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“Il ragazzo e l’airone” è un viaggio nei mondi fantastici di Hayao Miyazaki

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Dieci anni dopo l’uscita di Si alza il vento e un addio alle scene che sembrava più definitivo dei precedenti, Hayao Miyazaki torna al cinema con un nuovo lungometraggio animato, Il ragazzo e l’airone, annunciato in Giappone da una campagna pubblicitaria “minimalista” che ha fatto a meno di trailer e anticipazioni per affidarsi unicamente alla forza evocativa della locandina, disegnata dallo stesso regista. 

In lingua originale Il ragazzo e l’airone si intitola E voi come vivrete?, come il romanzo di formazione di Genzaburo Yoshino pubblicato nel 1937, citato nel film (in Italia edito da Kappalab). Eppure il racconto di Miyazaki, pur raccogliendo suggestioni anche da Il libro delle cose perdute di John Connolly e La torre spettrale di Ranpo Edogawa, segue un corso del tutto originale e personale.

Siamo nel 1943, nel pieno della Guerra del Pacifico (quella parte della Seconda guerra mondiale combattuta in Asia). Dopo la morte della madre in un incendio, l’adolescente Mahito lascia Tokyo con il padre per trasferirsi in campagna, nell’ampia e decadente proprietà della famiglia materna. Qui si ricongiungono alla giovane e bella Natsuko, sorella minore della madre di Mahito e nuova moglie del padre, già in attesa di un figlio. 

Incapace di elaborare il lutto subito, e per questo insofferente alla gentilezza della zia e al nuovo assetto familiare, Mahito rifiuta di ambientarsi e sembra prestare attenzione soltanto a un airone cenerino che vive nei dintorni e che appare decisamente diverso dagli altri volatili. Il ragazzo accetterà di seguirlo in una torre-biblioteca diroccata, fatta costruire decenni prima da un misterioso prozio, che si rivela essere l’accesso a una dimensione parallela fantastica e oscura.

Il ragazzo e l’airone è un vero e proprio compendio della poetica e dell’estetica di Miyazaki. Come La città incantata, è una storia in cui il percorso di crescita che il personaggio adolescente compie in un mondo sovrannaturale si riflette in quello reale, e come era accaduto in Porco Rosso e Si alza il vento viene evocato un contesto storico preciso, quello della Seconda guerra mondiale, lasciando però questa volta la tragedia del conflitto fuori dalla scena. 

L’aspetto che più interessa di quello scenario realistico è la commistione tra tradizione giapponese e cultura occidentale, percepita come un segno di modernità quando è dosata con moderazione e di eccentricità quando invece prevale l’attrazione per l’elemento “estero”. La proprietà immersa nel verde in cui Mahito si trasferisce comprende una villa tradizionale giapponese e una villetta in stile occidentale, accanto alle quali sorge la torre-biblioteca diroccata edificata durante il periodo Meiji (1868-1912), quel momento storico in cui il Giappone si aprì al mondo esterno avviando un travagliato processo di modernizzazione e contaminazione culturale. 

La madre e la zia del protagonista hanno un colore degli occhi verde scuro poco nipponico, e il misterioso prozio da cui discendono, in base ai ritratti conservati, ha una fisionomia chiaramente occidentale. La compresenza di Oriente e Occidente nel DNA e nella realtà vissuta da Mahito trova un’ulteriore corrispondenza nella sostanza meticcia di cui è fatta la dimensione fantastica della torre-biblioteca

Questa è a sua volta citazione fedele degli immaginari fantastici che abbiamo imparato a conoscere nei precedenti film di Miyazaki, popolati da personaggi abbigliati all’occidentale o alla giapponese, che abitano edifici dalle architetture vagamente europee e hanno abitudini tipicamente giapponesi, e accanto a loro si affollano creature ibride, in parte umane in parte simili ad animali o piante, dal temperamento buffo e istintivo, a volte ostili ma mai davvero malvagie.

Certo, lo scenario fantastico de Il ragazzo e l’airone appare ancora più immaginifico degli altri, come se fosse un campionario completo dei mondi miyazakiani. Non ha una topografia precisa, è fatto di ambienti e spazi che sono a malapena collegati tra loro, come visioni fortemente indipendenti che hanno un solo tratto in comune: provengono da un unico creatore. E questo aspetto, unito al citazionismo troppo preciso per essere fine a sé stesso, ci suggerisce che il film che si sta guardando abbia volutamente due piani di lettura.

