10 pagine di fumetti per capire Jim Lee

Jim Lee è tra gli ospiti internazionali di Lucca Comics & Games 2023 (1 – 5 novembre). Sarà presente al festival in collaborazione con Panini Comics.

Jim Lee, il disegnatore che si impose all’attenzione dei lettori alla fine degli anni Ottanta lavorando sui fumetti degli X-Men, poi co-fondatore di Image Comics e infine fumettista e dirigente per DC Comics da diversi anni, disegna come se al posto della grafite la sua matita fosse stata caricata di glassa per torte: è tutto lucido, imbellettato e colpisce il palato con la potenza di fuoco di mille stucchevoli zuccherini.

Parte della generazione che rivoluzionò il fumetto supereroistico tra gli anni Ottanta e Novanta, insieme a Rob Liefeld, Todd McFarlane, Marc Silvestri, Erik Larsen e While Portacio impose un nuovo stile, aggressivo e votato alla spettacolarizzazione. Allergici a qualsiasi tentativo di inamidare il disegno, Lee e gli altri portarono confusione e fascino, creando una nuova estetica e cambiando per sempre il fumetto supereroistico. La narrazione era messa da parte in favore di un fumetto illustrativo, fatto di pose, immagini grandi, dettagliatissime ed esagerate, dove qualsiasi elemento era spinto al limite: ogni risata spaccava i denti, se piangevi, dovevi svuotare tutte le lacrime che avevi in corpo, e la dimensione che avevi pensato per un’arma, la dovevi come minimo raddoppiare.

Di tutto il gruppo Image, Jim Lee è sicuramente quello meno estremo, il più attento al rispetto della norma e quello con un senso della misura che lo faceva fermare a un passo dal tracollo, appena prima di entrare nel territorio del grottesco come capitava a Todd McFarlane o Rob Liefeld, e quello che più si è inserito in un processo di normalizzazione.

La sua concezione del mondo resta quella patinata dove le donne hanno sempre il sedere appoggiato a bordo vignetta e qualsiasi uomo, dall’eroe al maggiordomo, ha esagerato con la panca piana, ma è indubbio che le pagine a fumetti di Jim Lee abbiano saputo conquistare milioni di lettori. Eccone 10 (+ un bonus) che rappresentano al meglio il suo stile e la sua carriera.

Uncanny X-Men 271, chine di Scott Williams (Marvel Comics, 1990)

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Punto critico – quarta parte del crossover Programma Extinzione – presenta la maggior quantità di vignette e pose talmente rappresentative dello stile di Jim Lee che basterebbe questo albo da solo per capirlo come disegnatore. Prendere esempi da un solo albo sarebbe, da una parte, ingiusto verso una carriera trentennale, eppure dall’altra anche molto indicativo del perché la miscela X-Men+Jim Lee sia stata così dirompente.

Nelle pagine a fumetti di Jim Lee, l’elemento decorativo – che fossero le ghiere dei costumi, le maschere in testa a Gambit, Jean Grey o Sabretooth, il tratteggio ereditato da Barry Windsor-Smith (e poi filtrato attraverso le lezioni di Frank Miller e Mike Mignola) – si fa esasperato, le anatomie lussuriose, le inquadrature sfrontate. Qui c’è tutto: il braccio di Wolverine pazientemente ricoperto di peli, i cavi e i tubi, il punto di vista ravvicinato, il gusto per l’anatomia.

Nella prima vignetta, un Wolverine come solo Jim Lee sa disegnarlo, che sferra un colpo a Cameron Hodge (il cattivo della situazione, un terrorista antimutante con un corpo cybernetico), la cui faccia finisce in primissimo piano e fa capire quanto devastante sia stato il colpo. Sotto, Psylocke sdraiata che punta il fucile contro lo spettatore. Chiudendola in una vignetta stretta e dal taglio obliquo, in cui il personaggio non riesce nemmeno a stare per intero, Lee esalta la figura e la fa sembrare un corpo enorme, come ancora più grande appare l’arma che impugna.

