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RecensioniClassic"Swamp Thing" di Alan Moore è un fumetto affascinante e complesso

“Swamp Thing” di Alan Moore è un fumetto affascinante e complesso

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A posteriori è impossibile non vedere lo Swamp Thing di DC Comics come un personaggio affascinante, stratificato e ricco di mistero. Eppure non è sempre stato così. Quarant’anni fa, un Alan Moore ancora giovane (ma già lanciato, dopo Miracleman e V for Vendetta) veniva invitato direttamente dal creatore del personaggio Len Wein a scrivere il nuovo corso di una testata dalle spiccate tinte horror, con i piedi ben piantati tanto nei classici cinematografici di serie B quanto nei fumetti anni Cinquanta di EC Comics. Una serie che nella sua prima incarnazione era stata celebrata principalmente per le tavole di un enorme Bernie Wrightson e che nei primi anni Ottanta tentava un goffo rilancio infilandosi in coda al fallimentare live action portato sul grande schermo dallo specialista Wes Craven. 

A conti fatti, prima dell’arrivo dello sceneggiatore inglese, l’eroe era tutt’altro che uno dei tasselli cardine della casa editrice. Si trattava di una proposta curiosa, animata da un genuino amore per il genere più puro, ma troppo relegata alla sua nicchia per fare davvero breccia nel cuore del grande pubblico. Dopotutto parliamo delle avventure di un essere metà umano e metà vegetale, frutto di un’esplosione dolosa e della conseguente esposizione del povero scienziato Alec Holland ai suoi stessi esperimenti. Il ricercatore era infatti alla ricerca di una soluzione che permettesse una crescita miracolosa di vegetali, in modo da poter debellare la fame nel mondo. Una prospettiva non molto gradita a qualcuno di potente, visto il conseguente tentativo di eliminare Holland in un attentato così brutale.

L’uomo risorse come un enorme tubero senziente, dotato di una forza sovrumana, ricoperto di muschio e fiero abitante delle paludi della Louisiana. Si trattava dell’ennesima riproposizione di quanto visto in It!, una breve storia del 1940 pubblicata sul magazine Unknown, dove si vedeva un mostro di fanghiglia emergere minaccioso da un acquitrino stagnante. Oppure potrebbe essere considerato come rilettura moderna di una delle decine di mostri limacciosi che punteggiano il folclore di tutto il mondo. Si trattava di uno spunto così basico e generico che Marvel Comics non provò neppure a fare causa alla DC per avergli copiato, oltretutto a distanza di pochi mesi, il Man-Thing di Roy Thomas e Gray Morrow. Eravamo dalle parti di un canovaccio visto e rivisto, che però Moore impiegò molto poco per fare proprio e trasformare in qualcosa di mai visto prima.

Due numeri per la precisione, tanto occorse al nuovo sceneggiatore per chiarire le sue intenzioni e spostare su nuovi binari l’intero apparato narrativo. Con la storia di debutto Questioni in sospeso fece tabula rasa di tutta la continuity fino a quel momento, poi con Lezioni di anatomia riscrisse il personaggio. Da quel momento in avanti, Swamp Thing non fu più un ibrido uomo-vegetale, ma un essere vegetale dotato di coscienza umana. In seguito Alec Holland scoprì addirittura di essere diventato l’ultimo elementale verde, una sorta di spirito del pianeta Terra. 

Questa epifania coincise con una presa di coscienza di quanto potessero essere enormi i suoi poteri – pensate a che cosa significhi essere collegato a ogni forma di vita vegetale del pianeta – e con responsabilità commisurate a questo suo nuovo ruolo. Alan Moore prese un personaggio talmente generico da non meritarsi neppure una denuncia per plagio e lo rese un contenitore enorme dove poter esplorare tutte le sue suggestioni preferite, il tutto coadiuvato da una squadra di disegnatori, coloristi e inchiostratori che non tradivano mai le origini del personaggio.

