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Mondi POPTelevisione"Il problema dei 3 corpi", la fantascienza cinese riconfezionata da Netflix

“Il problema dei 3 corpi”, la fantascienza cinese riconfezionata da Netflix

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Prima la trilogia letteraria di Liu Cixin, poi la serie tv cinese (gran successo, mai portata da noi ma disponibile in rete in versione sottotitolata) e adesso su Netflix quella “Made in Usa”: Il problema dei 3 corpi è ormai tutto questo. Fantascienza cinese, che con Fumettologica abbiamo seguito nel tempo (qui in generale e qui dell’opera di Liu in particolare) e ora diventa ufficialmente mainstream, quasi trent’anni dopo il cinema cinese di serie A.

La serie di David Benioff e DB Weiss è particolare già per i suoi showrunner, visto che sono anche i creatori di Il trono di spade e, a questo punto, ufficialmente gli autori di serie tv tratte da libri che nessuno reputa possibile adattare a serie tv. E, invece, loro ci riescono. Solo che questa volta, pur mantenendo lo stesso schema (cioè seguendo al millimetro la trama), hanno effettuato un netto spostamento culturale, riportando la narrazione molto più in Occidente di quanto non fosse stata immaginata da Liu nei suoi libri.

Il presupposto è lo stesso: l’indagine su una serie di morti misteriose di fisici molto famosi in corso in tutto il mondo. Un “Whodunit” giocato su piani storici diversi (un flashback ambientato nella Cina della rivoluzione culturale che apre e procede lungo il flusso della narrazione contemporanea) e un sovrapporsi di punti di vista che deve aiutarci a capire da quale punto di vista guardare la storia: la giovane imprenditrice ex ricercatrice dell’ultima scienziata morta? La sua collega e accademica cinese? L’investigatore, un poliziotto anche questo cinese, al servizio di un misterioso referente di una organizzazione “plurigovernativa” che cerca di difendere l’umanità? E difenderla da cosa, poi? Un paio di cattivi che si capisce fin dal casting che sono cattivi, oppure no?

Una grande produzione

Sin dalla prima puntata, tra i punti di forza della serie tv Il problema dei 3 corpi ci sono la fotografia, il casting, l’ambientazione, il livello di produzione, tutto degno di un film di alto livello. Il problema è che porta con sé il sapore di un libro “alieno”, di una narrazione proveniente da una cultura “altra”, cioè quella cinese, ma che è stata completamente “lavata” e americanizzata. Tanto è vero che il casting stesso ribadisce il concetto, sottolineando ancora una volta un attributo del duo Benioff-Weiss, che è al tempo stesso perfetto e mortale per questo adattamento.

Perfetto perché i due sono abilissimi nel “montare” (lo dico in maniera volutamente ambigua) la traduzione visiva di un’opera letteraria complessa. E al tempo stesso mortale perché i due sono debolissimi per originalità, per capacità di fare qualcosa di proprio. I loro adattamenti conservano di certo il testo originale, sino al dettaglio di moltissime scene e dialoghi, ma al tempo stesso non aggiungono e non creano niente di nuovo.

Questo limite però non è un caso. Anzi, possiamo dire che è fortemente voluto. Perché questa storia di fantascienza riscrive la sua appartenenza culturale, rendendola un prodotto di massa adatto al palato di tutti gli abitanti del pianeta, che poi è quello che fa Netflix di solito, nel suo ruolo di gigantesco produttore di hamburger: tritato fine fine di immaginari diversi per dare a tutto la medesima consistenza da polpetta cotta e inserita nel panino con le apposite salse.

Oltretutto, sin dal trailer in coda al primo episodio, la serie soffre di quell’essere estremamente didascalico che si sta mangiando vivi televisione e cinema contemporanei. È mai possibile che dobbiamo sempre dire e fare vedere proprio tutto? Questo temo sia un problema molto più ampio, che trascende la critica di questa specifica serie e, senza fare spoiler, dei suoi primi episodi.

Il problema del problema dei 3 corpi

Cerchiamo di capire un attimo di cosa parliamo quando parliamo di questo Il problema dei 3 corpi. Il tema di fondo non è la trilogia di Liu, che esplora alcuni tropi fantascientifici in maniera molto ben articolata, con il passo da romanziere (lento ma capace) e una solida base sia scientifica che fantascientifica, oltre che più genericamente thriller. Il tema di fondo è l’immaginario.

Sin dai tempi degli studi di Joseph Campbell sul mito dell’eroe, c’è stata una ricerca e una banalizzazione degli immaginari collettivi e della predisposizione alla narrazione delle storie che ha partorito infiniti manualetti di marketing dedicati allo storytelling e anche “breviari per giovani sceneggiatori” come Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler, vangelo per i credenti nelle narrazioni stereotipiche.

