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Mondi POPAnimazione"Frozen", l’ultimo grande successo di Disney

“Frozen”, l’ultimo grande successo di Disney

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Se pensate agli ultimi dieci anni dello studio d’animazione Disney, domina un generale senso di sconforto. L’ultimo decennio del canone disneyano è composto da una sfilata di pellicole spesso poco brillanti, a volte nemmeno brutte, solo prive dell’ambizione di essere qualcosa di più del generico prodotto per tutti.

Solo il tempo potrà dirci se tra qualche anno spettatori di tutte le età torneranno a guardare Big Hero 6, Ralph spacca Internet, Raya e l’ultimo drago, Strange World o Encanto (il cui tormentone Non si nomina Bruno mi sembra sia durato il tempo di uno starnuto). E persino l’ottimo Zootropolis fatica a tenere saldo il proprio posto nella memoria collettiva. Non credo, invece, che ci dimenticheremo mai di Frozen. E non perché abbia incassato di più, ma perché si è incollato, pervasivo, a ogni modo in cui noi spettatori consumiamo un film, guardandolo al cinema, in televisione, sul telefono, ascoltandone le canzoni, vestendoci come i suoi personaggi, comprando oggetti con le loro facce stampate sopra.

Sulle orme di Hans Christian Andersen

Era quasi dagli esordi della Disney che La regina delle nevi, la fiaba di Hans Christian Andersen del 1845, attendeva di essere adattata. Negli anni Trenta, l’animatore Marc Davis era tornato dalla Scandinavia dicendo a Walt Disney che le storie di Andersen avrebbero potuto fornire materiale per i film dello studio. E infatti nel 1931 uscì nei cinema il cortometraggio The Ugly Ducking (in Italia Il piccolo diseredato), basato su Il brutto anatroccolo, mentre Disney incaricò alcuni artisti di sviluppare visivamente altri soggetti di Andersen (tra di loro anche Kay Nielsen, che realizzò dei disegni molto particolari per una versione abortita de La Sirenetta).

Al 1939 risale inoltre un misterioso faldone intitolato “The Snow Queen” di cui non sappiamo quasi nulla, se non che si trattava probabilmente di un’idea per un film co-prodotto con Metro-Goldwyn-Mayer che avrebbe dovuto raccontare la vita di Andersen: mentre la MGM mi sarebbe occupata di girare la biografia dal vivo, lo studio Disney avrebbe animato alcune scene d’intermezzo basate sulle fiabe dell’autore. L’idea arrivò nei cinema solo nel 1952, senza il coinvolgimento di Disney, con il titolo di Il favoloso Andersen. Anni più tardi, nel 1977, sempre Marc Davis realizzò dei bozzetti di prova per una giostra a Disneyland basata su La regina delle nevi e pensata come un immenso palazzo rinfrescato in cui i visitatori si sarebbero potuti rifugiare nelle torride giornate d’estate.

Per vedere ricomparire The Snow Queen tra i progetti cinematografici Disney bisognò aspettare circa sessant’anni. Negli anni Novanta, vari gruppi di lavoro si avvicendarono nel tentativo di portare la fiaba sul grande schermo: Gaëtan e Paul Brizzi, che gestivano lo studio satellite di Disney in Francia, avevano adocchiato il progetto con l’intenzione di dirigerlo, ma abbandonarono l’azienda prima di potervi davvero mettere mano; lo scenografo Paul Felix realizzò delle illustrazioni per una versione che avrebbe dovuto dirigere Dick Zondag (We’re Back! – 4 dinosauri a New York); negli anni Duemila il designer Harald Siepermann disegnò delle prove per una Regina delle nevi che stava a metà tra un soggetto di Klimt e, come disse Siepermann, «una giovane Meryl Streep».

Tre idee visive per la Regina delle Nevi realizzate da Harald Siepermann nei primi anni Duemila.

