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RubricheAnd So What?"The Orville" ha una marcia in più

“The Orville” ha una marcia in più

Pensiero critico e laterale attorno a quell'incrocio molto trafficato fra cultura, tecnologia e mercato. "And So What?", una rubrica di Fumettologica a cura di Antonio Dini. Il giovedì, ogni 15 giorni.

the orville serie tv

La maggior parte delle storie sono tutte uguali. Kurt Vonnegut una volta disse che ne esistono solo sei tipi. I vincoli fondamentali del mezzo (e, in misura minore, le preferenze del pubblico) portano a raccontare sempre la stessa storia. Se avete visto un film archetipico come Il Padrino, ci sono centinaia di film che vi sembreranno copie noiose e peggiori.

Fa parte del mio lavoro vedere film e serie tv in grande numero, anche quando non ne ho voglia. Avendo visto molti film e telefilm, ho sempre difficoltà a ricordare l’ultima volta che mi sono sentito sorpreso guardando qualcosa. Però, quando accade, mi rimane ben piantato nel cervello. Ed è appena successo.

Nelle scorse settimane, durante le vacanze (ormai un ricordo), profittando di tre mesi di offerta di Disney+, mi sono guardato un po’ di tutto, inclusa una serie tv che avevo intravisto a suo tempo ma non apprezzato perché semplicemente non avevo avuto tempo di guardarla nel dettaglio. E la cosa si presta a una serie di considerazioni anche rispetto ad altre serie di tono paragonabile.

La serie è The Orville, tre stagioni di fantascienza che hanno una traiettoria eccentrica. È il lavoro di Seth MacFarlane, creatore di I Griffin e American Dad!, ma anche di Ted e Ted 2, che fa anche diecimila altre cose (autore, regista, produttore, ma anche attore, cantante e comico) e in questo caso sembra un po’ semplicisticamente che abbia voluto fare il “salto” dalla serie animata alla serie tv più che altro per suo divertimento.

Il tema è la fantascienza, il tono quello di I Griffin e soprattutto la prima stagione (quella che avevo iniziato a guardare ai tempi ma dove mi ero fermato) è di un umorismo demenziale da frat-pack che alterna momenti di puro camp a citazioni, omaggi, parodie, temi seri e satira neanche tanto velata.

Non aiuta il fatto che le tre stagioni siano andate in onda un po’ a caso: Fox per le prime due, una nel 2017 e l’altra nel 2018-2019, e la terza con il nuovo nome di The Orville: New Horizons nel 2022, dopo essere stata acquisita da Hulu. Di mezzo ci sono state l’accoglienza tiepida della prima stagione, che non aveva ancora trovato una sua misura, e la pandemia, tra le altre cose.

Nella seconda e poi nella terza la serie acquista solidità, il tono rimane (è la porta di entrata per un pubblico non troppo vario: uomini bianchi sui trenta, direi) ma cambiano molto i contenuti. Arriva la coerenza, e anche le cose più parodistiche (la forma degli alieni, gli strani rituali) diventano occasioni prese sul serio per “vedere” oltre le apparenze.

Piano piano The Orville si rivela essere molto di più di una semplice parodia di Star Trek, nelle due incarnazioni della serie classica e The Next Generation. Conflitti interrazziali, dibattiti etici, indagini sulla natura dello spirito umano e di cosa possiamo definire alieno e cosa no. Ci sono avventure di puro escapismo e altre più mirate a far procedere l’arco narrativo complessivo, che vede la costruzione di un sistema spaziale coerente, con “nazioni” schierate le une contro le altre ma in cerca di ponti da costruire, tradimenti da superare, alleanze da stringere.

Mi sono divertito non poco a guardare gli episodi, perché la complessità della scrittura è diventata notevole, ma anche la capacità di costruire una serialità non scontata. La produzione si è arricchita di Brannon Braga e da David A. Goodman, veterani che già in precedenza avevano lavorato con MacFarlane. C’è inoltre da notare che The Orville è nata comunque come un veicolo fortemente atipico, con una dimensione comica e camp che la rende eccentrica, rispetto a tutta la produzione “seria” delle narrazioni seriali televisive e per lo streaming.

Riprendendo Vonnegut, MacFarlane è riuscito a gestire una situazione di potenziale insuccesso, un “vanity project” che poteva finire nel dimenticatoio lasciando il tempo che trova, in un prodotto originale che dice qualcosa di nuovo sul modo con il quale raccontare la fantascienza, andando in controfase rispetto a quello che viene fatto in questo periodo (serie troppo scritte e pensate per svilupparsi come pesanti narrazioni a episodi), perché riprende lo spirito più anni Sessanta-Novanta dei telefilm che insistevano su un mondo (la Federazione di Star Trek, ad esempio) con poche coordinate facilmente ricordabili e poi cercavano di costruire attorno tante variazioni.

Certo, Star Trek: The Next Generation incontrò un problema di fallacia narrativa che mandò praticamente per terra tutto il franchise (ancora oggi) ideando il predatore perfetto, i Borg, e da quel momento non è stato più possibile riprendersi se non con dei reboot. Sembrava che anche The Orville avesse incocciato in un problema simile, ma qui c’è più libertà di manovra, umorismo e casomai un altro tipo di problema (tutta la galassia ruota attorno alla Orville e al suo equipaggio), che però è al momento sostenibile.

Le storie sono diventate narrazioni archetipe ma leggere, declinate con una voce gradevole (il ruolo dell’amico e factotum di MacFarlane, Scott Grimes, è fondamentale per la tenuta dello show) e originale. Insomma, adesso il problema è di tutti quelli che seguiranno. Intanto, speriamo che esca la quarta stagione (pare che ci stiano lavorando, anche se non è stata ancora ufficialmente confermata).

Leggi tutte le puntate di And So What?

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

Leggi anche: Dov’è finita la buona vecchia fantascienza da 120 pagine?

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