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Mondi POPCinema"Ferrari" è un buon film, ma ha anche dei difetti

“Ferrari” è un buon film, ma ha anche dei difetti

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Ferrari, il film di Michael Mann, è una specie di biopic e film d’azione allo stesso tempo, che vuole raccontare il peggior anno della vita di Enzo Ferrari, con Adam Driver (bravo), Penélope Cruz (meravigliosa e intensa) e Shailene Woodley (semplicemente stupenda). Un buon film? Certo. Tuttavia, il problema sta nei numerosi ma.

Il primo, ancora prima che il film uscisse, l’aveva tirato fuori Pierfrancesco Favino: «I personaggi sono italianissimi, ma gli attori no». E infatti no, non lo sono. E questo è un problema, ma solo relativamente. Lo è se si sente il film in lingua originale (come è accaduto a me), perché si mescolano le pessime pronunce dei nomi di cose e di persone, e gli intermezzi degli attori italiani che invece la lingua la parlano ovviamente bene, e tutto il resto. Doppiato in italiano probabilmente si sente meno. Se poi ci mettono sopra un velo di accento emiliano, siamo a cavallo. Perché nell’Italia degli anni Cinquanta, mentre al cinema si doppiavano i film americani con la voce teatrale dei nostri doppiatori, nel resto del Paese si parlava solo ed esclusivamente in dialetto o con un accento “locale” molto pesante.

Il secondo è relativo alla trama: è un buon film, ma la trama è un po’ smorta. Anzi, un po’ tanto smorta. Non solo per la recitazione fin troppo “frenata” e “dura” di Driver, che ci propone un Enzo Ferrari bello robusto (un torello) ma decisamente incapace di comunicare le sue emozioni. Il problema è che l’attore ci disegna un personaggio probabilmente inserito da tempo in un percorso di terapia, perché perfettamente in grado di cogliere questa caratteristica del suo carattere e dirlo esplicitamente, nella migliore tradizione di Boris con il famigerato “dìmolo”. Fa terapia all’aria aperta, parla di sé stesso e dei suoi sentimenti, dei suoi traumi, con competenza e senza problemi. Ci piace Driver, intendiamoci, ma ci piace meno la parte come è stata scritta per noi e la freddezza tutt’altro che rocciosa del Drake (uno dei soprannomi con cui Ferrari era noto). Ci si avvicina ma non ha colto il personaggio.

Anche se – e qui va riconosciuto il merito a Driver e alla scrittura della storia – il “suo” Ferrari è almeno una creatura fatta di sangue, passione e desideri. Si vede come un pilota e non come un industriale, ama intensamente una donna (che in realtà aveva conosciuto negli anni Dieci del Novecento e fu il grande amore della sua vita) e soprattutto ha una vita sessuale. Un attore dei nostri, messo in condizione di recitare Ferrari si sarebbe trasformato in un attaccapanni coi rayban: nell’Enzo Ferrari degli anni Ottanta, quello delle interviste di Enzo Biagi, paludato, mezzo cieco, con gli occhiali alla Zucchero, ormai negli ultimi anni di vita.

Un Enzo Ferrari completamente asessuato come un nonno tosto, ma che è diventato un monumento del Made in Italy. Perché certe cose in Italia si fanno ma non si dicono. Mentre il Ferrari di Driver fa l’amore con la moglie sul tavolo della cucina, quello di un attore italiano al massimo avrebbe battuto i pugni sul tavolo e tirato qualche piatto per terra. Questo aspetto è venuto bene, ma solo questo.

Il terzo “ma” è relativo all’Italia della fine degli anni Cinquanta, popolata di quelli che erano i nostri nonni o i bisnonni (a seconda della vostra età potrebbero essere anche trisnonni): il film è un buon film, ma la gente che viveva in Italia sembra quella di uno sceneggiato in costume di Mediaset o Rai. Girato dalla solita troupe in esterna, con la stessa roba di sempre. Non c’è una battuta in modenese che sia una, non c’è un elemento che, al di là delle precise ma fredde ricostruzioni di scene e di costumi, risuoni con la nostra esperienza come italiani del Nord e del Centro Italia. Anzi, c’è pure la sensazione di un certo sfilamento laterale, una italianità da film di Vittorio De Sica già pronto per l’esportazione: manca solo che arrivi una procace e giovanissima Sophia Loren a rendere il tutto pronto per essere impacchettato e spedito in America.

