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RubricheAnd So What?Dov'è finita la buona vecchia fantascienza da 120 pagine?

Dov’è finita la buona vecchia fantascienza da 120 pagine?

Pensiero critico e laterale attorno a quell'incrocio molto trafficato fra cultura, tecnologia e mercato. "And So What?", una rubrica di Fumettologica a cura di Antonio Dini. Il giovedì, ogni 15 giorni.

Foto di Syd Wachs su Unsplash

La buona vecchia fantascienza da 120 pagine. Dov’è finita? Me lo stavo chiedendo nei giorni scorsi, sommerso da una nuova valanga di libri che non riuscirò mai a godermi. E non perché sono lento a leggere (e Dio solo sa quanto sono lento a leggere) ma anche perché mi sto rendendo conto che c’è un problema nella letteratura di genere, fantascienza in testa.

Cominciamo da un chiarimento: sono anziano. E, come tutte le persone anziane, seguo le tre leggi relative alla tecnologia (ma che si possono universalizzare) di Douglas Adams:

  1. Tutto ciò che è presente nel mondo quando si nasce è normale e ordinario ed è solo una parte naturale del modo in cui il mondo funziona.
  2. Tutto ciò che viene inventato tra i quindici e i trentacinque anni è nuovo, eccitante e rivoluzionario e probabilmente si può fare carriera.
  3. Tutto ciò che viene inventato dopo i trentacinque anni è contrario all’ordine naturale delle cose.

È una ghiotta citazione, ma qui mi serve solo per dire: essendo cresciuto con gli Urania a fascicoletto con storie che non superavano le 120 pagine (Fruttero e Lucentini tagliavano come dei giardinieri con le forbicione da cespuglio), mi adatto male all’attuale fenomeno delle super lunghe saghe in tre volumi da più di mille pagine già pensate per fare altrettante stagioni su Amazon Prime Video o Netflix. Tutto bello, ma mi piacerebbe leggere storie interessanti che finiscono in poco tempo e lasciano la sensazione di aver raggiunto l’obiettivo: aver finito qualcosa e poter passare oltre.

Come ha scritto un commentatore su qualche forum, «Dove sono gli editor quando servono? A Carver gli sforbiciavano senza pietà tre quarti di quello che buttava giù». Ed era Carver. Bei tempi. Oggi si spaccia per fantascienza quelli che in realtà sono romanzi Young Adult (soprattutto per la linearità della trama, i personaggi tagliati come ciocchi con l’accetta e il registro linguistico da scuola media, lessicalmente piattissimo) e soprattutto sono tirati avanti per mille pagine. Invece, quello che viene venduto come Teen, Young Adult e tutte le altre “taglie” su misura per le diverse età è semmai calibrato sulla base della lunghezza (più corto è, più piccolo sei e viceversa) e casomai sulla presenza o meno di illustrazioni interne al libro.

Non fatemi parlare poi del politicamente corretto e della fobia per tutta una serie di emozioni e sensazioni “umane” che vengono cancellate. Occorre tornare a Gli amanti di Siddo di Philip José Farmer per trovare una storia di amore e sesso tra un terrestre e un alieno (ed era il 1952, santo cielo!) e poi farsi un giro con Straniero in terra straniera di Robert A. Heinlein, pubblicato nel 1961, prima quindi dell’estate dell’amore (la rivoluzione tra il 1966 e il 1968), in cui si parla di alieni e nuovi modi di amare e vivere il proprio corpo e quello altrui.

Il tema però non è il fluidamente corretto o la cancel culture, bensì la banale lunghezza dei prodotti culturali. Una lunghezza che serve a qualcosa, non è il respiro dell’anima dell’autore. Intendiamoci: per quanto riguarda la letteratura (di genere e non) è tutta cartotecnica. Se vi capita di trovare edizioni un po’ datate dei classici che si leggono a scuola, da Il conte di Montecristo a I tre moschettieri, da Il Circolo Pickwick a L’idiota, avrete visto che venivano pubblicati in due volumi. Semplicemente perché con le tecniche di rilegatura e produzione tipografica si trattava di testi troppo lunghi per essere pubblicati in un solo volume. Allora Dumas, Dickens e Dostoevskij erano dei grafomani che non sapevano contenersi? I loro libri nascevano troppo lunghi, rispetto a quelli di oggi che sono tutti in formati estremamente controllati? Tipo: 250 pagine o 500 pagine, in edizione rilegata o cartonata, da 14,99 o 24,99 euro?

No. Gli autori classici citati, e vari altri, nascevano in un contesto culturale completamente differente. Erano autori di feuilleton, “fogliettoni”, romanzi a puntate pubblicati sui quotidiani di fine Ottocento e primi del Novecento. Una forma di intrattenimento estremamente popolare, dovuta alla crescente alfabetizzazione della popolazione europea, alla diffusione della stampa economica (grazie a tecniche di produzione dei giornali in rotativa) e alla mancanza totale di altre forme di intrattenimento: niente cinema, niente televisione, niente social, niente telefonini, neanche i fumetti.