«Quello che sto cercando di fare ora è esagerare» disse Lee in un’intervista del 1991 apparsa su Marvel Age 104. Fatto ribadito nel 2021, commentando il proprio lavoro: «Forme grandi, forme grandi. Volevo disegnare queste forme grandi, questi personaggi enormi che occupavano la tavola, spingere il limite di cosa si potesse fare con le pose dinamiche.» Qui di sicuro c’è riuscito.

X-Men 1, chine di Scott Williams (Marvel Comics, 1991)

Uno dei tratti stilistici del Lee maturo è che quasi ogni sua pagina è costruita attorno a una vignetta appariscente (nel cinema si direbbe money shot) che funge da àncora, quasi fosse una micro splash page su cui si poggia il resto della tavola. Già il bisticcio linguistico insito nell’idea di miniaturizzare un gesto che, in teoria, dovrebbe prendersi tutto lo spazio possibile rende l’idea di un’energia compressa. Questa pagina ha un’evidente vignetta àncora, la prima con Xavier e Jean Grey, attorno a cui si sviluppa il resto della sequenza.

In questa pagina vediamo anche una scelta di regia che adotta spesso: un’inquadratura che mostra l’azione solo attraverso le silhouette dei personaggi, spesso in una vignetta lunga e stretta (a volte usata nelle scene d’azione, per ritmare sequenze molto disegnate, qui è sfruttata come uscita di scena, in maniera molto efficace).

Come succede nel resto dell’albo, a Lee importa davvero poco di cosa succede nelle altre vignette. Tutto il suo impegno sta lì, il resto è rumore bianco, tessuto connettivo per mandare avanti la storia o per giustificare i dialoghi dello sceneggiatore Chris Claremont. Quel primissimo piano di Jean Grey, intenso e un po’ lascivo, farebbe pensare a una dichiarazione forte, dirompente, invece Lee lo mette lì come un bel tassello, per puntellare un dialogo abbastanza piano. Il ragionamento è tutto estetico, non narrativo.

WildC.A.T.s 1, chine di Scott Williams (Image Comics, 1992)

Tanto nella storia quanto nei disegni, WildC.A.T.s – l’esordio di Jim Lee come editore con la sua etichetta Wildstorm – è gli X-Men senza gli X-Men: un cast di personaggi variopinti, caratterizzati nel modo più appariscente possibile, disegnati in maniera lusinghiera anche nelle peggiori delle condizioni.

Qui ci sono un po’ di cose in cui Lee ha sempre dimostrato talento: i grandi faccioni, di profilo e non, e la tecnologia. Certo, potrebbe sfuggire il senso di raffigurare i volti dei personaggi a tutta pagina, in particolare quello di Spartan (a sfavore di tutta quella sequenza d’azione relegata a piccole vignette sul fondo), ma sono certo che Lee risponderebbe con un «perché è figo» che mi zittirebbe seduta stante.

Deathblow 1, chine di Jim Lee (Image Comics, 1993)

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Non si direbbe, perché poi il suo stile è andato da tutt’altra parte, ma Jim Lee annovera tra i fumettisti che più l’hanno ispirato anche Frank Miller e Mike Mignola (sul divano di quest’ultimo Lee ci dormì pure all’inizio della sua carriera, quando, dopo i primi lavori Marvel decise di trasferirsi in California e fu ospite per qualche giorno da Mignola, nonostante non lo conoscesse nemmeno).

Quando Frank Miller scrisse e disegnò Sin City nei primi anni Novanta, Lee rimase folgorato e pensò di prendere quello stile e metterlo su una serie Wildstorm dal titolo Deathblow, con protagonista Michael Cray, un ex-membro dei Navy SEAL (le forze speciali della marina statunitense) che si allea con un’organizzazione religiosa per scongiurare l’arrivo dell’Anticristo.