Il film fu messo da parte e poi ripreso più volte, per due ragioni: una era il grado l’attrattività in quel dato momento storico di una storia classica con protagonista una principessa – un’idea non molto di moda nel periodo in cui spopolavano per esempio i film postmoderni e sarcastici come Shrek; l’altra era che La regina delle nevi era difficile da adattare per il cinema. Si trattava infatti di una storia visivamente interessante, ma con una trama molto esile. La fiaba racconta infatti di Kay, un bambino che viene incantato dalla regina delle nevi con un bacio e poi portato nel castello di quest’ultima, e della sua amica Gerda, che si imbarca in un viaggio per sciogliere il cuore ghiacciato di Kay. Attorno a questo canovaccio Andersen costruì una vicenda dispersiva, piena di simboli, situazioni scollegate, sezioni quasi autoconclusive e con un personaggio, quello della regina delle nevi, che pur dando il titolo alla storia era relegato a figura secondaria.

Nei primi anni Duemila, mentre l’industria dell’animazione stava vivendo un momento di transizione tumultuoso, con l’avvento della tecnologia digitale, The Snow Queen fu affidato a Glen Keane, storico animatore Disney che aveva dato vita ad Ariel, la Bestia, Aladdin e Tarzan. Keane accarezzava l’idea di passare alla regia e immaginò il film come un connubio tra animazione al computer e tradizionale, alla ricerca di un effetto dipinto che sfruttasse al massimo la tecnologia “deep canvas” (la stessa che aveva permesso le coreografiche sequenze di parkour nella giungla di Tarzan).

Non c’era una storia ma solo una serie di spunti che niente avevano a che fare con la fiaba: uno, ispirato a La bisbetica domata, in cui la Regina delle Nevi ha un un cuore di ghiaccio che solo l’uomo giusto riuscirà a sciogliere; un altro in cui Kay parte per mare su una baleniera per fare colpo su Erica (cioè Gerda). Tuttavia, nessuno di questi tentativi sbloccò l’impasse, e Keane decise di passare a un altro progetto, un adattamento di Raperonzolo che sarebbe poi diventato Rapunzel – L’intreccio della torre.

Da Disney a Pixar e ritorno

Poco dopo, come racconta il libro DisneyWar, l’allora amministratore delegato di The Walt Disney Company Michael Eisner disse che, nel caso la Disney fosse riuscita a rinnovare l’accordo con la Pixar per produrre nuovi film, The Snow Queen sarebbe passato a quest’ultima. John Lasseter, regista di Toy Story e direttore creativo degli studi Pixar, voleva infatti fare un film con le principesse e si era innamorato della storia di Andersen anni addietro, dopo aver visto le illustrazioni di Felix durante una delle visite agli studi Disney.

Nel frattempo Disney comprò la Pixar, e l’idea per The Snow Queen passò nel 2006 ad Alan Menkel e Glenn Slater, che avrebbero dovuto scrivere canzoni per un musical per Tokyo DisneySea, un parco a tema all’interno del Tokyo Disney Resort di Urayasu, in Giappone. Il musical fu cancellato per ragioni non precisate, anche se circolano due versioni ufficiose: una secondo cui sarebbe stato troppo costoso smantellare i set del precedente spettacolo e costruire quelli per quello nuovo, l’altra che Disney aveva dato precedenza alla versione cinematografica, su cui pare che effettivamente Menken e Slater abbiano poi lavorato insieme al regista Mike Gabriel (Pochantoas) per un breve periodo.

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Nel 2008 John Lasseter, diventato intanto capo creativo degli studi Disney in seguito all’acquisto della Pixar, diede mandato a Chris Buck (co-regista di Tarzan, poi passato a Sony Pictures Animation per dirigere Surf’s Up – I re delle onde) affinché provasse a sbrogliare l’adattamento. Buck propose una versione musical della storia e iniziò a collaborare con il musicista Robert Lopez e la paroliera Kristen Anderson sulle canzoni da intessere nella trama. Buck ebbe inoltre l’intuizione di concentrarsi su un’idea: il personaggio con il problema del cuore di ghiaccio che viene sciolto da un atto di vero amore tra i personaggi, senza la solita dinamica amorosa tra principessa e principe/avventuriero.

