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“Ooku”, l’anime di Netflix che racconta un Giappone in cui comandano le donne

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All’inizio del periodo Edo, precisamente a partire dal 1607, gli shogun della famiglia Tokugawa istituirono un loro harem, detto Ooku. Ubicato nel castello di Edo e collegato al resto degli edifici da un passaggio sigillato con un lucchetto, ospitava la moglie dello shogun, le sue concubine e una complessa gerarchia di dame, ancelle e serve. La vita delle occupanti, che ovviamente non potevano uscire liberamente, era regolata da un rigido cerimoniale che culminava nel momento in cui lo shogun, annunciato da uno squillante tintinnio, entrava nel “Grande corridoio delle campane” per scegliere una compagna per la notte. La serie Netflix Ooku – Le stanze proibite, tratta dall’omonimo manga josei di Fumi Yoshinaga, racconta le dinamiche di questo leggendario luogo, ribaltandole in un’originale ucronia.

Il racconto si apre a metà del Diciassettesimo secolo per poi tornare indietro al regno del terzo shogun, Iemitsu Tokugawa, quando una misteriosa epidemia ribattezzata “vaiolo dalla faccia rossa” riduce la popolazione maschile a un quarto di quella femminile. Le donne, in precedenza relegate al ruolo di casalinghe e madri, sono così costrette a sobbarcarsi le responsabilità di capofamiglia e a lavorare nei campi, sulle barche da pesca o nelle botteghe cittadine, mentre i pochi uomini giovani sopravvissuti sono chiusi in casa di giorno e costretti a prostituirsi di notte per garantire a chi non può concedersi il lusso di un marito almeno la possibilità di concepire una discendenza. 

L’epidemia non risparmia neanche lo shogun Iemitsu, che muore lasciando un’unica figlia illegittima, Chie. Per evitare che il paese riprecipiti nel caos che aveva preceduto l’ascesa dei Tokugawa, Lady Kasuga, balia del defunto e dama influente e volitiva, impone a Chie di assumere l’identità del padre e governare in sua vece, e soprattutto di partorire degli eredi. A questo scopo, crea nell’Ooku un harem maschile dal quale la shogun potrà di volta in volta scegliere con chi adempiere al suo dovere. Nel frattempo, il Giappone si chiude ermeticamente agli stranieri, per tenere nascosta una penuria di soldati che renderebbe il paese vulnerabile agli attacchi esterni.

L’idea alla base di Ooku è semplice ed efficace: mantenere inalterata la grande Storia mostrando le riforme varate dallo shogunato dei Tokugawa, che di fatto resse il paese per quasi due secoli, ma cambiare radicalmente i connotati di chi quelle trasformazioni le ha decise e vissute. Il risultato è una rilettura femminista della storia giapponese, ma non nel senso che ci aspetteremmo. Le donne che nella serie occupano posti di potere, che sia il governo nel paese o la gestione delle imprese di famiglia, pur emancipandosi dalla loro secolare posizione di subalternità non fanno che reiterare il modo di pensare dei loro predecessori, imponendo agli uomini quella schiavitù legata alla procreazione che storicamente è stata imposta alla popolazione femminile.

Personificazione eccellente di questo modo di pensare patriarcale e autoritario è Lady Kasuga. Personaggio storicamente esistito e protagonista di numerosi aneddoti (un’antica stampa ukiyo-e la ritrae mentre affronta da sola due ladri), Lady Kasuga agisce con freddezza e spietatezza, imponendo a tutti di sacrificarsi per la ragion di stato e difendendo fino alla fine l’idea della superiorità dell’uomo sulla donna, pur in una situazione paradossale in cui sono proprio gli uomini i più deboli.

Il matriarcato raccontato in Ooku non rappresenta affatto un mondo migliore, perché adotta le stesse dinamiche tossiche del patriarcato, dalle quali le donne non si liberano facilmente. È proprio a partire da questa consapevolezza che l’ucronia raccontata nella serie assume una forza rivelatrice deflagrante. La disparità della condizione femminile nel Giappone del passato è stata spesso ammantata di un’aura romantica e data per scontata come se fosse un male minore all’interno di un processo storico che doveva fare il suo corso. Se però a subire violenze sessuali e psicologiche e vivere una vita di prigionia senz’altro scopo che la procreazione non sono più delle remissive fanciulle ma aitanti giovani fatti per vestire i panni di eroici samurai, la percezione di quel destino di sottomissione cambia e ci risulta più difficile accettarlo senza fare storie. 

Quando a essere vittima di un intero sistema non sono più le donne appare all’improvviso chiaro quanto quella subalternità presentata come ineluttabile non sia che un arbitrio, tanto più pericoloso quanto applicabile a chiunque. Un meccanismo di straniamento che ricorda la cifra utilizzata da molte campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne – come il celebre sketch di Tracey Ullman, in cui la comica inglese applica a un uomo vittima di un furto lo stesso trattamento giudicante riservato alle vittime di violenza sessuale.

In Ooku il ribaltamento dei rapporti di potere tra i sessi non è un semplice espediente che punta a dare un insegnamento morale, ma è una scelta narrativa forte, utile a modellare con coerenza personaggi complessi che sperimentano in prima persona l’infelicità procurata da disparità e stereotipi di genere. E la serie risulta tanto più efficace e vicina a un’autentica sensibilità femminista e LGBTQ+ quanto più l’autrice del manga originale, Fumi Yoshinaga, si tiene a distanza da ogni proclama militante, preferendo dare spazio alla storia.

Con una confezione roboante, che non lesina sequenze in 3D non sempre ben integrate con le scene in animazione tradizionale, la serie Netflix appare graficamente meno raffinata del manga originale, ma ha il merito di presentare a un pubblico più ampio rispetto alle lettrici di josei una storia che può sia farci evadere in un passato crudelmente fiabesco, sia portarci a riflettere su battaglie che, anche secoli dopo la morte dell’ultimo shogun, devono ancora essere combattute e vinte.

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