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RubricheAnd So What?La buona fantascienza e da dove viene

La buona fantascienza e da dove viene

Pensiero critico e laterale attorno a quell'incrocio molto trafficato fra cultura, tecnologia e mercato. "And So What?", una rubrica di Fumettologica a cura di Antonio Dini. Il giovedì, ogni 15 giorni.

letteratura di fantascienza
Particolare della copertina di Urania collezione 233 – “Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton” di Robert Sheckley

La fantascienza, sia scritta che al cinema, sta vivendo un buon momento. In libreria e in edicola escono cose gustose: in questo mese di aprile Urania ha tirato fuori un ottimo Alan Dean Foster con la sua saga La follia di Flinx, un Robert Sheckley d’annata con Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton e un fenomenale Alastair Reynolds – uno degli autori contemporanei che mi piacciono di più – con Il ritorno della Demetra.

Al cinema, invece, abbiamo visto tutti che bomba è stato Dune – Parte due, il secondo capitolo della (si spera) trilogia del regista Denis Villeneuve ambientata sul pianeta Arrakis (o Dune, come lo chiamavano in tempi più civili), che poi è l’opera della vita dello scrittore Frank Herbert. Ai tempi della sua pubblicazione originaria, Dune (cinque volumi) fu un clamoroso successo, che mise l’autore su un piano molto particolare per uno scrittore di fantascienza: essere considerato un vero “autore”. Uno scrittore vero e proprio, insomma.

Letteratura di idee più che di belle scritture, la fantascienza – soprattutto americana – ha sempre pagato il dazio di essere una forma di letteratura popolare di genere, con tutti i limiti artistici che questo comporta. Inoltre, essendo basata sull’assunto che, in maniera più o meno “hard”, ci sia tanta scienza dentro ogni storia, la letteratura fantascientifica è connotata per l’uso a tratti quasi spasmodico di trovate tecnologiche, che si susseguono a ritmo serrato o quantomeno sono un elemento fondamentale della trama, tanto quanto il susseguirsi di scontri e rovesci di campo è l’elemento caratterizzante i romanzi di cappa e di spada o, più in generale, l’escapismo basato sul concetto di avventura.

La fantascienza viene infatti erroneamente percepita come una letteratura d’avventura. Certo, può esserlo (ma non necessariamente) e, come forma di letteratura popolare di genere, la trama soprattutto nei paesi anglosassoni è certamente ben orchestrata e mossa. Nelle storie di fantascienza c’è abbondanza di cose che succedono, oltre che di trovate tecnologiche o legate a entità non umane o a fenomeni scientificamente giustificabili ma mai sperimentati.

Ci sono il teletrasporto, il viaggio nel tempo con i relativi paradossi, la vita in società del futuro caratterizzate da una tecnologia oggi ancora sconosciuta o solo agli albori. C’è anche la vita in universi paralleli in cui è tutto uguale a quel che c’è da noi tranne alcuni particolari: Napoleone che ha vinto a Waterloo, Hitler che ha vinto la Seconda guerra mondiale, fino alle cose più piccole, come il battito di ali di una farfalla girato in modo diverso all’altro capo del mondo (come postulato dalla teoria del caos).

Quindi, il successo di Herbert, al di là della bontà del suo lavoro, è legato anche al tono “alto” della sua scrittura, cosa come dicevo ben poco comune. Tuttavia, non unica. Di fantascienza scritta “bene” ce n’è per fortuna in abbondanza, sia nei paesi anglosassoni che altrove. Anche da noi (per tutti: Ugo Malaguti). Per l’Europa, si cita sempre di primo acchito il buon Stanislaw Lem e più in generale tutta la fantascienza che tale non è più, perché in realtà letteratura “alta”, il cui autore usa la cifra della science fiction per esprimersi. Qui si passa da Ray Bradbury a Doris Lessing.

Tuttavia, c’è una bella lista di autori che, ad esempio, hanno vinto il premio Nobel per la letteratura (come la Lessing) ma sono anche autori di fantascienza o fantasy: Gabriel Gárcia Marquez, Kazuo Ishiguro, Rudyard Kipling, Herman Hesse, José Saramago. Intendiamoci: non sono scrittori di genere e infatti non vengono associati né al fantasy né alla science fiction. Ma hanno usato il registro fantascientifico o fantasy per esprimere la loro poetica. Invece, ottimi autori come lo stesso Herbert, ma anche come J.R.R. Tolkien, Philip K. Dick, Robert Heinlein e Arthur C. Clarke (più decine di altri) non escono mai dal “ghetto” della letteratura di genere. Sono scrittori, sì, ma “solo” di fantascienza o di fantasy.

