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L’orrore insensato e disumano dei fumetti di Harry Nordlinger

Tendenze e direzioni della pop culture viste da chi non riesce a farne a meno, anche se vorrebbe. "Sofisticazioni popolari": una rubrica di Fumettologica a cura di Marco Andreoletti. Il giovedì, ogni 15 giorni.

vacuum decay harry nordlinger comics
La copertina del primo numero di “Vacuum Decay”

In apparenza, Vacuum Decay è un’antologia horror alla vecchissima maniera. Ogni racconto a fumetti contenuto nella fanzine autoprodotta è una piccola parentesi di orrore assoluto, fatta spesso di disegni approssimativi e di provocazioni grossolane e offensive. Tanto per chiarire a cosa si andrà incontro, nel primo numero trova abbondante spazio Mike Diana, uno dei padri nobili del fumetto più depravato. 

Nel suo racconto – dalle tinte squisitamente white trash che richiamano alla memoria pellicole come Gummo o Trash Humpers – conosciamo il piccolo Tim, un ragazzo dolce e gentile, amante della natura. Peccato che suo padre non la pensi esattamente alla stessa maniera. Dopo aver costruito un’enorme friggitrice in giardino e minacciato il figlio con un fucile solo per avere espresso l’idea di diventare vegetariano, pensa bene di immergere nell’olio bollente tutti gli animaletti che tanto gli stanno a cuore. 

L’aspirante animalista, disperato, fa di tutto per salvarli, ma finisce anch’esso nel calderone. Dopo aver estratto il cadavere del povero ragazzo e averlo maledetto, il genitore pensa bene di seppellirlo e di urinare sulla sua tomba. Come in ogni racconto alla Creepshow che si rispetti, il morto per frittura tornerà per reclamare la giusta vendetta, ma finirà mangiato – con grande soddisfazione – dal folle padre. Che sarà però punito, nel più classico dei contro finali, da un tremendo attacco di diarrea. Insomma, non proprio un racconto per tutti i palati. Proprio come piace a Diana.

Se questo esempio non bastasse a rendere l’idea del tenore dei contributi contenuti nella raccolta potremmo citare quello di Karmichael Jones, uno dei fumettisti più talentuosi del lotto. Nella sua storia Have You Seen Me?, un uomo qualunque viene coinvolto da un mostruoso sconosciuto in un amplesso telefonico che pare essere la versione depravata e fine a se stessa delle visioni tecnorganiche di David Cronenberg. La cornetta della cabina telefonica a cui risponde passerà dall’essere un occhio bagnato di lacrime a una vagina, fino a una sorta di via di mezzo tra i due organi. Il tutto reso con un tratto incerto e tremolante, spoglio nonostante l’abbondanza di particolari e tratteggi. 

Anche se il punto di partenza di tutta l’operazione Vacuum Decay potrebbe essere riconducibile a un horror adolescenziale intriso di Lucio Fulci e death metal – mi pare sia chiaro come per adolescenziale si intenda un adolescente di almeno 30 anni fa – in realtà nella gran parte delle storie contenute in queste pagine si respira un’atmosfera asfitticamente mortuaria e nichilista, come se si volesse spingere il consueto pugno allo stomaco da colpo di scena horror oltre i limiti dell’albo. Confine fisico oltre il quale non c’è nulla. 

A questo punto, nonostante l’approccio da exploitation pura e dura, risulta chiaro come l’intento dietro tutta l’operazione sia molto più cupo e disperato di quanto ci si aspetterebbe. Lo si capisce fin dal titolo di questa antologia, Vacuum Decay, termine fisico utilizzato per richiamare una spettacolare fine dell’universo. In poche parole si tratta di un cambiamento delle condizioni energetiche all’interno di una bolla, che nel caso di decadimento e di passaggio a uno stato inferiore, finirebbe per cessare di esistere. Tanto per chiarire il concetto, noi siamo all’interno di quella bolla.

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Harry Nordlinger, da “Vacuum Decay” 1

Il primo numero dell’antologia si conclude con una strip di Harry Nordlinger, editore e voce principale di tutta l’operazione. Nelle quattro vignette vediamo due animaletti antropomorfi incontrarsi in un mondo vuoto e astratto. «Cosa stai facendo?» chiede il primo. «Sto provando il vacuum decay» risponde il secondo. «Vacuum decay! E di che cosa si tratta?» «Vacuum Decay è quando non rimane più nulla» è l’annichilente risposta, data mentre il personaggio si dissolve nel nulla. Molti dei contributi paiono puntare unicamente al gore, ma sono uscite come questa che arrivano maggiormente al punto.