Nonostante le numerose – e spesso radicalmente diverse – versioni, questo elemento rimase immutato, perché, a detta di tutti, era la chiave del film. Il resto non sembrava però coagularsi a dovere: la Regina delle Nevi, ora chiamata Elsa, doveva essere l’antagonista o l’eroina? Quali erano i contrasti che avrebbero dovuto portare avanti la storia? Così, a un anno e mezzo dalla data d’uscita, si aggiunse al gruppo Jennifer Lee, sceneggiatrice che stava lavorando a Ralph Spaccatutto e che aiutò Buck e il gruppo di lavoro a ripensare il film e fissare altri punti cardinali: Elsa sarebbe stata co-protagonista insieme alla sorella Anna e il film avrebbe esplorato il rapporto tra sorelle, così di rado indagato nei cartoni Disney.

«Le fiabe e le storie di principesse sono spesso dominate dal romanticismo, nessuno si è mai concentrato sulla relazione tra fratelli e sorelle» disse Lee nel libro The Art of Frozen. «La produzione radunò tutte le donne che avevano delle sorelle e condividemmo i nostri conflitti, i tormenti e i momenti d’affetto. Ci divertimmo a esplorare cosa fanno le sorelle, dal contendersi i vestiti a problemi più seri, come non sapere come aiutarsi nelle difficoltà.» Invece che Snow Queen, Disney scelse di intitolarlo Frozen (“congelato”). Come già successo per Rapunzel, che nella versione originale si intitola Tangled (“aggrovigliato”) per non dare l’impressione che fosse «un film di principesse» e poter quindi allargare il pubblico potenziale.

Visivamente, Buck cercò il gusto stilizzato di certi classici Disney come La carica dei 101 e La bella addormentata nel bosco, ma fu soltanto il viaggio in Norvegia, Paese che i realizzatori avevano scelto come riferimento per il mondo di Frozen, a stravolgere le convinzioni della troupe: «Rimanemmo di stucco dalla quantità di motivi e decori intorno a noi» disse lo scenografo David Womersley. «C’erano superfici, forme, decisamente norvegesi – negli intagli, nei mobili, nei palazzi. Voleva portare quel gusto ardito per il decoro nel film, ma controllarlo affinché non sovrastasse i personaggi.»

In particolare, gli autori si innamorarono del rosemaling (“pittura a rose” in norvegese), stile decorativo della Norvegia rurale settecentesca apprezzato per la sua eleganza giocosa, tra colori vivaci e intricati dettagli. Sarebbe stato il codice visivo che avrebbe contraddistinto scenografie e costume. John Lasseter approvò l’idea, ma consigliò di non esagerare per evitare che «i personaggi sembrino centrini ambulanti».

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Il successo di Frozen

Uscito il 27 novembre 2013, Frozen guadagnò oltre un miliardo di dollari nei cinema di tutto il mondo, diventando il film d’animazione con il più alto incasso di sempre – record poi superato da Il re leone, Frozen II e di recente Super Mario Bros. – Il film. Il successo del film trascese il semplice riscontro critico o al botteghino, o perfino quello commerciale in senso lato (oggettistica e prodotti su licenza): Let It Go, il brano con cui Elsa dà sfogo ai propri poteri, diventò virale come poche altre ballate Disney avevano saputo fare. Ma non rimase soltanto una canzone trascinante e orecchiabile, si trasformò in un passepartout al cui interno il pubblico ha individuato istanze di rappresentazione, messaggi di accettazione, inni per superare un momento di crisi o sconforto. Le principesse erano «tornate a essere una figata».

