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FocusIntervisteIl nuovo Paco Roca è un fumetto per non cadere nell'“abisso dell'oblio”

Il nuovo Paco Roca è un fumetto per non cadere nell’“abisso dell’oblio”

Intervista al celebre autore spagnolo di Rughe sulla sua nuova opera, in cui affronta il tema della pesante eredità franchista nella Spagna di oggi.

di Thomas Villa*

La copertina di “El abismo del olvido” di Paco Roca

Paco Roca è uno dei protagonisti del fumetto contemporaneo europeo. E continua il suo originale percorso di esplorazione della Storia spagnola, facendo del passato una risorsa per rimescolare avvenimenti e iconografie pop, ma anche una chiave per vivere (meglio) il presente.

Il 5 dicembre è stata pubblicata in Spagna per l’editore Astiberri l’ultima opera del grande autore valenciano, El abismo del olvido (L’abisso dell’oblio), dedicato alla vicenda delle fosse comuni del cimitero di Paterna (Valencia), in cui sono stati sepolti i combattenti della Repubblica Spagnola fucilati dal regime di Francisco Franco al termine della Guerra Civile Spagnola (1936-39). Un conflitto spietato, considerato da molti storici come una sorta di “prova generale” della Seconda guerra mondiale. Incontriamo l’autore a Santa Cruz de Tenerife, in occasione del finissage della mostra a lui dedicata al Museo de Bellas Artes, organizzato in occasione del XX festival Santa Cruz Comics.

All’esposizione nella città canaria erano esposte in anteprima alcune tavole del nuovo romanzo grafico. Che mostrano la “sicurezza gentile” dello stile quasi zen di Roca: linee chiare, nette, plastiche ed estremamente grafiche. Il formato degli originali è di poco più grande della sua resa a stampa, e confermano la cura minuziosa con cui l’autore compone ogni pagina, al pari dell’attento lavoro di documentazione che ne sostiene la fiction. Paco Roca ci concede un’intervista, e risponde con cortesia: nei suoi occhi azzurri non c’è traccia di fretta. Un’indole che corrisponde al ritmo delle sue storie, anche quelle più complesse: si veleggia, più che correre di sequenza in sequenza.

Uno scatto dalla mostra dedicata a Paco Roca al Museo de Bellas Artes, organizzata in occasione del XX festival Santa Cruz Comics | Foto di Ageles Medez

Nelle tue storie è molto presente il tema del ricordo che si perde, e anche L’abisso dell’oblio sembra continuare nello stesso solco. Dalle tavole esposte in anteprima a Tenerife pare una sorta di Antologia di Spoon River di Lee Masters dedicata alla Guerra Civile spagnola…

Beh sì, mi interessa la memoria. Alla fine quello della lotta contro l’oblio è un argomento che considero universale. E questa storia in particolare affronta un argomento piuttosto delicato: l’esumazione dei corpi dei combattenti si sta rivelando, infatti, una questione ancora oggi complessa. Si stanno riportando alla luce non solo la memoria delle vittime della repressione franchista, ma anche i ricordi che di loro avevano i familiari. Alcuni non ebbero neppure l’opportunità di vegliare i loro cari che furono fucilati. E venne loro negato non solo il diritto ad una sepoltura degna, ma addirittura la possibilità di essere ricordati in pubblico.

Molti vennero totalmente cancellati dalla Storia. Alcuni nomi, durante la transizione alla democrazia [1975-1982, Ndr], vennero eliminati dai registri dei cimiteri per cercare di nascondere quel che era successo. Solamente ora, a distanza di ottant’anni e grazie alla Legge sulla Memoria Storica [2007, Ndr], si è potuto procedere all’esumazione e al recupero dei corpi di tutte queste persone.

E’ un tema che permette numerose considerazioni sulla questione più generale del valore della memoria. In Spagna continuano ad esserci persone che dimostrano una certa frettolosità nell’affrontare questo argomento. C’è molta voglia di chiudere il caso una volta per tutte. Anche a costo di silenziare tutte queste voci e lasciare sepolto per sempre il loro ricordo. Mi sembrava un argomento interessante, per creare una storia che parlasse di quella epoca, della repressione e delle fucilazioni di massa che ebbero luogo tra il 1939 e il 1943. Ho preso un caso particolare: un cimitero a Valencia pieno di fosse comuni, dove sono state sepolte 2300-2400 persone. Ma allo stesso tempo mi interessava portare quella vicenda al presente, per analizzare un po’ la situazione assurda che consiste nel ritenere inopportuna l’esumazione di quegli individui. È una storia che ha ben poca luce. Forse è la più drammatica che ho mai raccontato.