Parlandone sul The Comics Journal, il critico Ryan Carey sembra fare un ritratto di Vacuum Decay relegabile solo alla provocazione fine a se stessa: «Non potrei mai essere così avventato da parlare di Vacuum Decay come di un fumetto che la maggior parte delle persone potrebbe trovare necessario – eppure la sua esistenza è assolutamente necessaria, sia come controbilanciamento (o, se si vedono le cose in termini più militanti, come correttivo necessario) alle narrazioni positiviste che dominano la scena indipendente/small press/self publishing per come è oggi, sia come una palla da demolizione in costante evoluzione mirata direttamente ai limiti esterni dell’accettabilità. Il fatto che esista per scioccare e offendere non è mai stato oggetto di dibattito, ma l’importanza del materiale scioccante e offensivo è troppo spesso persa nell’infinita e noiosa ricerca da parte del fumetto di un’effimera “rispettabilità” che silenziosamente colpisce i bordi più taglienti dell’auto espressione in cambio dell’accettazione da parte della classe mecenate». 

Vacuum Decay fa parte senza ombra di dubbio di quel tipo di pubblicazioni fatte apposta per offendere chiunque, specialmente chi si lamenta di non potere dire più nulla. Non lo fa in maniera politica, ma semplicemente muovendosi nella maniera più frontale e diretta possibile. Eppure, nonostante questi attacchi frontali, i suoi colpi migliori li sferra in maniera sottile e quasi impercettibile

«Quando Pilkington raffigura le viscere di un bambino strappate insieme al ciuccio, o Diana mostra un genitore violento che getta suo figlio vivo in una friggitrice e poi lo mangia, nessuno può sostenere non si tratti di lavori grossolani, immaturi e vicini a certa exploitation a buon mercato» continua Carey. «Le domande che in gran parte rimangono in sospeso, tuttavia, sono dove sarebbe qualsiasi mezzo espressivo senza artisti disposti a indulgere in estremi assoluti, e perché visioni ripugnanti mantengono la loro capacità di offendere la maggior parte della sensibilità del pubblico anche dopo decenni di film “slasher” deliberatamente disgustosi e simili.» 

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La copertina del quarto numero di “Vacuum Decay”

Nel quinto numero della fanzine, nella storia Incontinent di Cameron Zavala, vediamo un ragazzo deforme partorire via anale un essere mostruoso. Una sorta di oscena rilettura dell’immacolata concezione dove il piccolo sarà nutrito rigurgitandogli direttamente in bocca, prima di morire lasciando nuovamente solo il neo genitore. Anche in questo caso il segno esaspera la storia, ponendosi come sgradevole e sgraziato. Si tratta di un segmento repellente a vedersi e a leggersi, ma la cosa peggiore non sono le provocazioni grafiche bensì la solitudine senza speranza in cui il protagonista si lascia morire. Ancora una volta si torna al vuoto cosmico, dove non si può neppure sperare di sanguinare.

Il vero centro di tutto Vacuum Decay rimane il gelido e incomprensibile senso dell’umorismo di Harry Nordlinger. A tratti semplicemente puerile – come in Shadow Over Springfield, dove vediamo Homer Simpson fare a pezzi i suoi figli – a tratti sterile come nelle sue Sunshine Strips

Qualche tempo fa Davide Tolfo aveva stilato per Not un’incredibile guida all’horror speculativo, dove si elenca una serie di opere in cui si indaga il concetto di orrore in quanto paradossale e mostruoso parto del pensiero umano (dalle parole di Claudio Kulesko). Tra un disco depressive black metal e un fumetto di Junji Ito viene da pensare che gli scarabocchi puerili di Nordlinger potrebbero trovare una collocazione perfetta in quelle lande desolate. Le sue strip prive di senso danno la stessa vertiginosa sensazione di perdita di un Ozone Dehumanizer che canta «Non c’è luce dal principio / Falcia le risaie porta carestia / Dimostra la natura devastante della tua follia / […] Cosa vedono le piovre nei meandri degli abissi / Cosa temo? temo di collidere col sole / Nel teatro grigio piombo del mio baratro di depressione».

La tragedia del falso vuoto – il vacuum decay – è la catastrofe finale, dove tutta la nostra esistenza viene riassorbita nel buio cosmico e smette di esistere in ogni misura in cui la conoscevamo. Non rimane più nulla. La storia Softer Than Sunshine si apre con una suggestione da thriller psicologico – una perdita di cognizione del protagonista circa la residenza dove abita, che non riesce più a riconoscere -, prosegue con il consueto segmento splatter e si conclude in maniera totalmente randomica. Nelle ultime vignette vediamo infatti un cane dal muso umanoide rivoltare sottosopra i suoi lineamenti prima di vederli liquefatti. Si tratta di un’intrusione totalmente fuori luogo, ingiustificabile in senso narrativo se non nell’intenzione di esplorare un orrore in cui non esistono punti di riferimento. Dove nulla conta più e tutto perde di importanza. 

Alla stessa maniera, in un’altra storia breve di Harry Nordlinger, un omicidio paradossale si conclude con una panoramica esterna della casa dove si consuma. Una tipica abitazione da middle class statunitense costruita su un frammento di terra fluttuante nel nulla cosmico. Anche in questo caso si tratta di una soluzione gratuita, molto violenta nel suo imporsi senza nessun rispetto per il lettore. Ma nell’universo dell’autore il caos e la mancanza di senso sono le uniche regole a cui attenersi prima di lasciarsi dissolvere nel nulla.

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