Adam Sternbergh sul New York Times nel 2019 scrisse che «il film mette in scena una storia ingegnosa e raccontata sapientemente sulla devozione sororale» e confessò che, dopo essere stato costretto a vederlo innumerevoli volte insieme alla figlia, ne aveva cominciato ad apprezzare dettagli, recitazione, scrittura e composizione. Pur inserendo degli elementi di novità e di rottura, Frozen è un film profondamente disneyano, anzi, un film che ricalca talmente tanto le strutture dei musical Disney degli anni Novanta da essere una copia carbone de Il re leone (al punto che il co-regista di quest’ultimo ammise a Fumettologica di non aver gradito molto il parallelismo). Ma cosa ha reso Frozen un film, e poi un franchise, capace di lasciare un segno nell’immaginario comune?

Nel 1983 l’economista Barry Litman cercò di stabilire i fattori che contribuiscono al successo di un film. Conducendo un’analisi empirica dei dati, Litman prese in considerazioni tre aspetti, il contenuto, la programmazione e la promozione, e notò che pesavano più alcuni fattori rispetto ad altri: il genere, per esempio, che fosse un dramma o una commedia, era abbastanza irrilevante, e le storie contavano molto di più sulla fama degli attori coinvolti. La data d’uscita era importante, ma secondaria, a eccezione del Natale, periodo che era in grado di convertire in spettatori persone che durante il resto dell’anno non frequentavano la sala. La promozione, infine, incideva solo se veicolata attraverso il passaparola del pubblico. Grandi campagne di marketing, recensioni e premi erano importanti, ma non quanto ci si aspetterebbe. Litman concludeva la sua ricerca affermando che stabilire l’andamento al botteghino di un film era difficile ma fattibile, ciò che davvero era impossibile era prevedere il successo sensazionale di certi film-evento.

Nel 2009, Dean Simonton, ricercatore presso l’università della California, provò a risolvere l’enigma e, pur riscontrando che i tre criteri di Litman erano ancora validi, capì che le variabili erano tantissime ed era difficile trovare una formula: a volte le recensioni e i premi avevano un peso, altre volte contava la finestra d’uscita, altre ancora era la fama degli attori a riempire le sale. Ma anche per Simonton – e per gli altri ricercatori che hanno studiato il tema – la ragione per cui un film diventa così popolare e convince la gente ad andare a vederlo, perché «è la cosa che fanno tutti», è imperscrutabile. «Una cosa è predire il successo di un film», ha detto Simonton al New Yorker, «un’altra prevederne la viralità. Se qualcuno lo sapesse, probabilmente avrebbe un lavoro assicurato in Disney». D’altronde, in casi estremi come quello dei Minions, basta anche solo il colore giusto e una voce buffa. Come scrisse lo sceneggiatore William Goldman in Adventures in the Screen Trade, «nessuno sa niente».

Insomma, il film ha conquistato gli spettatori con la buona fattura, le canzoni e l’amabilità dei personaggi. Non solo Olaf, prevedibile mascotte della pellicola, ma soprattutto Elsa e Anna, due personaggi che hanno conquistato in particolare le bambine con ogni loro aspetto, dagli abiti alla personalità. E poi un’alchimia impalpabile ha tenuto insieme tutti questi elementi. Che sia impalpabile lo si capisce anche dal fatto che il sequel, Frozen II, pur avendo incassato ancora di più, non ha lasciato traccia nell’immaginario.

Dopo Frozen, il nome di Jennifer Lee è diventato uno dei più importanti del settore, e la sceneggiatrice ha toccato quasi tutti i film di questo decennio, in maniera diretta o attraverso la sua supervisione, in qualità di direttore creativo dello studio, ruolo che detiene dal 2018. E un po’ tutti, anche due della vecchia guardia come Ron Clemens e John Musker (La sirenetta, Aladdin, Oceania), hanno tentato di ricopiare quel modello: protagonista femminile, conflitto interiore più che esterno, spesso senza un vero cattivo, e una geospecificità nell’ambientazione attenta a rappresentare la tradizione culturale di quel luogo senza stereotipi. Ma niente ha saputo catturare le attenzioni del pubblico come Frozen. Ultimo, nuovo, classico Disney.

Leggi anche: “Robin Hood”, come fare la Disney senza Walt Disney

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