Liu ci pone di fronte all’apparenza di un mondo esotico, lontano, differente, che stravolge i tropi e i modi della narrazione. Spariglia, cosa che attrae e al tempo stesso spaventa Hollywood. Il manualetto di Vogler serve soprattutto a proteggere gli sceneggiatori dalle contestazioni in caso di flop al botteghino. «Non è colpa della storia, ho seguito passo passo Il viaggio dell’eroe» dice lo sceneggiatore quando viene accusato di aver scritto un brutto film o telefilm. «Ho fatto tutto a regola: sarà colpa di qualcun altro, del regista o degli attori.»

Liu però, a ben guardare, non ci porta in una dimensione alternativa. La sua è una trilogia fantascientifica molto convenzionale: l’unica cosa che ci stupisce è il punto di vista originale. È però poco, quasi banale: è la stessa cosa che stupisce il viaggiatore quando, giunto in Asia, guarda una cartina geografica “locale” e scopre che i continenti sono tutti spostati. Da noi Europa e Atlantico sono nel mezzo, Americhe a sinistra e Asia fino all’Australia a destra. Il Pacifico sta ai lati. Invece, vai in Asia e cambia la cartina: l’Estremo Oriente al centro, il Pacifico immediatamente a destra e le Americhe schiacciate sul bordo destro, con il Brasile che quasi cade fuori. A sinistra, invece, l’Europa e l’Africa, con l’Atlantico ridotto a cornice.

Un altro immaginario o un’altra cultura dominante

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Con i suoi tre romanzi, Liu fa lo stesso: sembra un mondo nuovo, ma in realtà sono le stesse cose riarrangiate. La sua storia conferma molti tropi della fantascienza e, implicitamente, valida il discorso di Campbell sulla struttura delle narrazioni. Lo fa, questo è il “trucco”, introducendo un gusto diverso, che è dovuto non agli ingredienti quanto al punto di vista.

Nella geografia di Liu, la Cina è il posto più importante, la cultura dominante, il sistema di riferimento. Il mondo non è americanocentrico ma sinocentrico. La bellezza, l’esotismo di questa e di altre narrazioni – come i gialli di Qiu Xiaolong pubblicati in Italia da Marsilio – stanno qui. Non racconta storie originali, ma ci offre un punto di vista diverso, creando un prodotto culturale sofisticato ma sempre consolatorio.

Liu accarezza il nostro gusto per l’esotismo, ma lo fa in maniera forte, straniante. “Sentiamo” un’altra cultura e apprezziamo il fatto di non essere noi occidentali l’unico metro e misura del mondo. Sentiamo il pugno di ferro di un’altra forma di egemonia culturale: non più quella americana, bensì quella cinese.

I conti della resa

Tuttavia, la resa su Netflix cambia tutto di nuovo. Non a caso il prodotto – inteso come storia video – è stato accettato dal network ma rifatto da capo, non portando a casa quello già realizzato in Cina. Attenzione, non è una questione di diritti ma di gusto: la struttura della storia c’è, ma i personaggi e la messa in scena erano troppo cinesi. Così come a suo tempo fu riadattato (ovvero “rifatto”) ‌Tre scapoli e un bebè del 1987 (diretto da Leonard Nimoy), remake del francese Tre uomini e una culla del 1985 (di Coline Serreau). Occorre ricostruire l’estetica e l’esecuzione per ristabilire l’egemonia del vissuto.

Infatti, secondo Benioff e Weiss, la narrazione video deve essere semplificata sintatticamente e, pur mantenendo l’esotismo della cultura cinese durante la rivoluzione culturale (un’epoca non completamente scissa dal pensiero dell’attuale regime di Pechino), deve aderire a canoni più stringenti di rappresentazione. Il cinema o la serie tv non sono digeribili se troppo locali e vittimi dei loro stessi tabù culturali e politici: diventano di nicchia.

A parte l’orrore di iniziare un titolo con un numero in cifre inferiore a 12, a me Il problema dei 3 corpi sta piacendo. Ma non mi faccio illusioni: è un passatempo, il mistero è tutta roba già vista, anche se la serie è ingegnosa nell’organizzazione della trama. In realtà è ancora un panino di McDonald’s, dal punto di vista dei prodotti culturali. I suoi ingredienti sono quelli che si ritrovano un po’ in tutto il pianeta. Quindi, sì, la trilogia di Liu è gustosa, la serie pure, ma sono fatte sempre con carne macinata fine.

Netflix ha semplicemente ricucinato con gli stessi ingredienti e impiattato in maniera diversa la serie, in modo tale da renderla palatabile per il suo pubblico all’apparenza globale ma in realtà semplicemente americanocentrico (come tutti noi siamo, del resto). Quindi, non ci sbagliamo: anche il prodotto originario, la trilogia di Liu, non era altro che l’ennesima storia di fantascienza con gli scienziati, gli alieni, i cattivoni e tutto il resto. Non c’è niente di trascendentale: una gran festa per gli occhi, però.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

Leggi anche: La morte dei multiversi dice moltissimo su di noi, per fortuna

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