Dalla prima tavola di Deathblow 1 appare chiaro come Lee abbia preso il Frank Miller di Daredevil e lo abbia mischiato con il Frank Miller di Sin City, in una storia che tratta di fanatismi, religione e combattimenti sanguinari. Lee prova a fare la sua migliore imitazione dell’autore, prendendone alcuni elementi che gli sono congeniali – su cui già Miller aveva insistito  – e li esaspera: i giochi con lo spazio negativo, il buio che crea luce, il panneggio, i profili dei personaggi.

Non c’è grande ragionamento dietro alla scelta di quei vezzi stilistici, li ha solo presi e replicati. Tuttavia, per Lee è una deviazione importante (ma breve: preso dalla gestione di Wildstorm, disegna soltanto i primi due numeri) che fa intravedere come sia duttile la sua mano.

Fantastic Four vol. 2 1, chine di Scott Williams (Marvel Comics, 1996)

La brevissima gestione di Jim Lee su Fantastic Four del 1996-97 è una specie di stupro legalizzato alla memoria di Jack Kirby e Stan Lee. Marvel Comics, che all’epoca era in bancarotta ed era alla disperata ricerca di un successo, subappaltò due serie alla Wildstorm di Lee (questa e Iron Man). E il buon Jim, insieme a Brandon Choi (che, ricordiamolo per far capire la caratura artistica dei suoi lavori, gli unici fumetti che ha scritto li ha scritti perché era amico di catechismo di Lee), riscrisse le origini del quartetto per gli anni Novanta, legando insieme i personaggi più famosi del canone in una storia quanto più vicina possibile a un blockbuster diretto da Michael Bay. Sulla carta un’idea neanche male che molti altri avrebbero replicato.

Peccato che la scrittura non abbia alcun guizzo e sia, anzi, appesantita da scene inutili buone solo per montare la panna e far salire il conto delle pagine*. E poi Lee fa un sacco di cose atipiche per il suo stile: stranamente, ci sono pochissime vignette àncore, tanta (mediocre) narrazione senza immagini d’impatto.

{*Non è un problema di per sé, ma se poi nello spazio in più che ti prendi non ci metti nulla di valido allora stai solo sprecando il tempo di tutti, tuo e dei lettori – no, solo dei lettori perché tu effettivamente sei stato pagato per quelle pagine, e nel caso di Lee anche MOLTO BENE.}

L’unica cosa interessante che fa, e che poi replicherà in casa DC, è quella di prendere la pagina in cui vengono raccontate le origini dei personaggi e aggiornarla. Nel caso dei Fantastici Quattro, ha preso la tavola a nove vignette in cui Kirby mostrava i raggi cosmici investire il quartetto, le ha tolto un po’ di polvere e l’ha fatta colorare dai coloristi di Wildstorm (che, come il resto delle etichette Image, possedeva le competenze tecnologiche più avanzate del mercato e offriva colorazioni digitali allo stato dell’arte).

Ma quello non è davvero Lee, è Lee che si mette i vestiti del nonno per vedere come erano buffi (per poi scoprire che quel maglione, sotto sotto, ha ancora il suo perchè). Il vero Lee sta in questa doppia pagina che rappresenta benissimo la differenza di approccio, non solo tra Kirby e Lee ma tra Lee e il resto del panorama: la Cosa è un corpo mostruoso, enorme, che occupa tutta l’immagine e lascia spazio solo a una Sue Storm in una posa pruriginosa. Qui sì Lee trova la sua quadra: Ben Grimm, trasformatosi nella Cosa, è massiccio, epico, inconcepibilmente grande. Queste sono le cose che facevano fomentare i lettori nel 1996, e non c’è da stupirsene.

La doppia tavola mostra una soluzione che adotta spesso, una pila di vignette a lato (destro o sinistro, in questo caso sinistro) in cui raccontare cosa succede nella scena e il resto della pagina dedicato al vignettone principale, al colpo di scena, o a una qualche esibizione – spesso corporea.

