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Manga"Tokyo Goodbye" di Oji Suzuki, istantanee dal Giappone del secolo scorso

“Tokyo Goodbye” di Oji Suzuki, istantanee dal Giappone del secolo scorso

tokyo goodbye oji suzuki manga oblomov

Nel pantheon dei grandi autori del gekiga dei tempi d’oro, che raccontavano la realtà giapponese degli anni Sessanta e Settanta sulla rivista Garo, al fianco di Yoshihiro Tatsumi, Yoshiharu e Tadao Tsuge e Shinichi Abe, un posto di tutto rilievo ce l’ha il forse meno noto Oji Suzuki. In Italia l’abbiamo conosciuto grazie a una raccolta pubblicata nel 2021 da Hikari Edizioni intitolata La casa delle stelle

A inizio 2024 è uscita invece per Oblomov una sua antologia inedita in Italia, Tokyo Goodbye, che quest’anno sarà senza troppi dubbi tra le letture da non perdere per gli amanti del fumetto giapponese d’autore. Un gradito ritorno per un autore ancora non celebrato quanto meriterebbe.

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Pubblicata originariamente in Giappone nel 1977, Tokyo Goodbye raccolse alcuni dei primi lavori di Oji Suzuki, realizzati per Garo a partire dal 1969. Proprio come gli autori sopra citati – con forti affinità soprattutto con il lavoro di Tadao Tsuge (La mia vita in barca) e di Shinichi Abe (Un ragazzo gentile) – l’autore in carriera si dedicò infatti al racconto breve.

I suoi manga sono spaccati del mondo della gioventù di quei tempi travagliati. Siamo infatti in un Giappone ripresosi dalla sconfitta della Seconda guerra mondiale e ormai prossimo al boom economico degli anni Ottanta, che era però la culla di un disagio strisciante nella sua popolazione schiacciata da una pressione sociale difficile da accettare ed elaborare. I protagonisti dei racconti sono infatti giovani in cerca di un posto nel mondo, disorientati, apparentemente abbandonati e trasandati, o anche vivaci e ricchi di prospettiva. Qualcosa di simile si era letto anche nei racconti di Tadao Tsuge delle raccolte Trash Market e Il lupo dei bassifondi.

Suzuki si affida a un uso smanioso del flusso di coscienza, creando brevi trame non lineari che disorientano il lettore e (intenzionalmente) lo confondono, ubriacandolo di visioni urbane e viaggi nella mente e nelle memorie di personaggi allegramente sbandati e irrequieti. In certi casi le storie sono ricordi personali digeriti e rielaborati in forma di testo e disegno, a volte sono fantasie che sfiorano la favola, in altre quasi poesie illustrate, dai testi criptici ed ermetici. 

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Ma in ogni racconto si riconosce comunque una spontanea e profonda indagine della propria mente, una ricerca di risposte a domande che difficilmente possono trovarne una, come a voler aprire una comunicazione – assieme al lettore, a sé stessi, ai personaggi – con la rassegnata consapevolezza che una vera e propria comunicazione non può esserci.

Il segno di Suzuki graffia la pagina – con quel fare sghembo ma deciso e a suo modo raffinato che si vede anche nelle pagine di Shinichi Abe o sempre di Tadao Tsuge -, i suoi neri sono netti e decisi, squarciati e trafitti da folti tratteggi, in scenari avviluppanti come la notte di una metropoli ancora non costantemente illuminata a giorno come quelle di oggi. Il pennino di Suzuki è una piccola arma bianca che non ci può risparmiare.

Come tutti gli inquieti mangaka anticonformisti dei suoi tempi – con una carica decostruttiva e innovativa che forse non si è mai più vista – Suzuki è autore di storie che non seguono uno schema narrativo ordinario. Le sue tavole sono fotografie sfocate e prese (o rubate) velocemente, sfuggenti ed evocative come le istantanee che anni dopo il fotografo Daido Moriyama avrebbe scattato di notte nei bassifondi delle città. Scatti di una generazione sfuggente in un’epoca in continuo subbuglio.

Tokyo Goodbye
di Oji Suzuki
Oblomov Edizioni, febbraio 2024
brossurato, 216 pp., b/n
20,00 € (acquista online)

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