In tutta la tua opera emerge un’attenzione verso le varie “patologie” della memoria, sia individuali che sociali. E nel tuo percorso vedo una sorta di ampliamento della prospettiva: dal racconto individuale dell’oblio in Rughe, con la situazione di un malato di Alzheimer che poco a poco perde la memoria, fino alla lotta per il recupero della memoria familiare con La casa e Ritorno all’Eden. E ora poni l’accento sui problemi che emergono quando la memoria si perde a livello collettivo, dimenticandosi quello che è successo ottant’anni fa…

In effetti tutto comincia con Rughe, che parla di una patologia a livello individuale. Ciò che si dimentica lì è un po’ la tua identità, tutto quello che si è accumulato nella memoria. Questo si può poi estrapolare a tutta la società, a qualcuno che cerca i suoi ricordi in una famiglia, in una casa che è in vendita… Rendendo il discorso ancora più generale, infine, si giunge alla prospettiva più ampia, quella di un’intera comunità che ha avuto un’amnesia collettiva. E che ha fretta di dimenticarsi un’intera parte del suo passato.

Alla fine tutta l’esistenza è solo un piccolo flash, e lottiamo costantemente per cercare di conservare qualcosa, qualche ricordo. Tutto è effimero, ma forse qualcosa di può conservare. È un argomento che mi interessa particolarmente e che si può affrontare da diverse angolature, persino parlando delle menzogne che raccontiamo a noi stessi. A volte quando ricomponiamo i ricordi li abbelliamo, ci inganniamo, come nel caso di Ritorno all’Eden. Lì si parla del racconto che utilizziamo per giustificare a noi stessi ciò che è accaduto nel passato. Non è poi così diverso da come funzionano le società e le ideologie collettive. In entrambi i casi si cerca un fotogramma idealizzato del passato, e si tenta di ancorarsi ad esso come se fosse l’unico passato possibile: è il caso della memoria selettiva. Un ricordo può  diventare una menzogna e cercando bene puoi trovarci qualunque giustificazione tu stia cercando…

Una tavola da “El abismo del olvido

Un altro progetto a cui stai lavorando è una collaborazione con DC Comics, al cui centro c’è la figura di Catwoman, nel contesto della Guerra Civile spagnola negli anni Trenta. Ipotizzo che affronterai temi attuali come lo spoglio di opere d’arte (Catwoman è una ladra), ma anche la perdita di vite umane che rende così tristemente simili tutte le guerre. 

Credo che il fumetto permetta moltissime possibilità narrative. E’ un medium ricco, e non esistono limitazioni narrative o tematiche. Trovo che abbia anche una grande libertà “economica” rispetto ad altri linguaggi come il cinema: un film non lo puoi fare in casa, ma hai bisogno di investitori, attori, tecnici delle luci, stilisti, registi, il budget è diverso e di solito questo porta a una distorsione tra l’idea originale e il prodotto definitivo. C’è un condizionamento esterno che modifica quello che sei intenzionato a raccontare. Nel fumetto hai una libertà assoluta per raccontare qualunque tema, addirittura puoi affrontare argomenti che sono problematici o in contraddizione con la lettura dominante da parte della società. 

Il fumetto di lingua spagnola ha avuto un esempio perfetto di questa capacità di affrontare questioni spinose sin da L’Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez…

Si, e da allora il fumetto è cambiato tantissimo! Prima, per raccontare alcune cose era necessario mascherarle con l’espediente della fantascienza, come faceva peraltro anche Orwell con i suoi romanzi. C’era a quei tempi poco spazio per raccontare direttamente certi argomenti. Adesso invece abbiamo una libertà assoluta: siamo riusciti a guadagnarci un pubblico che in precedenza non esisteva. Qualche decennio fa i lettori di fumetti ad un certo punto perdevano l’interesse per questo genere narrativo che consideravano irrimediabilmente “infantile”, e solo alcuni continuavano a leggerli anche in età adulta, comprendendone la possibilità espressiva.

