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RecensioniNovitàDylan Dog tra intelligenze artificiali e orrori reali

Dylan Dog tra intelligenze artificiali e orrori reali

dylan dog 447 hazel la morta bonelli

Secondo capitolo di una trilogia tematica dedicata all’Intelligenza Artificiale, l’episodio 447 di Dylan Dog, intitolato Hazel la morta, rappresenta un buon punto di osservazione per identificare la gestione della nuova curatrice, Barbara Baraldi. Introdotto da una copertina dal sapore vintage dei fratelli Cestaro che cita platealmente la locandina di Schock, film del 1977 di Mario Bava, l’episodio inquadra con una certa audacia una serie di elementi contemporanei, dal bullismo all’uso dei social, passando per il disagio delle giovani generazioni, all’interno di una cornice horror piuttosto classica, aggiungendo toni notevolmente splatter che non si vedevano da un po’ all’interno della testata. 

Le sceneggiatrici Rita Porretto e Silvia Mericone, dopo la bella prova sul numero 443 (Gli indifferenti), hanno lavorato su un soggetto della stessa Baraldi per imbastire un horror claustrofobico e sovraccarico di stimoli. Il disegno di Antonio Marinetti, all’esordio sulla testata, ha contribuito decisamente a questa impressione di densità e di “horror vacui”: le sue tavole, ricche di dettagli, spesso rompono la classica gabbia bonelliana per aggredire il lettore; l’appartamento di Dylan Dog, pieno di mostri e di oggetti inquietanti, non è mai stato così piccolo; le inquadrature insolite, come quelle che osservano i personaggi dal basso, come se lo sguardo attraversasse il pavimento, creano un senso di vertigine non gratuito, ma perfettamente coerente con una storia che racconta in effetti uno stato d’animo, non ben focalizzato ma molto contemporaneo. 

dylan dog 447 hazel la morta bonelli

Fin dalle prime tavole, emerge un senso generale di spaesamento che contribuisce ad aumentare la tensione. Chi è, dunque, Hazel la morta? Una strega che si adatta ai tempi e usa il cellulare al posto della scopa per uccidere uno dopo l’altro tutti i ragazzi che hanno provato ad evocarla? Forse è solo la personificazione delle paure di ciascuno dei ragazzi, ognuno dei quali porta con sé un segreto, un senso di colpa, un peccato da espiare. Non c’è speranza nello sguardo di Porretto e Mericone, ma un pessimismo molto sclaviano, nel raccontare una giovinezza già minata da ipocrisie, bugie, insicurezze, fino a sfociare in veri e propri atti autodistruttivi che nessuna tecnologia, nessuna intelligenza naturale o artificiale, potranno mai risolvere. 

Così, quello che all’inizio sembra un virus che fa impazzire gli apparecchi elettronici, la lavatrice, il televisore, il navigatore satellitare, nel corso della storia si rivela qualcosa di molto più profondo, un sentimento ancestrale che la tecnologia ha semplicemente risvegliato. In un mondo costantemente interconnesso, il vero orrore si nasconde nella solitudine di individui pieni di cose (con le loro stanze sovrabbondanti) ma incapaci di trovare una pace nel loro vuoto interiore. Nemmeno Dylan Dog può nulla contro questi incubi, se non lasciare che prendano forma uno dopo l’altro, indugiando in una violenza che richiama appunto i maestri italiani del cinema horror degli anni Sessanta e Settanta, come Dario Argento e Mario Bava: corpi seminudi straziati contro le grate di un cancello, gole tagliate dal vetro di una porta, facce travolte da un treno in corsa. 

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Questo genere di orrore non è semplicemente la cessione alla tentazione postmoderna di un citazionismo fine a se stesso, ma, come per quel cinema anarchico e inventivo, prova a dare evidenza visiva e fisica a uno stato d’animo, a un momento storico difficile da individuare. Hazel è in effetti questo: un’Intelligenza Artificiale che rende concreto un immaginario un po’ nostalgico pieno di glitch, di errori di sistema, di buchi nella trama, di cose che non tornano, perché non possono tornare. 

Nella realtà creata da Hazel, forse nemmeno Dylan Dog esiste davvero: pure lui, come tutti noi, è destinato a ripetere sempre gli stessi errori, a rivivere all’infinito la stessa trama senza mai risolverla del tutto. Non rimane che guardare l’orrore e provare a sconfiggerlo, ogni volta. Solo nello sguardo si realizza forse una possibilità di comprensione. Il “sublime” evocato da Dylan Dog guardando il panorama di Londra: quel tipo di bellezza che ti trasmette anche un po’ di malessere. Una vertigine che non possiamo evitare e che possiamo solo provare a guardare negli occhi, per conoscerla un po’ meglio. Anche attraverso storie come questa.

Dylan Dog 447 – Hazel la morta
di Barbara Baraldi, Rita Porretto, Silvia Mericone, Antonio Marinetti
Sergio Bonelli Ediotre, novembre 2023
brossura, 96 pp., b/n
4,90 € (acquista online)

Leggi anche: Il fumetto perduto di Tex ritrovato da Bonelli

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