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I geni dello Studio Ghibli

i geni dello studio ghibli dynit

Proprio mentre nelle sale cinematografiche giapponesi è possibile vedere l’ultimo film di Hayao Miyazaki, Dynit porta in Italia un volume imprescindibile per chiunque voglia approfondire la storia dello Studio Ghibli da un punto di vista esclusivo e interno. Si tratta di I geni dello Studio Ghibli, una raccolta di interviste, memorie, scritti di Toshio Suzuki, lo storico produttore che ha reso possibile una delle esperienze più affascinanti nella storia dell’animazione mondiale. 

Il libro ripercorre tutta la storia dello studio ed è suddiviso, per praticità, in capitoli dedicati ai singoli film. Per ovvie ragioni si inizia con Nausicaä nella Valle del vento, film di Hayao Miyazaki che fu realizzato prima della nascita dello Studio ma il cui successo ne rese possibile la genesi, con sede a Koganei, Tokyo. Ai tempi, infatti, Suzuki lavorava per Animage, una famosa rivista che si occupava di animazione. L’incontro con Hayao Miyazaki e le innate abilità imprenditoriali di Suzuki portarono alla creazione di uno studio di animazione destinato a cambiare il mondo del cinema e dell’animazione. 

Suzuki intuì l’unicità di Miyazaki, il suo perfezionismo a tratti ossessivo, la capacità di reinterpretare storie altrui secondo una sensibilità unica e irripetibile. Come dice lo stesso Suzuki, fu invece Miyazaki a voler coinvolgere anche Isao Takahata. E ciò che, innanzitutto, più stupisce nella lettura di questo volume è proprio il rapporto fra i due giganti, spesso conflittuale, in precario equilibrio. Un confronto costante che è però sempre stato caratterizzato da un rispetto reciproco indiscutibile.

Se, nella narrazione contemporanea, quando si parla di Ghibli si parla spesso di Miyazaki, in questo volume emerge quanto la figura di Takahata sia stata importante nel portare su un nuovo livello qualitativo anche i film del primo. Dalle parole di Suzuki, infatti, sembrerebbe che Miyazaki – che di fatto nasce come allievo di Takahata – abbia fatto di tutto per superare il suo maestro. Ogni suo lavoro puntava a un’eccellenza voluta per surclassare il lavoro del collega

Takahata, d’altra parte, ne esce descritto come una figura riottosa, come se per tutta la vita non avesse voluto fare ciò che ha fatto. Per ogni film, Suzuki ha dovuto lottare con Takahata per convincerlo, anche quando la materia narrativa era perfetta per le sue esigenze autoriali. E una volta convinto, Takahata ha sempre messo in difficoltà lo Studio a causa dei continui ritardi di produzione, i quali facevano letteralmente impazzire Miyazaki che, d’altro canto, cercava (non riuscendoci) di ridurre questi ritardi. 

Sia chiaro, i ritardi di produzione di cui parla Suzuki in I geni dello Studio Ghibili non hanno a che fare con qualche forma di pigrizia o di impreparazione, quanto con il desiderio assoluto dei due autori di portare il livello qualitativo delle loro opere su un gradino sempre più alto, facendo lievitare i budget e ammattire il povero Suzuki, che si ritrovava spesso a cercare di risolvere situazioni assurde.

Procedendo con la lettura, ci si accorge velocemente di quanto fossero distanti i metodi lavorativi dei due. E di quanto fossero accentratori. Eclatante è il momento in cui entrambi riconoscono il talento di Yoshifumi Kondō (poi animatore di Porco rosso) e se lo contendono, rifiutandosi di continuare a lavorare al proprio film se non l’avessero avuto per sé. Miyazaki e Takahata sembrano due bambini che litigano su tutto ma che si vogliono bene come fratelli. Ma se Miyazaki ha sempre avuto coerenza nel mettere in scena i suoi film e, anche per motivi indipendenti da lui stesso, un crescente successo, Takahata ha spinto sempre più verso un linguaggio sperimentale che ci ha regalato opere straordinarie come Una tomba per le lucciole e La storia della principessa splendente, gioielli indiscussi ma che hanno incassato molto poco, facendo vacillare la stabilità economica dello Studio Ghibli. 

Tra le righe scritte da Suzuki è possibile vivere un’esperienza unica, ripercorrendo la storia dello Studio Ghibli da un punto di vista impossibile, quello interno e confidenziale. Ed è grazie ai segreti raccontati dall’autore che emerge anche come, di fatto, l’ingombrante personalità dei due abbia portato lo studio a diventare un’esperienza a se stante, incapace di avere un’eredità. 

C’è un momento in cui, parlando della lavorazione de I miei vicini Yamada, Suzuki racconta di come Takahata si fosse affidato al talento di un giovane animatore. Quel talento fu subito riconosciuto da Miyazaki che lo volle per La città incantata. Ma, quando si accorse che questa persona era incapace di seguire minuziosamente le direttive del regista, Miyazaki lo allontanò, dicendo che preferiva un discreto esecutore che un talentuoso animatore. Quell’animatore era Shinji Hashimoto, colui che ha animato la sequenza mirabile della fuga sotto la luna in La storia della principessa splendente. In quell’evento, in quelle parole, si nasconde il senso stesso della grandezza di Miyazaki, ma anche il motivo per cui sarà impossibile che, scomparso lui, lo Studio Ghibli possa avere un futuro. 

I geni dello Studio Ghibli di Toshio Suzuki è così uno squarcio nel mondo segreto di una delle esperienze animate più immaginifiche degli ultimi quarant’anni, un’occasione irripetibile per addentrarsi in un universo creativo e folle come probabilmente non ce ne saranno più.

I geni dello Studio Ghibli
di Toshio Suzuki
Dynit, giugno 2023
brossurato, 312 pp.
22,90 € (acquista online)

Leggi anche: L’emozione di vedere l’ultimo film di Miyazaki a Tokyo

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