RubricheShock in My TownFuga dal Reality

Fuga dal Reality

Un viaggio nelle storie di ieri e di oggi per provare a immaginare il nostro futuro. "Shock in My Town", una rubrica di Fumettologica a cura di Davide Scagni. Il martedì, ogni 15 giorni.

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quinto potere peter finch howard beale
L’attore Peter Finch nel ruolo di Howard Beale in una scena cult del film “Quinto potere” di Sidney Lumet

Nel 1967, nel saggio La società dello spettacolo, Guy Debord scoprì lo Spettacolo in senso moderno, inteso non soltanto come una serie di immagini ma come «un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini». Nella nostra vita di tutti i giorni, questo concetto è talmente evidente che quasi ha perso di senso. Siamo, fin da piccoli, talmente educati a considerarci (soltanto) come consumatori che non ci poniamo neanche più il problema che Debord sessant’anni fa denunciava. Lo Spettacolo, nel suo infinito rinnovarsi, giustifica il sistema sociale ed economico nel quale si alimenta, e lo applica non solo nel lavoro ma soprattutto nel tempo libero. 

Immersi come siamo nel ciclico marchingegno di produzione e consumo, diventiamo isolati sia come individui sia come masse, incapaci dunque di concepirci come comunità politica. La fine della politica coincide con l’affermarsi del pubblico: smessi i panni del popolo, siamo diventati audience. Viviamo in una realtà che è già uno Spettacolo, un reality show nel quale siamo tutti giudici e concorrenti, a seconda delle circostanze. Incapaci di vere azioni politiche, in grado di intervenire sulla realtà, ci limitiamo a esprimere un’opinione su tutto, come se “prendere posizione” fosse in sé un elemento rilevante per il progresso dell’umanità. 

Così esprimiamo pareri su ogni argomento che passi in agenda, dalla Terza guerra mondiale all’ultima partita di calcio, senza percepire alcuna distonia nel farlo: anzi, illudendoci che questo collocarci nel grande palinsesto del mondo, anche solo per dichiarare il nostro disinteresse, sia l’unica strada che abbiamo per affermarci come individui. Ma, proprio come nei talent show, il giudice è esso stesso parte dello spettacolo: anzi, ne è la parte più interessante. 

«Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!» urlava l’anchorman Howard Beale, interpretato da Peter Finch, dai microfoni del suo programma televisivo di grande successo, nel film Quinto potere di Sidney Lumet (1976). Sull’orlo dell’esaurimento nervoso e prossimo al licenziamento dopo anni di onorata carriera come volto del canale UBS, Beale decide di salutare il proprio pubblico annunciando in diretta televisiva il suo imminente suicidio: ma quando il canale si accorge del successo clamoroso dei suoi sproloqui, lo promuove addirittura con un programma tutto suo, libero di denunciare da «pazzo profeta dell’etere» le ingiustizie del mondo e del suo Paese. 

guerra videologica guido buzzelli
Una tavola da “Guerra videologica” di Guido Buzzelli

Tuttavia, non appena il suo messaggio smette di essere eversivo, e quindi interessante per il pubblico, la dirigenza organizza un attentato terroristico in diretta per farlo fuori: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto». E chi sa se Guido Buzzelli conosceva la storia di Howard Beale quando, nel 1978, disegnò, per la rivista Alter Alter, Guerra videologica (ristampata di recente nel volume Annalisa e il diavolo, Coconino Press, 2018). 

Liberamente ispirata a un racconto di Raffaele La Capria, su sceneggiatura di F. E. Cerrito e G. De Stefani, questa incredibile visione del futuro narra con feroce esattezza lo sviluppo di un conflitto scoppiato (guarda un po’) come una rissa tra tifosi durante una partita di calcio e poi evoluto in uno spettacolo bellico globale, guidato dagli indici di ascolto e di gradimento: le parti in lotta si sfidano dunque con letali efferatezze, torture e esecuzioni sempre più crudeli, per accontentare un pubblico di consumatori affamati di forti emozioni. Prima che David Cronenberg con Videodrome (1983) profetizzasse l’avvento di una “nuova carne” catodica, Buzzelli aveva già colto l’orrore quasi soprannaturale di uno schermo televisivo che si fa specchio e portale di un sistematico massacro. Lasciato in balia del rumore della realtà, l’uomo non può che diventare egli stesso Spettacolo. 

Negli stessi anni in cui Raffaella Carrà, dai nostri schermi in bianco e nero, cantava Rumore («Mi è sembrato di sentire un rumore/Sola. La paura/Io da sola non mi sento sicura/E ti giuro che stasera vorrei/ Tornare indietro nel tempo/ E ritornare al tempo che c’eri tu/ Per abbracciarti e non pensarci più su»), Carlos Trillo e Jordi Bernet inventavano Custer, supereroina noir costantemente ripresa dalle telecamere di un network televisivo e osservata da milioni di telespettatori nel mondo. 

custer trillo bernet
Una tavola di “Custer” di Trillo e Bernet dalla storia “Arrivo ad Alphaville”

Custer è, a tutti gli effetti, la stella di un reality show: «La vita reale di una donna seguita passo a passo dalla TV» recitano i manifesti che campeggiano per la città-teatro delle sue avventure. Il suo desiderio più profondo è fuggire dal rumore dello spettacolo. Ma, rispetto al più noto personaggio di Jim Carrey in The Truman Show di Peter Weir (1998), Custer vi aggiunge un retrogusto di malinconica rassegnazione: è consapevole di fare parte di un’opera di finzione più grande, sa di essere un’eroina di fantasia che non può morire, né scappare, finché lo show non è davvero finito. 

Custer è già il nostro presente. Nella sua continua mediazione con le regole dello spettacolo, nel suo anelito inappagato verso una libertà forse impossibile, prefigura già le caratteristiche della attuale società interconnessa, con gli influencer, gli youtuber, i “creatori di contenuti” che portano alla ribalta nient’altro che loro stessi: i profili social che dobbiamo quotidianamente alimentare per saperci vivi, per trovare la nostra voce nel rumore della realtà.

Leggi tutte le puntate di “Shock in My Town”

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