Diritto divino 1, chine di Scott Williams (Image Comics, 1997)

Maxiserie di 12 albi ambientata nell’universo Wildstorm (compaiono infatti personaggi di Wildcats e Gen13), Diritto divino racconta di Max Faraday, uno studente di fisica che, dopo un avventato download, entra in contatto con un’equazione che gli dona poteri divini. Max è ora il bersaglio di agenzie segrete e loschi figuri che sono alla ricerca dell’equazione. È una storia che pesca dalle novità e dalle mode di fine millennio: il mondo di Internet, delle chat (Max è fidanzato con una ragazza conosciuta online che non ha mai visto dal vivo) e dei download illegali.

Uscito tra il 1997 e il 1999, Diritto divino è l’ultimo fumetto creator-owned realizzato da Lee prima di vendere la casa editrice a DC Comics, nel bel mezzo della serializzazione di Diritto divino. Sarebbe dovuto anche essere l’unico fumetto mai scritto e disegnato interamente da Lee, ma, come prassi nelle carriera dell’autore, dopo il sesto numero e diversi ritardi, Lee dovette ricorrere prima all’aiuto di co-sceneggiatori e poi di disegnatori che emulassero il suo stile.

In questa doppia pagina tratta dal primo numero, l’agente Christy Blaze (che diventerà un’alleata di Max) è impegnata a scontrarsi con mostri. Design azzeccato di mostri e personaggio e inquadratura bella tosta che sembra uscita da un film di John Woo in cui vediamo da vicino i protagonisti: puro Jim Lee.

Batman: Gotham Knights 1, chine di Jim Lee (DC Comics, 2000)

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Nel 2000, Lee disegnò Diventare pipistrello, una storia breve in bianco e nero apparsa sul primo numero della testata Batman: Gotham Knights. A parte una copertina realizzata nel 1996 per Batman Black and White, questo era il primo vero incontro tra il fumettista e i supereroi DC.

Scritta da Warren Ellis, Diventare pipistrello mostra come Bruce Wayne abbia affinato il proprio intuito investigativo e sia diventato Batman. Lo vediamo studiare tutti i dopobarba sul mercato per riconoscerne l’odore, i fori che provocano le armi da fuoco per distinguere i vari calibri e poi vediamo come tutte queste attività apparentemente distanti dal suo lavoro da vigilante lo abbiano aiutato a risolvere i casi.

Per disegnare Diventare pipistrello, Lee abbandonò quasi tutte le convenzioni di stile che lo avevano reso famoso. Si spogliò di ogni orpello, si inchiostrò da solo e propose una versione accelerata dello stile di Frank Miller e Klaus Janson visto su Il ritorno del Cavaliere Oscuro: spazi aperti, linee secche, distorsioni. Come già era successo in Deathblow, dove però l’emulazione milleriana era ancora più marcata, queste pagine sono anche una dimostrazione di come parte dell’estetica di Lee sia in realtà dovuta allo stile dell’inchiostratore Scott Williams. 

Diventare pipistrello fu una prova generale per Batman: Hush, primo grande progetto per DC Comics. Non tanto per il segno, ma per l’approccio al personaggio. Lee sperimentò pose, soluzioni, prese confidenza con Batman e gli riuscì già abbastanza bene: la vignetta principale di questa tavola sarebbe stata ripresa quasi identica nella copertina di Batman 608, l’albo contenente il primo capitolo di Hush.

Batman 613, chine di Scott Williams (DC Comics, 2003)

Quando Lee all’inizio degli anni Duemila firmò un contratto in esclusiva con DC Comics, aveva ben chiaro il proprio obiettivo: disegnare storie dei personaggi bandiera dell’editore, Batman e Superman («non puoi dire di aver avuto una carriera piena se non hai lavorato con queste icone»), che sarebbero rimaste negli annali. Non voleva quello che definiva “il trattamento di lusso”, cioè un fumetto pubblicato come miniserie o graphic novel, voleva lavorare sulle serie regolari, fare l’operaio del fumetto che sforna tavola ogni mese a ritmo continuo. Era una sorta di sfida a sé stesso, dato che lui, insieme agli altri autori Image, era diventato famigerato per la scarsa capacità di rispettare le consegne.