Da una parte Il ragazzo e l’airone è il racconto di un adolescente che si riconcilia con una realtà dolorosa attraverso una dimensione fantastica dalla quale, arrivato il momento, sa distaccarsi. Mahito si serve dell’immaginazione – da cui la dimensione della torre è nata – per trovare gli strumenti utili a maturare una nuova consapevolezza e, grazie a essa, si trasforma in un eroe pronto a occupare il suo posto nel mondo, senza più rifiutare la realtà. Alla domanda «e voi come vivrete?» risponde quindi nel modo più nipponicamente virtuoso possibile, ossia prendendosi le sue responsabilità.

Dall’altra, Il ragazzo e l’airone è una riflessione su chi nel territorio dell’immaginazione trascorre gran parte del tempo. Nel personaggio del creatore che si è isolato dalla realtà preferendo mondi immaginati e instabili e che, vecchio e stanco, cerca invano un erede capace di preservarli e rinverdirli, è impossibile non vedere un ritratto di Miyazaki stesso.

Come si apprende anche dal documentario Il regno dei sogni e della follia, nonostante la fama internazionale e la qualità dei suoi lavori lo Studio Ghibli è da sempre una costruzione tanto eccezionale quanto precaria. Fondato dal produttore Toshio Suzuki, Miyazaki e Isao Takahata, dopo la morte di quest’ultimo, lo studio di animazione si regge soltanto, e a malapena, sulle produzioni di Miyazaki. La lavorazione de Il ragazzo e l’airone, protrattasi più a lungo del previsto anche a causa delle difficoltà affrontate negli anni della pandemia, lo ha reso la pellicola più costosa di sempre nella storia dello Studio Ghibli, tanto da indurre Suzuki, proprio per fronteggiare le spese, a cedere a Netflix i diritti di distribuzione di tutto il catalogo. 

L’età avanzata di Suzuki e Miyazaki ha inoltre da tempo posto la questione del futuro dello studio. Goro Miyazaki, che non è riuscito a replicare il successo del padre come regista (I racconti di Terramare, La collina dei papaveri e Earwig e la strega), ha rifiutato di assumerne la direzione, ragione per cui di recente una parte importante delle quote dello Studio Ghibli è stata ceduta a Nippon TV.

L’ansia della precarietà, nonostante il lavoro immenso, ha portato Miyazaki, fin dai tempi della lavorazione di Ponyo – come si evince da un altro documentario, 10 Years with Hayao Miyazaki –, a porsi un interrogativo doloroso: una vita fatta soltanto di lavoro può dirsi davvero piena di senso? Il lavoro creativo comporta un inevitabile distacco dalla realtà quotidiana e spesso rinunce e rimpianti, come apprende a sue spese il protagonista di Si alza il vento, che antepone il suo sogno di progettare aerei all’amore per la moglie gravemente malata. 

Ne Il ragazzo e l’airone questa riflessione si approfondisce fino a mettere in discussione il significato di una carriera pur lunga e ricca come quella di Miyazaki: creare attraverso l’immaginazione un mondo sospeso tra la vita e la morte, rinunciando a tutto il resto, ha davvero senso? Scegliere un’esistenza di questo tipo rappresenta una risposta virtuosa alla domanda «e voi come vivrete?».

Ecco perché Il ragazzo e l’airone lascia addosso a chi lo guarda un’amara malinconia. Dalla quale ci salva solo una certezza: Miyazaki non si è arreso. La lunghissima gestazione di questa pellicola (raccontata da un nuovo documentario, 2399 days with Hayao Miyazaki & Studio Ghibli) sembra avergli fatto superare dubbi e tentennamenti, rinunciare definitivamente al suo proposito di ritirarsi – «Questo sarebbe il mio ultimo film? Non ne sono poi così sicuro» – e rassegnarsi al suo destino di costruttore di mondi. Alimentare l’immaginazione propria e altrui, dopotutto, è forse una vita che merita di essere vissuta, fino alla fine.

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