I nostri eroi dell’Ottocento (Dostoevskij per pagare dei debiti, gli altri per professione portata avanti con un notevole successo) pubblicavano i loro romanzi come fossero stagioni di telefilm, per un’annata intera, una paginata (a pianta larga) di quotidiano alla volta. Quello era il formato e quella doveva essere la resa. Salvo che poi gli editori – furbamente – volevano anche raccogliere quelle storie e pubblicarle in volume. O le tagliavano oppure si imponevano perché restassero tali e quali (e comunque gli autori spesso ne riscrivevano buona parte, per “aggiustarne” il funzionamento con più calma: fra quelli che lo facevano c’era anche Emilio Salgari). E quindi venivano libri più lunghi di quelli che gli autori producevano per il mercato librario tradizionale. Ergo: due volumi.

Leggi anche: I migliori libri Urania del 2023

Voi mi direte: vabbè, si vede che c’era un problema per chi scriveva sui giornali, perché gli altri facevano e fanno i romanzi della lunghezza che si sentono di fare. Ingenui, vi risponderei io, non è per niente così. Anzi, è il contrario. Le case editrici, tutte le case editrici, dalla notte dei tempi, hanno una miriade di regole per la pubblicazione: sia di ortografia (cito solo le accentate “strane” ma formalmente molto corrette della Einaudi) che di scrittura (quali parole in corsivo e quali tra virgolette, e di quale tipo queste ultime) e di tutto il resto, lunghezza compresa. Gli autori editi da case editrici vere (non i pay-to-publish, cioè la Vanity Press, che pubblica anche le impronte delle zampette dello Scrondo, se viene pagata) devono sottostare a tutte queste regole, ricevono anche informazioni precise sul tipo di lunghezza attesa, e la violazione di qualsiasi di queste regole accade solo in caso di formati pre-esistenti (autori tradotti), potere contrattuale dovuto a grande seguito di pubblico (Erri De Luca, ad esempio, che fa libri che sembrano depliant per lunghezza), oppure genio assoluto.

In realtà, nella vita vera, le case editrici vogliono fare soldi e solitamente ci riescono, perché trattano la maggior parte dei libri come prodotti. Quando andate a comprare i prodotti al supermercato li trovate inscatolati ed etichettati non a casaccio o secondo l’estro dell’operaio che quel giorno era alla pressa delle scatole della pasta, ma seguendo strategie di marketing, lavori corali di posizionamento, realizzazione, confezionatura. Ecco, quando andate a comprare i romanzi in libreria, li trovate confezionati come prodotti da vendere, in modo da rendere anche riconoscibili le collane oppure il tipo di prodotto che rappresentano (libroni grossi di valore, libroni piccoli di approfondimento, eccetera). Idem per l’edicola.

Il problema, e qui torno all’inizio di questa rubrica che è più che altro uno sfogo di un boomer, è che adesso il prodotto fantascienza è diventato un minestrone sciapo, pronto per la messa in onda (vedi The Expanse, che a sua volta è una serie costruita in provetta, il suo equivalente musicale sono le Boy Band) e tendenzialmente lungo, perché il genere è strutturato così. Lungo ma scritto facile. Come le Light novel di cui parlavano qualche tempo fa, dal punto di vista della facilità del testo (lessicale e sintattica prima ancora che contenutistica).

La cosa non poteva essere più evidente neanche girando una di quelle fantastiche librerie dell’usato americane, che sono un vero catalogo storico di come funziona il marketing editoriale: la “vecchia” fantascienza, quella degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, arrivava in edizione tascabile con volumetti snelli (i libracci pulp minuscoli e impaginati fittissimi, che gli americani adoravano leggere in treno o in aereo, da cui il nome di “Airport Novels” o, come dicevano in modo più elegante i francesi, “Littérature de gare”). Oggi, ti sparano le saghe in tre o sei volumoni, senza fine e senza editing, cosa che produce un brodo sempre più lungo e insapore.

La soluzione? Nell’attesa che una nuova coppia di Fruttero e Lucentini torni a potare i romanzi esondanti, e che magari con la densità arrivi anche letteratura migliore, bisogna accontentarsi di metafore e sogni. La mia idea di come dovrebbe essere un buon romanzo “nuovo” di fantascienza, visto che siamo in inverno, è quella di Neutrogena, la crema idratante per le mani, che è anche concentrata. Avete presente come fa una crema per le mani concentrata? Ne basta poca e nutre la pelle per una giornata. Ecco, secondo me un buon romanzo di fantascienza dovrebbe essere così: basta poco e ti nutre per tanto tempo. Non il contrario.

Perché poi, quando finisco una saga di duemila pagine (e ci metto più di un mese per farlo), dopo due giorni non mi ricordo più né un nome né la trama. E allora a cosa mi è servito? Per passare il tempo in stato di tranche? Ma per quello ci sono già Candy Crush e Instagram. No, la speranza mia è di leggere cose meno voluminose ma con più sapore e senso. Oppure, semplicemente, sono arrivato alla fase tre della legge di Douglas Adams.

Leggi tutte le puntate di And So What?

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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