Il prodotto di questa sfida (vinta) fu Batman: Hush, maxisaga scritta da Jeph Loeb in cui Batman deve sbrogliare il giallo dietro l’identità di Hush, misteriosa figura che gli sta rendendo la vita un inferno. Per quanto mi riguarda, siamo di fronte al capolavoro grafico di Jim Lee. Quello che a Lee non era venuto granché bene con i Fantastici Quattro, ora, con l’aiuto di Loeb, gli riuscì alla grande: un blockbusterone che rifiutava qualsiasi intellettualismo e passava in rassegna, come un best of, i personaggi e le situazioni più amate dai lettori: amorazzo con Catwoman, bisticciata con Joker, scazzottata con Superman, gara di sberle con Killer Croc.

Il lavoro su Hush è meno tratteggiato, ci sono più neri compatti, meno pennini e più pennelli. A un certo punto il colorista Alex Sinclair, dopo aver visto i fondali ad acquerello di Lilo e Stitch, pensò di colorare gli sfondi del fumetto con la stessa tecnica, per dare a Gotham un aspetto diverso, ma l’idea fu cassata da Lee, che però riutilizzò il suggerimento per dipingere con l’inchiostro i flashback nell’infanzia di Bruce, simulando delle tavole ad acquerello. 

In questa doppia pagina in cui Harley Quinn si scontra con Batman durante una serata a teatro, Lee non si tira indietro e disegna con dovizia di particolari questa enorme veduta di cui noi siamo spettatori in primissima fila, al centro dell’azione (e quando parlo di “dovizia” intendo dire che se guardate in basso a destra, tra il pubblico della sala, vedrete Jim Lee e i suoi collaboratori, e invece, appena sopra la scarpa di Batman, le testoline degli X-Men – molto camuffati, per ovvi problemi di copyright).

Arrivati a questo punto della storia Lee aveva ormai decodificato il suo Batman, un ibrido tra Frank Miller, Neal Adams e, appunto, sé stesso, in un equilibrio perfetto che non sarebbe più riuscito a replicare (in All Star Batman & Robin, The Boy Wonder, per esempio, adottò un Batman tutto milleriano: stazza importante, le forme meno smussate).

La posa di Harley è plastica, quasi distorta – si sta girando di scatto perché nella vignetta precedente guardava alla sua destra (e infatti vediamo la scia di proiettili che sta sparando muoversi da destra a sinistra) – ma senza mai arrivare a quella sensazione di uncanny valley per cui il lettore avverte che c’è qualcosa che non va nel disegno. È grazie a pagine del genere che Batman: Hush è diventato un bestseller fumettistico.

Batman 614, chine di Scott Williams (DC Comics, 2003)

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In Batman: Hush Lee decise di disegnare Joker prendendo il modello di Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, opera del 1989 in cui il disegnatore Dave McKean aveva stravolto l’aspetto di Batman e alcuni suoi cattivi.

Il Joker di McKean era una figura estrema, con una mascella allungata, mento a punta, occhi accerchiati da un nugolo di rughe. Jim Lee la prese e, come la solito, la normalizzò, rendendola figa, raccapricciante, ma più realistica, come se il personaggio di McKean avesse scavallato nel nostro mondo. È come quando, in un film, bisogna adattare al reale qualcosa di irreale. In questo, Jim Lee è molto bravo.

The Multiversity: Mastermen 1, chine di Scott Williams, Sandra Hope, Jonathan Glapion, Mark Irwin (DC Comics, 2015)

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Tra i grandi personaggi che ha disegnato in carriera, Superman è probabilmente quello meno adatto allo stile di Lee. L’eroe è un simbolo di speranza, incarna stoicità ma anche potenza, il suo volto emana compassione, la sua posa forza. Tutto ciò che Lee riesce a comunicare è la durezza, tanto nell’espressione (non ho dati concreti ma sono abbastanza sicuro che la gran parte delle facce mai disegnate da Lee abbia l’aria cupa e seriosa) quanto nei movimenti.

