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Mondi POPAnimazione"Wish" riflette la crisi della Disney

“Wish” riflette la crisi della Disney

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Sessantaduesimo classico Disney, Wish ha un ruolo molto importante, perché celebra il centesimo anniversario dalla nascita dei The Walt Disney Studios. I festeggiamenti hanno preso la forma di due titoli: il cortometraggio Once Upon a Studio, reso disponibile su Disney+ (ne abbiamo parlato qui), e appunto Wish, che è un tentativo maldestro di andare alla fonte di tutta la cosmogonia disneyiana e che, al contrario, dimostra la profonda crisi in cui riversa la casa di Topolino.

In un tempo passato e indefinito, in un’isola del Mediterraneo chiamata Rosas, c’è un piccolo regno governato da Re Magnifico e dalla regina Amaya. Magnifico è un potente mago: al compimento dei diciotto anni degli abitanti del suo regno chiede loro un desiderio che conserverà nel suo castello con la promessa di esaudirlo. La giovane e intraprendente Asha, dopo un colloquio per diventare apprendista del Re, scopre però un’amara verità e dà vita a una rivoluzione.

Wish vorrebbe porsi come un punto di passaggio cruciale nella storia dei classici Disney, celebrandone la grandezza e rilanciando lo Studio verso un futuro luminoso. Il film, però, esce in un momento molto complicato per la casa fondata da Walt Disney e da suo fratello Roy un secolo fa, tra crisi economica e di idee. L’idea era quella di andare alle origini di tutto l’universo favolistico Disney. Tornare indietro, là dove tutto è iniziato, in una sorta di pre-Big Bang delle storie che hanno rappresentato un pezzo importante della crescita e dell’infanzia di milioni di spettatori in tutto il mondo. 

Il problema è che questa ricerca delle origini si riduce a una sequela di citazioni più o meno celate, trasformandosi in un gioco al riconoscimento di questo o quel titolo, rinunciando per esempio a un’esplorazione del senso stesso di fiaba, magari partendo dalle formulazioni teoriche di Vladimir Propp (che ha scritto il fondamentale Morfologia della fiaba) o di Italo Calvino (autore di Sulla fiaba). 

Questo limite è figlio, a suo modo, di un problema più grande: la povertà della scrittura. Tutto l’impianto narrativo di Wish è di un pressappochismo quasi imbarazzante. Gli sviluppi narrativi sono figli di altre storie, una sequela di già visti che rendono il film ampiamente prevedibile nei suoi sviluppi. I personaggi sono piatti: a partire dalla protagonista Asha fino a Re Magnifico, sono tutti bidimensionali, senza sfumature, senza contraddizioni. Una banalità che impatta negativamente su tutto il film. 

Per non parlare dei personaggi minori, che si limitano a essere macchiette senza un peso specifico, ectoplasmi che si muovono nel vuoto del racconto. Un vuoto che incide anche sul ritmo: la prima mezz’ora di Wish è noiosa, e non aiuta nemmeno la sequela di canzoni poco riuscite, lontane anni luce da quelle curate per esempio da Lin Manuel Miranda in Encanto.

L’altro elemento che avrebbe dovuto essere una novità è l’aspetto tecnico/visivo. Wish rinuncia all’animazione 3D che ha ormai contraddistinto la produzione Disney degli ultimi vent’anni e – cercando di emulare lo Spider-Man animato di Sony Animation – tenta una via differente, anche se con pessimi risultati. La scelta è stata infatti quella di tornare a un’estetica che ricordasse l’animazione fatta a mano, in 2D, ma senza utilizzarla direttamente, perché, a detta della sceneggiatrice Jennifer Lee, «ha troppe limitazioni».

Wish mette così in scena un mondo in cui i fondali richiamano il segno grafico dei grandi film del passato, mentre i personaggi sono stati realizzati in una sorta di cel shading (uno stile di animazione 3D non fotorealistica) che cerca di restituire una sensazione di animazione “classica”. L’effetto finale però è posticcio.

Insomma, Wish è un vorrei ma non posso, un goffo tentativo di porsi come opera celebrativa, assoluta, una sintesi che racchiuda l’immaginario stratificato di cento anni di animazione disneyiana ma che finisce per essere il triste simbolo di una crisi che la Disney sembra non sapere ancora come risolvere.

Leggi anche: Abbiamo sempre frainteso “Rick and Morty”

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