Il quarto “ma” è particolare e soggettivo, lo ammetto. È un “ma” che è colpa mia. È che mi sono stufato di vedere gli inseguimenti. A piedi, a cavallo, in bicicletta, in moto, in macchina, in aereo, in astronave. Tutti gli inseguimenti, in qualsiasi modo vengano fatti. Sono arrivato a quel punto della vita in cui gli inseguimenti mi annoiano tremendamente. Non riesco più a sopportarli. Se sono a casa su Netflix, li salto. Perché durano troppo sempre, cinque, dieci, alle volte anche venti minuti. Sono tecnicamente una forma di super virtuosismo registico. Vengono realizzati con un grande spreco di effetti, coreografie, riprese. Ci vuole di più a fare un inseguimento da dieci minuti che non un’ora di film. Lo so, so tutto.

Ecco, Ferrari è un buon film, ma c’è dentro un pezzo sulla Millemiglia che non finisce più. Si vedono pezzi d’Italia (la Futa, Bologna, ovviamente Brescia, l’hotel di Manerbo sul Garda, altri pezzi a caso d’Italia) che sono tutti perfetti. Così come le varie Ferrari e Maserati e le altre auto che corrono rumorosissime. E i mezzi attorno a quelle, e le riprese oscillanti e vibranti, e la camera che viene e si sposta avanti e indietro, si scambia di posto con l’auto in corsa, allunga la visione a tunnel di chi guida. Le balle di fieno nelle curve. I copertoni che rotolano sull’asfalto. Tutto molto bello, intendiamoci. Ma a me tutto questo annoia profondamente. Sul serio. Non parliamo poi delle prove su circuito all’inizio del film. Mamma mia. Viene voglia di cominciare a fumare solo per avere una scusa per uscire cinque minuti dalla sala.

E questo, solo questo, secondo me è il vero problema del film. Che alla fine è una spettacolare mezza tragedia, ma anche un po’ una commedia in costume: la storia di un italiano che amava talmente tanto la famiglia da essersene fatte due, con guizzi di colore modenese appena accennati (ma la scrittura dello sceneggiatore Troy Kennedy Martin, vero anello debole della produzione, tradisce e non rende onore allo spirito emiliano neanche per errore) e tutto sommato scialba, poco graffiante, scritta in maniera piatta, con dei cameo storici abbastanza pencolanti. Per dire: nel 1957, quando il film è ambientato, Gianni Agnelli cazzeggiava in America con i Kennedy, non era alla guida operativa della Fiat, che invece era saldamente in mano a Vittorio Valletta. E tra l’altro, per la cronaca, Agnelli ebbe anche una breve storia con la stessa Linda Christian che nel film è innamorata persa del pilota e nobiluomo Alfonso de Portago. Ma sono dettagli.

Ci sarebbero anche altri “ma”, tuttavia sono questi i punti critici principali del film, inclusa una certa complessiva freddezza e rigidità, che viene ribaltata solo dalle due attrici principali: Penélope Cruz e Shailene Woodley. È soprattutto la prima a salvare la baracca, con una recitazione che spacca, con una sua imprevedibilità latina, una luce di follia negli occhi, una capacità di calamitare l’attenzione su di sé e all’improvviso spegnersi che non ce n’è. Gli altri, maschi femmine o automobili sportive, non ce l’hanno. Lei ruba il film a tutti.

Se lei, spagnola madrilena, ha trovato la strada per diventare emiliana e restituirci un po’ di quel calore, e se la Woodley, californiana figlia di psicoterapisti e counsoler, è riuscita dal canto suo a mettere dentro un po’ dell’intensità di una giovane beatnik che diventa una leonessa per difendere il suo giovane cucciolo (Pietro Lardi Ferrari), va anche detto che tutto il resto, purtroppo, non regge il passo.

Il film, in conclusione, doveva fare un solo lavoro. Raccontare il 1957, l’anno orribile di Enzo Ferrari: quello in cui tutto andava male anche quando tutto andava bene. Non spoilero niente per non rovinare la visione soprattutto a chi non si annoia guardando spettacolari corse di macchine su strada. Comunque, doveva fare solo questo. Raccontare quell’anno terribile. E lo fa. Lo racconta quell’anno terribile, con tanti ma.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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