Non a caso, una delle opere più profondamente sbagliate della sua carriera resta Superman: Per il domani, fumetto che chiese a Lee l’impossibile, ossia scavare nell’intimo di Kal-El e tirarne fuori qualcosa che non fosse la voglia di tirare un pugno in faccia a un cattivo. C’è, però, una storia in cui il suo Superman tutto d’un pezzo ha una ragione d’essere: The Multiversity: Mastermen.

Nel raccontare, insieme allo sceneggiatore Grant Morrison, le vicende di una terra parallela in cui Superman è diventato l’arma segreta con cui Hitler ha vinto la Seconda guerra mondiale, Jim Lee si scoprì autore maturo, che era venuto a patti con il bisogno di riempire ogni vignetta di dettagli: forse anche per esigenze di tempo, trovò una sintesi, soprattutto negli sfondi; ma, di contro, cadde in un manierismo che lo portò a disegnare segnetti sbrigativi su ogni volto, perdendo la definizione e il fascino che avevano i suoi personaggi un tempo (e poi, direste mai che il protagonista di questa scena ha 20 anni?).

Cosa resta, distillato dall’esperienza e dagli anni, di Jim Lee? Questa doppia immagine in cui l’osservatore, dal basso, vede Superman (che in questa realtà si chiama Overman) marciargli incontro, librandosi in aria. È una scena imponente, temibile, quasi inquietante. Ma questo, forse, è anche l’effetto che fa vedere il patinato Jim Lee prestato alle sofisticazioni di Grant Morrison.

Bonus: la copertina di X-Men 1, chine di Scott Williams (Marvel Comics, 1991)

jim lee pagine fumetti disegni

La copertina completa di X-Men 1, l’albo a fumetti più venduto di sempre, è composta da quattro tavole, ognuna delle quali è stata utilizzata come variant cover. La sfida dunque era quella di creare quattro immagini che avessero senso sia da sole che insieme. Lee è costretto a piegare la realtà cercando di realizzare una veduta prospettica in cui gli X-Men, da sinistra a destra, vanno all’attacco di Magneto, che sta in primo piano rispetto agli altri. I primi personaggi che vediamo dovrebbero quindi essere molto più piccoli, perché più distanti da noi, per poi avvicinarsi e ingrandirsi fino ad arrivare a Magneto.

In realtà, Lee risolve questa contraddizione (che porterebbe la prima copertina ad avere dei protagonisti piccolissimi e un ambiente vuoto) componendo l’enorme veduta su tre piani: il primissimo, rappresentato da Magneto, un enorme secondo piano, evidenziato da una scenografia di rocce e macerie su cui è inciso il nome della testata, e un terzo, stretto come il primo, in cui sono confinati Jean Grey, Arcangelo e il Professor X. Dato che gran parte dei personaggi occupano lo stesso piano, non c’è grande dinamismo: l’occhio fa fatica a trascinarsi attraverso l’immagine, perché si ferma su quel gruppo di personaggi disegnati tutti delle stesse dimensioni.

La sensazione è più contemplativa che dinamica. Così, per accelerare il ritmo, Lee cerca di dare delle pose d’azione a ogni personaggio, poi prende l’Uomo Ghiaccio e lo mette su uno scivolo di ghiaccio per creare del movimento. Alla fine, nello sfondo rimasto vuoto della seconda copertina (quella con Colosso, Psylocke, Gambit e Rogue) ci mette quattro linee cinetiche belle spesse che non hanno alcuna ragione di esistere se non per colmare lo spazio e aggiungere movimento.

Il risultato è un’illustrazione che forse resta ancora un po’ statica, ma che, grazie alla cura nel disegnare i personaggi, e alla storicità dell’albo, è rimasta tra le più memorabili della carriera di Jim Lee.

Leggi anche: Jim Lee, l’ultima superstar del disegno

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