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RubricheMarginiSe i fumetti fossero mappe

Se i fumetti fossero mappe

"Margini", una rubrica di Fumettologica a cura di Tonio Troiani. Riflessioni e opinioni ai confini delle narrazioni che ci circondano.

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Una panoramica di “Le Soirèe d’un Faune” di Ruppert e Mulot

Ci sono fumetti che non si sfogliano. Fumetti – o storie – dove possiamo esercitare la nostra libertà. Passeggiare tra le immagini, dilatare il tempo, perderci e ricominciare da capo, senza l’assillante costrizione delle vignette e del tempo lineare. Fumetti che sono esplosioni e che al limite – bisticciando un po’ come si fa con i bugiardini farmaceutici – possiamo ripiegare come mappe e portare con noi. Sono fumetti strambi per chi è abituato al formato tascabile, a quei piccoli parallelepipedi rigidi che si ammassano nelle nostre librerie.

Se partiamo dal presupposto che ogni superficie può contenere una storia, breve o lunga che sia, profonda o altrettanto superficiale, potremmo cominciare un ipotetico excursus proprio tra i meandri delle grotte di Lascaux e terminare schiacciati con le ginocchia al petto sul retro dei sedili delle compagnie di volo low cost, ma da fedeli sostenitori di un’idea di fumetto che – con naturali concessioni alla contemporaneità – ha a che fare con l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ci soffermeremo su esempi che intrattengono ancora un rapporto, sebbene effimero, con la carta.

Su Ruppert e Mulot – il duo francese famoso per i personaggi dai volti anonimi e intercambiabili, una metafora più che eloquente dei nostri tempi – ci siamo intrattenuti più volte, apprezzandone le doti di grandi narratori, ma soprattutto di grandi sperimentatori, poco accomodanti senza dubbio, ma anche capaci di inaspettati slanci emotivi. Ebbene, nel 2018 vollero omaggiare Mallarmé e Debussy con un oggetto stranissimo. Le Soirèe d’un Faune è un balletto disegnato che conta 110 ballerini (come gli alessandrini del poema di Mallarmé e come le battute della composizione di Debussy). Francamente non ho avuto l’ardire di contare tutte le figure e non ho mai letto questo balletto disegnato. Almeno, non nell’accezione solita. 

Un’immagine come quella di Soirèe d’un faune non si legge, ma si percorre. In modi imprevedibili, creando connessioni inedite ogni volta, cercando di generare un racconto o soffermandosi sui dettagli sino a renderli esclusivi. Una lettura che si accentra e poi si muove verso i bordi per poi risalire in maniera rizomatica lungo i rivoli di senso che il lettore decide di seguire. Ruppert e Mulot comprimono il tempo in un’attimo: “augenblick” direbbero i tedeschi, uno sbattere di ciglia, un colpo d’occhio. L’immagine creata dal duo francese è un’esplosione raggelata: un frammento di tempo cristallizzato in cui succedono innumerevoli cose. È compito del lettore creare collegamenti interni, seguendo strade segrete, vettori più o meno espliciti.

Colpo di genio è stato quello di pubblicarla in un formato inconsueto, un ennesimo atto di eccentricità: Soirèe d’un faune si presenta come una vecchia mappa Michelin, un oggetto di per sé anacronistico, ormai desueto e destituito di ogni utilità. Una soluzione che concettualmente lega il balletto disegnato a una mappa, un dispositivo con cui orientarsi in un continuum in cui sincronia e diacronia convergono. Tutto ciò non può non collegarsi concettualmente a quanto fatto dall’artista svedese Lars Arrhenius.

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Particolare di “A-Z” di Lars Arrhenius

Realizzata nel 2002, A-Z è un’enorme mappa di Londra su cui Arrhenius ha inserito 250 vignette circolari che seguono 18 personaggi. Le loro storie si intrecciano sulla mappa orizzontalmente, verticalmente e diagonalmente, innervandola di percorsi che rimandano alla rete metropolitana. Anche in questo caso, l’immagine mappa uno spazio idealizzato che viene attraversato da direttrici narrative che il lettore può percorrere in maniera sempre nuova, infrangendo così un’idea rigida di sequenzialità. Paradossalmente, l’edizione in volume – che riprende il classico stradario londinese con rilegatura a spirale – spezza l’incanto della flânerie.

Con la sua rigida meccanica, il libro impone una lettura obbligata: da sinistra verso destra, ancorando l’immagine a una linearità estranea al progetto originale e che aveva, in parte, caratterizzato i progetti che Arrhenius aveva realizzato a cavallo tra i tardi anni Novanta e i primi anni Zero. Nello specifico The Man Without One Way (1999), che nel nome già allude a una percorrenza obbligata, e Domino (2000), composto da 74 tessere con cui viene costruita la storia di una banconota che passa di mano in mano, generando eventi che vanno dal grottesco al comico.