Per quanto lo spettro di azione di Swamp Thing si dimostrò sempre più vasto, la sua estetica rimase composta da tavole dettagliate e teatrali, dallo spiccato gusto gotico (sudista). Rick Veitch, Stephen R. Bissette e John Totleben furono i principali interpreti di quel mondo ombroso e umidiccio, tanto allineati alle intenzioni di Moore da poter partecipare anche alla scrittura delle sceneggiature. Nonostante si parli sempre di questa run come dello “Swamp Thing di Alan Moore” le cose sarebbero state ben diverse con altri disegnatori. L’abbondante uso di un tratteggio quasi da acquaforte, la propensione al dettaglio macabro, l’amore per layout di pagina labirintici e ricchi di particolari: ognuno di questi elementi contribuì a rendere iconiche queste storie tanto quanto le sceneggiature.

In una cornice grafica così coesa trovarono spazio tematiche molto diverse tra loro. Partendo dalle basi pulp di cui si parlava prima si arrivava a digressioni circa l’esplorazione della coscienza, riletture dell’horror classico, storie d’amore al di là di ogni possibile divisione tra generi e/o specie. Ma anche analisi della figura del super essere come entità in grado di trascendere ogni forma di confine, portando avanti il discorso iniziato dallo stesso Moore su Miracleman. A un certo punto i limiti diventarono così stretti per Swamp Thing che una testata a base di mostri ambientata in Louisiana si trasformò in un enorme affresco cosmico. Il tutto garantendo quasi sempre una massiccia dose di divertimento e avventura.

I segmenti in cui Moore si perde nei suoi viaggi mentali e sottopone il lettore a un’immersione coatta nel suo immaginario liquido e lisergico sono tutto sommato ridotti, e al loro posto trovano spazio episodi gustosi e dove la matrice orgogliosamente d’evasione della testata viene rispettata e celebrata. Di tanto in tanto non mancano sorprendenti impunture di umorismo puro, come nela gag in apertura di Questioni in sospeso (reprise) o nella pagina conclusiva di Ogni mortale è come l’erba. In entrambi i casi lo scrittore usa toni brillanti da commedia degli equivoci, nonostante il contesto fanta-horror decisamente cupo in cui sono calate, come a dare un ulteriore livello di profondità alla scrittura. Rispetto all’atteggiamento nichilista e dirompente che da lì a breve avrebbe portato Moore a scrivere Watchmen, sulle pagine di Swamp Thing lo sceneggiatore riuscì a contenersi. Il suo obiettivo pareva essere quello di allargare il più possibile i limiti della narrazione senza mai rompere del tutto il giocattolo, ma anzi tirandolo a lucido.

Considerando quanto negli anni la sua scrittura si sia potuta dimostrare ermetica e simile a un frattale – pensiamo a Promethea e ad alcuni segmenti de La Lega degli Straordinari Gentlemen –  il risultato ottenuto è il migliore tra quelli possibili: un grande fumetto di avventura che dimostra, numero dopo numero, quanto questo linguaggio possa dire, senza per forza di cose passare da revisionismi indigesti o sovversioni del canone campate per aria. Moore si dimostrò uno scrittore eccezionale accettando un lavoro tutto sommato alimentare e trasformandolo in qualcosa di unico, senza finire mai fuori registro. Non per forza un capolavoro, ma una serie di volumi che ancora oggi garantiscono una lettura appassionante e fortemente stimolante.

Epitome di questa tendenza l’arco narrativo American Gothic, dove in quattordici numeri Swamp Thing esplora tutta una serie di riletture moderne di mostri classici, come a celebrare gli esordi della testata, dove il concetto di “monster of the week” la faceva da padrone. Concluso questo iter si scopre come dietro a tutte queste apparizioni ci siauna tremenda setta di stregoni sudamericani impegnati nel risveglio di un essere così malvagio da voler distruggere direttamente il Paradiso. La battaglia finale avviene direttamente nell’aldilà, comprendendo una serie di guest star d’eccezione come il demone rimatore Etrigan. 

