’incertezza derivante dal “metodo Marvel”, in cui sceneggiatore e disegnatore si rimpallavano la storia rendendo difficile stabilire chi avesse avuto quali idee. Fa a meno di qualsiasi sfumatura o zona grigia ed evita di parlare col condizionale quando tratta le origini di Spider-Man o dei Fantastici Quattro. Secondo il documentario non c’è dubbio: Stan Lee ha sempre avuto l’idea di partenza per ogni personaggio. In questo senso, fa specie vedere incluso un famigerato estratto dal documentario di Jonathan Ross, In Search of Steve Ditko, in cui Lee afferma senza mezze misure di essere l’unico creatore di Spider-Man.

Per chi ha dimestichezza con queste vicende farà anche sorridere l’inclusione di un’intervista radiofonica a Jack Kirby del 1987 in cui intervenne a sorpresa Stan Lee. È un episodio noto, in cui, per la prima e unica volta, Lee e Kirby si prendono per i capelli in pubblico litigando su chi aveva contribuito di più ai fumetti realizzati insieme, ed è raccontato per esteso sia in Marvel Comics: Una storia di eroi e supereroi di Sean Howe che nella biografia di Abraham Josephine Riesman. Nel documentario viene presentato a gamba tesa, senza prima aver introdotto la questione della paternità dei supereroi, contesa tra Lee e i vari disegnatori, e tagliuzzato per far sembrare Stan l’eroe buono e Kirby un vecchio malmostoso gonfio di rancore. Oltre a essere faziosa, la scena è anche poco comprensibile da un pubblico non addentro alle dinamiche. Per i neofiti, l’unico punto di interesse è la spiegazione del “metodo Marvel”, utile a farsi due domande sul processo creativo dei fumetti (domande a cui Stan Lee si guarda bene dal rispondere).

Ho guardato questo «documentario ufficiale» – come scrivono nella descrizione dell’opera su Disney+ – sapendo che non avrei trovato lo spirito critico che altri autori hanno riservato alla figura di Lee. Non ce l’ho trovato, infatti, ma quello che mi ha infastidito di più è stato il tentativo collettivo di ripulirsi la coscienza e affossare il contributo di tanti disegnatori, sempre citati come nota a margine. Non solo, mi sembra che Stan Lee faccia un disservizio allo stesso Lee, non riuscendo a evidenziare i veri meriti che ha avuto nella Storia del fumetto.

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