Oggi invece abbiamo un pubblico che a volte è occasionale e che compra solamente un certo tipo perché magari gli interessa un genere in concreto, e un altro tipo di pubblico che magari non aveva mai letto neppure un fumetto, né WatchmenTintin, ma per qualche motivo si avvicina anche solo per curiosità. È un pubblico trasversale, e questa è una fortuna. In certi casi esistono lettori che addirittura rifuggono dagli stereotipi legati a qualche tipologia di letteratura a fumetti, ma divengono poi avidi lettori di altre…

Rughe o I solchi del destino sono esempi eccellenti di questa traiettoria: sono riusciti ad avvicinare un pubblico di età, tipologia o estrazione sociale decisamente eterogenee…

Sai, a volte è anche una somma di fattori casuali che fa sì che quello che hai realizzato riesca ad intercettare un ampio pubblico. Rughe ad esempio giunse al momento perfetto, e il Premio Nacional del Comic gli permise di avere una vasta eco, anche fuori dal settore del fumetto. Inoltre i giornali, la radio e la televisione avevano redazioni i cui giornalisti che erano appassionati di fumetto, ne parlavano senza alcun pregiudizio.

Rughe era un’occasione per parlare di questo linguaggio perché affrontava una tematica particolarmente seria. Era un momento in cui anche in Spagna i fumetti stavano cominciando a trovare un posto all’interno delle librerie generaliste. Solo qualche tempo fa era difficile che i fumetti fossero richiesti dal pubblico generale: spesso si trovavano solo in negozi specializzati. Abbiamo quindi guadagnato una bella fetta di pubblico che altrimenti non si sarebbe mai interessato al fumetto. Forse se Rughe fosse stato pubblicato 5-10 anni prima non sarebbe arrivato agli stessi lettori…

Un originale di Paco Roca dalla mostra al XX festival Santa Cruz Comics | Foto di Ageles Medez

Sei considerato un maestro nel modulare il ritmo narrativo, nel fumetto. Grazie al tuo controllo della composizione e della gabbia riesci ad dosare il pathos, fino a riuscire a scomporre e ricomporre le vignette in maniera libera, nei momenti spesso più emozionanti del racconto. E una delle tue caratteristiche principali è quella di costruire storie fondate su numerose narrazioni parallele. Quali sono le ragioni o i meccanismi che ti portano a preferire una “pista” parallela ad un’altra?

Spesso è la storia stessa a chiedertelo. Non ci sono regole precostituite e in parte è proprio questa la bellezza del processo creativo di un fumetto, di un film o di un romanzo. Sali a bordo di una nave e non sai mai esattamente dove ti porterà. Penso che sia precisamente questo che faccia sì che il viaggio valga la pena: il romanzo grafico ti permette una grande libertà. A volte quando inizi un progetto non sai neppure con certezza quale sia il formato più idoneo per il racconto: magari è orizzontale, magari è il classico verticale, oppure hai bisogno di uno spazio più grande, un albo classico alla francese.

Ad esempio in Ritorno all’Eden quello che chiedeva la storia era la voce di un narratore, una cosa che io non avevo mai provato a fare. Ma mi sono reso conto che se volevo mettermi nella testa di Antonia [la protagonista, Ndr] avevo bisogno di questo espediente, altrimenti restavo semplicemente all’esterno della narrazione. La storia aveva bisogno di un tocco più poetico, con il narratore che “entra” nelle fotografie. È quello che racconto ad esempio in un fumetto intitolato “La encrucijada”, in cui parlo con un amico che è un musicista: alla fine la cosa più difficile è proprio trovare la melodia di un fumetto, come se fosse una canzone, e una volta che l’hai trovata tutto quadra.

Ne La casa e Ritorno all’Eden hai sviluppato trame più libere, quasi dei “flussi di coscienza”. Hai anche preferito un formato diverso. Quali sono le sfide più complicate che affronta un autore per riuscire ad ordinare e selezionare gli elementi più importanti per la narrazione?