E, mentre un’improbabile compagnia di antieroi combatte all’Inferno, sul nostro piano della realtà troviamo un’eroica rete internazionale di maghi guidati da John Constantine, qui al suo debutto. Fin dalle primissime pagine della storia ci ritroviamo in una corsa a perdifiato attraverso un orrore sempre più speculativo, raccontato però come una classica spy story alla James Bond. Ci sono i continui cambi di location, macchinazioni sotterranee da parte di pessimi soggetti in preda a deliri di onnipotenza, personaggi sopra le righe, sicari improbabili sempre dietro l’angolo e, naturalmente, tanta gente che muore male.

Alec Holland trova in Constantine un improbabile tutore, un bastardo così figo da rubargli la scena all’istante. Sigaretta in bocca, battuta sprezzante sempre pronta in canna e l’atteggiamento tipico di chi non ha ancora rivelato del tutto le sue carte. L’esperto di esoterismo arrivò sulle pagine di Swamp Thing come personaggio secondario ma conquistò subito un posto nell’immaginario collettivo, rendendo il piatto ancora più gustoso. La sceneggiatura riprendeva con orgoglio l’horror di serie B e lo amplificava a livello globale, infilando una serie di idee grandiose in un contesto di puro genere

L’uomo nero diventò un serial killer narrato in prima persona, i vampiri scoprirono che vivere sottacqua li risparmiava dal sole e generavano una sorta di mostro della laguna nera, gli zombi riprendevano il mito vudù originario visto in White Zombie di Victor Halperin (ma anche in Zombi 2 di Lucio Fulci) e lo rileggevano in chiave sudista, la licantropia era uno spunto per parlare di femminismo partendo dai nativi americani e dalle mestruazioni. In un pugno di numeri Moore condensò una quantità di spunti tale da non permettere un minimo abbassamento di tensione, il tutto fino allo scontro finale. American Gothic è una storia enorme, epica, senza un singolo momento di stanca. La quintessenza di quello che ci si aspetterebbe da un fumetto.

Quando si parla di Swamp Thing solitamente viene tirato in ballo il suo aspetto più ecologista, come se Moore e i suoi sodali si fossero messi nei panni dei maestri e avessero sprecato il loro immenso talento in storie cariche di didascalismi. In realtà il tema è trattato, ma quasi sempre di sponda. Se Il carteggio Nukeface vede come protagonista un essere mutante in grado di nutrirsi di scorie radioattive, non significa che ci si trovi di fronte a una tirata anti-nucleare, quanto a una rappresentazione più oscura di un Class of Nuke ‘Em High qualsiasi (anche se il film sarebbe uscito un anno più tardi). 

Anche l’attacco di Swamp Thing a Gotham City in seguito all’arresto della sua amata porta qualche afflato ecologista, con parte della popolazione che ringrazia l’eroe per aver trasformato una città decadente in una giungla lussureggiante, ma è poca cosa. Di tutta la storia rimane molto più impresso vedere il protagonista in dimensione kaiju minacciare un Batman inerme.

Quando, di ritorno dalle sue peregrinazioni cosmiche, Alec Holland si trova nella posizione di salvare il mondo dal disastro ambientale, lascia tutto nelle mani dell’uomo. E lo fa nel giro di un paio di tavole, senza troppa retorica. La sua priorità è costruire una casa nella palude dove trasferirsi con la sua bella e passare il tempo producendo tuberi orgasmici. Sfruttare queste storie per veicolare un messaggio importantissimo ma troppo semplicistico avrebbe intriso tutta la saga intessuta da Moore di un paternalismo soffocante, abbassando l’intera opera al livello di un pamphlet politico populista. 

Lo sceneggiatore se ne guardò bene e consegnò ai posteri la sua consacrazione nel fumetto mainstream statunitense, coadiuvato da una squadra di artisti straordinari. Da queste pagine partì un percorso che in tanti conosciamo bene, dal revisionismo di Watchmen fino al folle periodo anni Novanta, passando per una serie di sperimentazioni in grado di allargare in maniera definitiva lo spettro espressivo del fumetto. Sprecare questo primo passo nel farci la morale sarebbe stato quantomeno un peccato.

L’edizione italiana più recente di Swamp Thing di Alan Moore è pubblicata da Panini Comics e si può acquistare online a questo link.

Leggi anche: L’estetica di Watchmen, 30 anni dopo

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