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Un segno per dare ordine al caos o catturare la feroce nudità del mondo

Un viaggio nelle storie di ieri e di oggi per provare a immaginare il nostro futuro. "Shock in My Town", una rubrica di Fumettologica a cura di Davide Scagni. Il martedì, ogni 15 giorni.

les demoiselles d'avignon pablo picasso
“Les demoiselles d’Avignon” di Pablo Picasso

Il dipinto più importante del Novecento è forse Les demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso. Lo trovate al MoMA di New York, se vi capita di andarci, oppure, più comodamente, su Wikipedia. Guardatelo, se potete, e soprattutto lasciatevi guardare senza pudore. Realizzato nel 1907, è il dipinto che segna convenzionalmente la nascita del Cubismo (e quindi di tutte le avanguardie del secolo) e mostra i corpi nudi di cinque ragazze di una casa di tolleranza frequentata dal pittore a Barcellona, che – a loro volta – ora ci guardano, per sempre. 

I loro volti, rappresentati in modo antinaturalistico e deforme, sono offerti allo sguardo del pubblico come se comparissero da più punti di vista contemporaneamente: uno sguardo moltiplicato nel tempo e nello spazio. Nelle figure geometriche ed essenziali, nell’assenza di una prospettiva realistica, che trae spunto dalle modalità di rappresentazione dell’arte africana, il quadro rompe le convenzioni dello sguardo tradizionale e dilata la scena in una pluralità di dimensioni. 

Si dice che il quadro sia un’evoluzione, un vero e proprio remake in 3D, di Diana e Atteone di Tiziano (1556), che rappresenta una scena mitica e alquanto simbolica, tratta da Le Metamorfosi di Ovidio. Atteone è un giovane cacciatore che, durante una delle sue battute di caccia, scorge per sbaglio la dea Diana nuda mentre fa il bagno con le sue serve presso una fonte. La dea, per impedire al giovane di raccontare ciò che ha visto, lo trasforma in un cervo: così, il povero Atteone viene inseguito dai suoi cani che non lo riconoscono e lo sbranano. 

Anche noi, osservando il quadro di Picasso, proviamo forse lo stesso imbarazzo un po’ colpevole che provò Atteone, nello scoprire la divina nudità. Una nudità che a sua volta ci guarda, ci interroga, offrendosi al nostro sguardo mai del tutto definita, incompleta, continuamente sfuggente e ribelle. Come Atteone, nel guardare quei corpi nudi sperimentiamo il limite del nostro sguardo e diventiamo qualcosa d’altro: da cacciatori diventiamo cacciati, da osservatori siamo osservati. 

Chi disegna conosce bene questa sensazione: il segno riproduce la realtà che osserviamo e la trasforma in qualcosa d’altro. I cacciatori preistorici che, nella grotta di Lascaux, con qualche segno propiziatorio su una parete di roccia, inventarono l’arte sequenziale, non a caso disegnarono un cervo che entra in un corso d’acqua e ne esce dall’altra parte. Il cervo, rappresentato con l’intento di essere catturato, era l’oggetto del loro sguardo e della loro caccia. Attraverso il disegno si immaginava una realtà plausibile e si dava una forma magica al desiderio. 

Come scrive un grande fumettista, Joann Sfar, nel romanzo autobiografico Modello dal vero, «il desiderio è bello. La voglia di possedere, di divorare, è atroce. O può esserlo. Amo il disegno perché permette di trasformare la fascinazione per l’altro in un’immagine. Il disegno c’è quando la vita non basta». Il disegno è il modo che abbiamo trovato noi umani per renderci parte attiva della realtà che osserviamo, per divorarla, contenerla e comprenderla: ma per farlo, dobbiamo entrare in quella realtà. Dobbiamo diventare quel cervo sbranato dai nostri stessi cani. 

Perdere il segno, per un disegnatore, è come perdere se stesso o un amico. Il 7 gennaio 2015 Renald Luzier, in arte Luz, compiva 43 anni. Era uno degli autori di punta del giornale satirico Charlie Hebdo e spesso ne firmava le copertine, tra cui quella celeberrima dedicata a Maometto: «Charia Hebdo: 100 frustate se non muori dalle risate». Il giorno del suo quarantatreesimo compleanno Luz aveva dormito più del solito, aveva indugiato per qualche minuto con la moglie sotto le coperte, era arrivato in redazione mezz’ora più tardi: e fu quel piccolo, colpevole ritardo a salvargli la vita. 

Da quel giorno Luz non ha perso soltanto degli amici, grandi fumettisti come Charb, Cabu e Wolinski, ma ha perso anche il segno, la capacità di dare un senso al mondo. Il suo graphic novel Catarsi racconta il processo che lo ha portato a riappropriarsi del segno. Le piccole figure immobili dai grandi occhi sgranati che lo guardano e ci guardano, terrorizzate dalla paura, a poco a poco acquistano movimento, cominciano a puntare verso una direzione. 

Tutto può diventare segno: le macchie di inchiostro rievocano le ombre terrificanti degli attentatori, le linee nervose che tagliano la pagina danno consistenza alle urla che non riescono a uscire dalla bocca. Sul foglio bianco si può tentare di dare ordine al caos o catturare la feroce nudità del mondo. Il segno ritrovato di Luz rinnova al contempo la colpa di Atteone e lo sguardo delle magnifiche donne di Picasso. Quando la vita non basta, il disegno avvera il desiderio proibito del guardare e dell’essere guardati. Nella realtà trasformata dal segno, non esiste cervo che non possa essere catturato o dio che non possa essere denudato. Non esiste corpo che non possa essere divorato. Compreso il nostro.

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