Ne La casa e Ritorno all’Eden ho cercato di slegarmi dalla narrazione cinematografica, classica, basata sul soggetto tradizionale, con una struttura della storia “rigida”, caratterizzata dai famosi tre atti, l’intreccio, le cose che accadono in maniera lineare e progressiva. In questi progetti recenti ho cercato di sviluppare una struttura più organica, ispirata al modo di raccontare di un romanzo, indugiando nella narrazione, senza fretta di arrivare correndo alla destinazione finale. Ne ho approfittato per guardarmi attorno, esplorare i personaggi e mi sono anche permesso piccole divagazioni, esulando dalla trama principale. Ho cercato di mettere a fuoco alcuni dettagli che  magari non aggiungono moltissimo al racconto in sé, ma credo siano importanti per trasmettere le sensazioni dei protagonisti, renderli più vivi.

In effetti quando leggo i tuoi libri mi vengono in mente alcuni narratori dai ritmi più rilassati, come ad esempio quella di Jiro Taniguchi

In effetti ho incontrato Taniguchi una volta a Tokyo! La mia casa editrice radunò tutti gli autori che pubblicava e mi chiese se volevo conoscere qualcuno tra i loro fumettisti. Io dissi senza esitare: «Taniguchi!». Fu così che gli inviarono Rughe, che all’epoca era appena uscito in giapponese. Quando ci conoscemmo mi disse: «Mi è piaciuto molto! Sappi che ti ruberò alcune delle tue idee!». Al che gli risposi divertito «Beh, sarebbe come copiare te stesso, perché io mi sono ispirato al tuo stile!». Sai, ho imparato tanto da Taniguchi. Alcune sue vignette sono dedicate alla contemplazione pura e semplice: magari si vede semplicemente un albero frusciare al vento. Non racconta magari nulla in sé, ma è efficace per narrare le emozioni.

Studi preparatori di Paco Roca dalla mostra al XX festival Santa Cruz Comics | Foto di Ageles Medez

In altri romanzi grafici come I solchi del destino o Il tesoro del Cigno Nero hai invece deciso di raccontare vicende particolarmente dinamiche ed avventurose, cambiando registro.

A volte devi anche chiederti se alcune tecniche sono funzionali al tuo racconto. Ad esempio se stai lavorando con la realtà, come feci per I solchi del destino, magari vuoi evitare il classico stile dei fumetti di guerra. In quel caso preferii avvicinarmi al genere del documentario, e per farlo mi ispirai ai reporter di guerra come John Ford: scelsi pertanto delle inquadrature ad altezza degli occhi, anche a scapito della comprensione della scena. Credo che la mia storia funzionava meglio con quel tipo di inquadratura, con l’utilizzo della gabbia rigida, più della classica sequenza “campo medio-inquadratura dal basso-panoramica” del fumetto d’azione. È necessario cercare un tuo stile affinché la storia funzioni nel contesto della tua narrazione.

Ne L’inverno del disegnatore hai realizzato un vero e proprio omaggio al mestiere del fumettista di un tempo. Oggi, come hai osservato, la Nona arte è molto cambiata. Quali consigli daresti al giovane Paco Roca se muovesse oggi i primi passi nel mondo del fumetto? 

Rispondere a questa domanda mi risulta sempre difficile. Se dovessi iniziare adesso sinceramente non saprei da dove cominciare! Il fumetto è però un genere che ha ormai più di cento anni e secondo me non abbiamo sviluppato neppure la metà del suo potenziale complessivo. Credo che come linguaggio avrà un grandissimo futuro grazie alla dimensione visuale che le è propria, ma anche per la sua libertà intrinseca.

Ad un giovane autore quindi direi di dedicarsi ad esplorare e sperimentare tutti i possibili sentieri che si possono percorrere nel mondo del fumetto, come ad esempio quelli slegati dalla narrativa in senso stresso. Suggerirei di dedicarsi alla cosiddetta non-fiction. Un altro percorso che può essere interessante è quello del fumetto…astratto! Perché no? Ad un giovane autore direi di esplorare tutti questi campi ancora poco esplorati.

*Thomas Villa, classe 1984, è un giornalista che dopo la laurea in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano si è dedicato alla comunicazione dell’arte e dell’architettura. Autore di vari reportages di viaggio per popolari riviste italiane, la sua passione per il mondo del fumetto lo ha portato a diplomarsi presso la Scuola Superiore di Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano nel 2006. Risiede tra la sua Abbiategrasso e Tenerife, l’isola dell’arcipelago Canario che ha avuto il buon cuore di adottarlo. 

Leggi anche: Il dovere della memoria: “I solchi del destino” di Paco Roca

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