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Graphic Novel"Lo schermo bianco", il thriller fantapolitico di Enrico Pinto

“Lo schermo bianco”, il thriller fantapolitico di Enrico Pinto

lo schermo bianco enrico pinto coconino

Enrico Pinto è un architetto di stanza a Parigi. Nell’estate del 2021 ha risposto alla call lanciata da Coconino Press rivolta a nuovi autori e, nel 2023, la sua proposta ha trovato una piena realizzazione editoriale nel graphic novel Lo schermo bianco, che non si può non annoverare tra gli esordi più promettenti degli ultimi anni

Enrico ha fatto tesoro del vissuto parigino per architettare un thriller politico ambientato in un’ucronia prossima in cui la democratica repubblica francese ha virato verso un regime di polizia e un sovranismo ostile e razzista. In questo contesto, Salvo, un giovane architetto italiano, passa le sue giornate alternandosi tra lo studio del cinico Auguste e la storia con Sistine Legrand, figlia dell’archistar Philippe Legrand, misteriosamente scomparso. Un gruppo di dissidenti politici che si raccolgono intorno allo schermo bianco dei loro smartphone protesta contro la politica reazionaria del governo. In questo contesto – già di per sé incendiario – un attentato nella metropolitana rende tutto più caotico e asfissiante. Salvo si ritrova così a inseguire fantasmi, in cerca di risposte. 

Il noir diventa la cornice romanzesca in cui Pinto inscrive una serie di temi complessi, che vanno dalla spaesamento dello straniero in cui una città che diventa sempre meno ospitale all’essenza dell’architettura e al rapporto tra natura (edenica) e spazio urbano. È evidente che la maniera autobiografica venga trasfigurata e prestata al servizio di una storia che sa sapientemente alternare momenti più intimi a sequenze più dinamiche, tutto attraverso un segno che si slega dalla tradizione noir per abbracciare, invece, un tratto più nervoso, istintivo, graffiato, come se tutto fosse eseguito sul momento. 

lo schermo bianco enrico pinto coconino

In realtà, Lo schermo bianco è il prodotto di una scrittura ragionata, pesata e mai improvvisata. Nel ritmo della storia si avverte questa media ponderata tra naturalezza e artificiosità. Ogni buon thriller è una macchina ben progettata, dove gli ingranaggi si muovono con cura, ma che lo stile vibrante e fragile di Pinto sa celare con cura.

Come già accennato, il rapporto diretto che Enrico intrattiene con l’architettura si riflette nell’attitudine con cui guarda la città. La Parigi di Pinto è uno spazio abitato da corpi che la attraversano con le loro storie. L’incipit è affidato a una massima programmatica: «Disegnare le persone è un po’ come disegnare gli edifici. All’inizio si abbozza una struttura […] poi si cerca la bellezza in un dettaglio». 

Nei claustrofobici cunicoli della metropolitana, che scarrozza corpi nel ventre di Parigi, Salvo crea un ideale trait-d’union tra le persone e i luoghi: entrambi sono attraversati dal tempo, dalla caducità e dall’alea. Entrambi sono più interessanti nella loro incompiutezza, una forma di libertà e anarchia che va controllata. Compito degli architetti – come sostiene la zia di Sistine, l’architetta paesaggista Blanche Lagrand, è «disegnare la vita degli altri», che è come dire che, con le sue opere monumentali che «la massa lambisce con il suo moto ondoso» come sosteneva Walter Benjamin, l’architettura plasma le nostre vite.

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Non è un caso che il fulcro di tutta la vicenda ruoti intorno a Les Halles, il ventre molle di Parigi. Ristrutturata a più riprese con lo scopo evidente di nascondere la polvere sotto il tappeto (La Canopée), l’aria mercantile a ridosso della chiesa di Saint-Eustache diventò, in seguito all’abbattimento dei padiglioni progettati da Victor Baltard, un buco, le trou come lo chiamavano i parigini. Una voragine nel cuore della città, un avvenimento tellurico che mandava la lancetta del progresso indietro di secoli, consegnando la città nuovamente alla natura. Robert Doisneau, attento all’umanità che gravitava intorno a Les Halles, volle immortalare quella voragine in un’immagine iconica e che concettualmente si lega al jardin-forêt della Bibliothèque Nationale de France

Due luoghi in cui la natura ha mandato fuori di sesto l’antropizzazione. Due luoghi impossibili che rappresentano due concezioni diametralmente opposte del ruolo dell’architettura. Due luoghi ultimativi, uno infernale e inabissato nel ventre della città, attraversato da centinaia di migliaia di corpi, l’uno uguale all’altro, l’altro libero dalla presenza umana riconsegnato alla biodiversità, un luogo ultimativo dove l’assenza dell’uomo è anche il destino di ogni edificio: quello di diventare una stupenda rovina.

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L’architettura ha a che fare con il fondamento, ma anche con il potere. Non è un caso che arché abbia un duplice significato, origine e potere, appunto. Non è un caso che la riflessione sui luoghi, come accennato, sia anche un’indagine su un potere sempre più oppressivo e ubiquo. Un qualcosa di acefalo e pervasivo contro cui si scagliano sia Sistine, idealista e impulsiva, che Salvo, riflessivo e prudente. Due anime che confliggono, ma che allo stesso tempo si attraggono. 

Lo schermo bianco è anche una storia di corpi che si incontrano e si lambiscono: per farla semplice, una storia d’amore incompiuta, in cui memoria e desiderio di rincorrono disegnando traiettorie sfuggenti, come il tratto di Pinto a metà strada tra l’urgenza di Ulli Lust e il cesello di Anders Nilsen, ma personale e unico come tutti i grandi autori.

Il libro diventa così è una lettura obbligata, una cartina tornasole delle potenzialità del fumetto, della capacità di questo mezzo bastado di parlare a tutti e parlare di tutto con leggerezza e profondità.

Lo schermo bianco
di Enrico Pinto
Coconino Press, settembre 2023
brossurato, 352 pp., b/n
22,00 € (acquista online)

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