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RubricheShock in My TownDa Lovecraft a l'Eternauta, la città come incubo collettivo

Da Lovecraft a l’Eternauta, la città come incubo collettivo

Un viaggio nelle storie di ieri e di oggi per provare a immaginare il nostro futuro. "Shock in My Town", una rubrica di Fumettologica a cura di Davide Scagni. Il martedì, ogni 15 giorni.

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Il volume edito da Mondadori che raccoglie tutti i racconti di H.P. Lovecraft (acquista online)

Nel racconto di Howard Phillips Lovecraft Dall’altrove (1920), si ricava quello che è forse uno dei primi esempi di realtà aumentata in letteratura. Il narratore viene invitato da un vecchio amico, il filosofo e scienziato Crawford Tillinghast, a sperimentare una macchina elettrica che è il frutto delle sue numerose ricerche nel campo dello sviluppo della ghiandola pineale. L’idea alla base della macchina è la possibilità di penetrare una realtà differente da quella normalmente percepibile attraverso i cinque sensi. 

Esistono infatti – secondo Tillinghast – altri sensi che giacciono come addormentati, da noi ereditati fin dal principio della nostra evoluzione, «quando da semplici elettroni ci siamo trasformati in esseri organici». La macchina consente dunque di vedere forme e colori, come l’ultravioletto, solitamente non percepibili a occhio nudo. Forme che attraversano lo spazio a noi conosciuto, messaggi provenienti da un Altrove che intreccia il nostro mondo sensibile, invisibile e allo stesso tempo costantemente presente. 

La macchina accesa rende accessibile questa nuova realtà, fatta di ombre e macchie irriconoscibili. Il narratore ha la sensazione di perdere solidità, mentre grandi cose animate camminano e scivolano attraverso il suo corpo. «D’improvviso anche a me sembrò di possedere una vista “aumentata” e sul caos di luci e ombre si impose un’immagine che, per quanto vaga, aveva una sua permanenza e consistenza. Era in un certo senso familiare, perché la parte insolita era sovrapposta alla scena terrestre come un fotogramma cinematografico proiettato su un sipario.» 

L’immaginario lovecraftiano di oltre cento anni fa si sta realizzando, in una prospettiva forse meno angosciante, nella realtà mediatizzata delle nostre città. L’idea novecentesca della grande metropoli, lo spazio urbano razionale e meccanizzato, costruito apposta per contenere grandi masse di lavoratori nelle fabbriche o nei grandi palazzi di vetro che ospitano le élite finanziarie ed economiche, negli ultimi anni sta evolvendosi in qualcosa d’altro: «la città a forma di lavoro», per usare la felice espressione di Giorgia Kelley nella sua deriva situazionista da expat precaria lungo le strade di Manchester (Strange Rage, 2022), sta mutandosi in una “città a forma di immaginario“, o meglio di più immaginari, molteplici e compresenti. 

Con la pandemia, le strade hanno perso consistenza, attraversate dai fantasmi dei nostri desideri precari e volatili. Spazi reali e fantastici si influenzano reciprocamente, per costruire mondi futuristici a misura del mercato, a suggerire nuovi orizzonti sensoriali e nuovi bisogni da soddisfare. Un’installazione virtuale come Torre Velasca QRCode realizzata a Milano in occasione della Design Week 2023 dalla designer Elena Salmistraro, in collaborazione con Hines, propone una visione completamente nuova della città, reinterpretando la forma della Torre Velasca in una versione innovativa e straniante: è come se l’estetica di Paolo Bacilieri si fosse unita alla visionarietà di Hayao Miyazaki

La città immaginata sta prendendo il posto della città reale, uno spazio aperto al consumo in cui scompaiono alla vista tracce di povertà e degrado: come in un programma di manipolazione delle immagini, la città cancella gli elementi distonici alla narrazione, crea un mondo lucido e ripulito in cui non ci siano fastidiosi segnali ad alimentare le nostre paure o i nostri sensi di colpa. Oggi, e presumibilmente ancor di più in futuro, lo spazio reso aumentato dalle nuove tecnologie ci consente di estendere la nostra percezione verso altre dimensioni, intrecciando mezzi e modalità di percezione del reale. 

L’immagine fotografica e il disegno si compenetrano, per creare nuove città immaginarie in cui condividere sogni alla portata di tutti. Ma, a ben guardare, queste realtà aumentate sono sempre promesse non mantenute: frammenti di un immaginario che mai si realizza fino in fondo. Superato l’iniziale entusiasmo, ci scopriamo sempre ancorati alla solita realtà di vetro e cemento, traffico e sporcizia. Fino alla prossima illusione che attirerà la nostra attenzione, per un po’. 

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La copertina de “La città” di Barreiro e Gimenez, nell’edizione di 001 (acquista online)

Il rischio è di restare imprigionati in un inganno che si autoalimenta, eterno e senza via d’uscita. In La città di Ricardo Barreiro e Juan Gimenez (1982) il protagonista Jan una sera dopo il lavoro si ritrova a vagare per le strade di una metropoli che all’improvviso non riconosce più. Lungo un cammino senza direzione, in cerca solo di cibo e di riparo, Jan e la sua nuova compagna Karen percorrono una serie di realtà urbane “aumentate” da un immaginario terrificante e alieno. Si trovano imprigionati dentro un enorme supermercato controllato dalle macchine, incontrano il re dei topi, si liberano di uno zelante poliziotto che uccide chi non rispetta il codice della strada, fanno l’amore in una metropolitana deserta che collega Passato e Futuro, fino a fermarsi in una stazione dal promettente nome di “Speranza”. 

In un contesto urbano feroce e inospitale, che sembra aver smarrito le coordinate tra realtà e immaginazione, i due personaggi visitano quartieri isolati che cercano di preservarsi dal male del mondo, sostano in parchi verdi che sono in realtà piante carnivore decise a cibarsi dei loro visitatori e sfuggono al sacrificio da parte di una setta del dio Cthulhu. Torna dunque Lovecraft, che forse per primo riconobbe la portata di un fenomeno che avrebbe definito l’etica, l’ideologia e la religione degli anni a venire. 

Solo i mostri del loro stesso immaginario – Dracula, l’Uomo Lupo, il Mostro di Frankenstein, l’Uomo Invisibile, l’Alieno xenomorfo – aiutano i protagonisti a sfuggire a un’orda di creature distruttive e fameliche, create da chi sa chi per il divertimento di chi sa cosa. Come se la salvezza potesse arrivare da una materia familiare, “la stessa dei vostri sogni”, in opposizione a un immaginario esogeno e forzato, costantemente mutevole, guidato solo dalle esigenze della propria sopravvivenza: quello della Città, appunto. 

Arrivati infine al Centro, l’unico quartiere apparentemente pacifico della Città, Jan e Karen incontrano Juan Galvez, il personaggio creato da Héctor Oesterheld e Francisco Solano López noto come l’Eternauta. Lui solo – grande naufrago dell’Infinito, combattente delle guerre di ogni tempo, testimone privilegiato di ogni conquista e di ogni schiavitù – può rivelare loro la verità della Città: «Forse un esperimento fatto da una superiore razza extraumana, o un incubo collettivo. E se nessuno esistesse realmente? Se fossimo tutti personaggi di un romanzo, di un film o di un fumetto?». 

Nella domanda finale di Juan Galvez, che è anche una rivelazione destinata a rimanere inascoltata, riecheggiano le paure del nostro presente e le ansie del nostro futuro: i fantasmi inquietanti di un Altrove sempre più affamato di immaginari.

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