C’è una varietà di ragioni, ma oggi, in un’epoca in cui il cartellino del prezzo è il vero cuore dell’opera d’arte e stabilisce lo statuto di “artista”, ce n’è una che spicca su tutte. La fantascienza, come tutta la letteratura di genere, è alla base della piramide dell’industria culturale perché ha esplicitamente come obiettivo il profitto. Per questo prevale, oltre all’azione anche il tratto che la caratterizza (la scienza) e non quello della ricerca attraverso la scrittura. La fantascienza deve essere “facile” (o, quantomeno, adeguata ai canoni del genere) e non frutto di una ricerca estetica.

Quando una storia di fantascienza è riuscita è una “buona storia” (cioè funziona economicamente), non una “bella storia”, cioè ben fatta per i canoni estetici tradizionali con cui si valutano i romanzi ad esempio nei grandi premi internazionali. Tutto questo partendo dall’idea che il “bello” si intenda non come categoria estetizzante ma come una forma di estetica in senso proprio.

Tuttavia, nella resa sul piccolo e grande schermo, lo “svantaggio” di una letteratura semplice, con personaggi e trame scolpiti con l’accetta e un susseguirsi di fuochi d’artificio tecnologici e di trama diventa un vantaggio competitivo notevole. La fantascienza, con la maturazione a cui è giunta la tecnica di chi fa film e serie tv (che quindi può mettere in scena di tutto con la computer graphic senza far sembrare i cattivi i Dalek del Doctor Who), è un terreno perfetto di storie da mettere in scena.

Ci sono anche altri due motivi. Il primo è che, dagli anni Quaranta a tutti gli anni Novanta, la fantascienza scritta ha esplorato moltissimo il rapporto tra l’umanità e la tecnologia, all’interno della quale la macchina cibernetica è il vero, grande alieno. Questa è la cifra del nostro tempo (a meno che non arrivi davvero una nave aliena a visitarci), cioè il rapporto tra la mente dell’uomo creatore con quella della macchina da lui creata.

Tuttavia, perché questo spazio abbondante per la fantascienza? È il secondo motivo, che spiega in maniera perfetta secondo me la ragione per cui la fantascienza ha riacquistato una sua centralità. Questa ragione deriva non solo dalla bontà dei prodotti da mettere in scena, ma anche dallo “scarico” del tempo che le persone hanno a disposizione per fruire le storie e consumare gli immaginari che gli vengono proposti. Questo “scarico”, come argomenta in maniera pressoché perfetta il mio vicino di pianerottolo qua su Fumettologica, Marco Andreoletti, nella sua ultima rubrica “Sofisticazioni Popolari”, deriva dalla crisi del Marvel Cinematic Universe che aveva militarizzato le sale cinematografiche negli ultimi due decenni con un torrente per fortuna in via di esaurimento di film di supereroi (e lo ha fatto con la buona compagnia di DC Comics e vari altri tentativi minori).

Usciti da una abbuffata di supereroi cinematografici, che hanno accompagnato la crescita di almeno due generazioni di appassionati del grande schermo e di fumetti, siamo entrati in un’epoca diversa, balcanica, per palati più sofisticati dal punto di vista dello storytelling. Non necessariamente storie “migliori”, ma di certo dal gusto più vario. È l’effetto positivo della competizione virtuosa nel mercato dei media: ha portato a galla un gusto carsico per le narrazioni che non avevamo visto.

Questo passaggio è stato aiutato anche dall’abitudine al racconto magico del pubblico generalista, che ormai accetta i tropi della letteratura fantascientifica e fantasy (più la seconda, in realtà) come ormai sdoganati e parte dell’arredo culturale della propria vita. Dopotutto stiamo vivendo nel futuro, vista anche l’incapacità che abbiamo di superare, come società, le principali elaborazioni fatte dai decani angloamericani della fantascienza tendenzialmente positivista e distopica al tempo stesso (l’ottimismo della ragione e il pessimismo della volontà, per giocare con Antonio Gramsci).

Ci siamo fermati a Blade Runner, a voler essere ottimisti. Ma il perché è argomento per un’altra rubrica.

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