È la stessa logica che sottende a La grande guerra di Joe Sacco: un’opera “panoramica” che in 24 tavole cerca di raccontare il primo giorno della battaglia della Somme del 18 novembre 1816. L’illustrazione si presenta come un libro a soffietto che il lettore può leggere sfogliando e soffermandosi sulla singola tavola o può dispiegare nella sua interezza, scoprendo così un’illustrazione unitaria. 

La nostra percezione cambia così a seconda della forma con cui decidiamo di interfacciarci. Nel primo caso, la diacronia ci permetterà di seguire le varie fasi di avvicendamento delle truppe e le diverse fasi del conflitto, nel secondo caso la storia sarà fatta detonare in un’illustrazione vertiginosa in cui la narrazione verrà decompressa e farà diretto appello alla nostra libertà e al nostro senso di sgomento. Qui su Fumettologica, Andrea Tosti ne ha fatto un’analisi approfondita, cercando di risalire anche alle opere che hanno ispirato Sacco.

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Come si presenta “La grande guerra” di Joe Sacco (immagine dell’edizione spagnola)

In tutte e tre i casi, la differenza tra fumetto e illustrazione è sottile: la molteplicità di quello che è raccontato fa sì che il nostro sguardo divaghi all’interno dell’immagine ma senza un percorso preciso. Un libro ha un inizio e una fine come ogni storia, una specie di negotium con cui rendiamo operativa una macchina pigra come il libro. Allo stesso tempo, però, possiamo assecondare anche l’otium: le divagazioni senza fine, senza scopo e senza alcuna conclusione. 

Per opporci a una logica performativa della lettura, questi fumetti da bighelloni sono l’ideale: non hanno una necessità intrinseca di narrarci una storia, ma ci offrono immagini in grado di raccontare storie sempre nuove. Le Soiree d’un Faune quindi potrebbe essere un balletto eterno, un’eterotopia da attraversare in lungo e in largo e in grado di condurci dappertutto o di farci sostare inebetiti dinanzi al vortice degli accadimenti.

Idealmente, il flâneur come figura della modernità – fotografato da Baudelaire e dissezionato nelle analisi del Walter Benjamin dei Passagenwerk – è stato traslato con un choc nella contemporaneità liquida del web. La rete – senza limiti e navigabile secondo direttive e rotte sempre nuove – è ormai diventata una trappola: attraverso l’indicizzazione feroce e onnivora, l’otium del cyber-flâneur è diventato un negotium. La profilazione ha trasformato l’eterotopia della rete in un serie di percorsi obbligati. Così come il flâneur parigino ha dovuto fare i conti con la nascita della grande distribuzione, trasformandosi in uomo-sandwich, così noi siamo ormai incastrati tra le maglie della rete, simili al giocatore di scacchi di Maelzel. 

Un eloquente esempio è il fumetto vincitore del Fauve d’Or dell’edizione 2023 del Festival de la Bande Dessinée d’Angoulême, Il colore delle cose di Martin Panchaud. Ci troviamo davanti a un ibrido, un’opera monstre che sintetizza in sé diversi linguaggi, verso cui nutriamo una discreta familiarità. Dalle infografiche allo scrolling dei nostri device, passando per un fumetto “ectoplasmatico” e un’estetica da retrogame, il libro di Panchaud si presenta come qualcosa di inedito, ma verso cui non nutriamo alcuna diffidenza, anzi. Questo perché il flusso temporale creato da Panchaud è incanalato. 

il colore delle cose panchaud coconino
Una pagina de “Il colore delle cose” di Martin Panchaud

Il “fumetto” del fumettista ginevrino – le virgolette sono dovute – è sussunto alla categoria libresca, all’atto del sfogliare, funziona come un dispositivo rigido, nonostante sia disseminato di divagazioni e intermezzi. Ha un inizio e una fine ben precisa, non indugia e non si attarda, pur offrendo forme di intrattenimenti meno performative. Risponde all’esigenza dei tempi, in cui le mappe devono condurre nel minore tempo possibile a destinazione.

Avremmo bisogno di fumetti, ma soprattutto storie, che rispondendo un po’ alle provocazioni dell’OuLiPo (Ouvroir de bande dessinée potentielle), sappiano fondere vincoli e libertà, sappiano condurci fuori dal labirinto dei segni in maniera sempre nuova, siano in grado di affascinare con uno storytelling anarchico e schizoide, regalandoci il desiderio di perderci tra le fitte e inedite relazioni che intercorrono tra segni, immagini e parole. Ciò avverrebbe se i fumetti fossero mappe sbagliate capaci di mettersi in gioco e, soprattutto, prendersi gioco dei lettori.

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