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Mondi POPCinema"Horizon: An American Saga", il kolossal western di Kevin Costner

“Horizon: An American Saga”, il kolossal western di Kevin Costner

Sin City, il capolavoro di Frank Miller, in un'edizione "ultra-limited", disponibile in solo 300 copie numerate.

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A me è piaciuto. E anche molto. Lo metto subito, qui, davanti a tutto, così non ci sono dubbi o fraintendimenti. Horizon: An American Saga – Capitolo 1, primo di quattro film western scritti, diretti e interpretati da Kevin Costner, che durano tutti attorno alle tre ore, è un gran gran bel film che, come tutti gli western che si rispettino, racconta molte più cose che non la vita del vecchio West.

Il suo esordio ha tuttavia gettato nel panico i critici. In molti l’hanno criticato, e in generale c’è una specie di assalto all’arma bianca contro l’attore-autore-regista ormai quasi settantenne, che dice di aver avuto l’idea del film già nel 1988 e di aver ipotecato il suo ranch per raccogliere i 38 milioni di dollari necessari alla partenza delle riprese. Il secondo film è già pronto (sarà distribuito ad agosto), mentre si sta girando il terzo e ci si sta preparando per il quarto.

Mettiamo le cose in ordine. La prima: perché parlarne qui? Semplice, ogni grande narrazione è buona materia di discussione, e comunque in Italia per il western abbiamo non solo passione ma anche grande tradizione, da Sergio Leone alla famiglia Bonelli e ritorno. Seconda cosa: i critici non hanno capito che tipo di oggetto narrativo si trovano davanti e, siccome sono prevenuti nei confronti di Costner, sono andati in tilt perché hanno sentito odore di mattonata.

Ci sono critici che non capiscono e allora pensano che Kevin Costner abbia fatto una specie di gigantesco sceneggiato, quasi una serie televisiva, ma con i tempi di un montaggio sequenziale in cui gli episodi non vengono sgranati come negli sceneggiati o atomizzati in pulviscolo come nei telefilm (in cui succedono massimo due cose a puntata).

No, le cose non stanno così. Né dal punto di vista formale (Costner è un regista estremamente colto e un autore fine, che ha ascoltato a lungo il suo amico e mentore Lawrence Kasdan) né da quello visivo. Qui c’è il passo del kolossal, che viene però spalmato sul pane della vita per ore e ore di narrazione. In un periodo in cui tutti vivono e respirano short e reel e cose verticali e orizzontali ma brevi e la serialità va da tutte le parti, il fatto che Costner possa arrivare a giocarsi la carta del grande romanzo corale americano è quasi scandaloso.

Questo film è Il quarto stato, e Costner il Pellizza da Volpedo del cinema americano, con una forma di socialismo anni Ottanta che è completamente aliena dalle tradizioni continentali europee e casomai richiama la socialità ottocentesca di Charles Dickens. Costner è nato il 18 gennaio del 1955. Fa 70 anni fra meno di sei mesi. Eppure, ha l’energia e la lucidità di tenere assieme, oltre a tutta la narrazione e alla macchina del set, anche un cast da paura di star e comprimari di altissimo livello: Sienna Miller (immensa), Sam Worthington, Giovanni Ribisi e poi Jena Malone, Abbey Lee, Michael Rooker, Danny Huston, Luke Wilson, Isabelle Fuhrman, Jeff Fahey, Will Patton, Tatanka Means, Owen Crow Shoe, Ella Hunt, Jamie Campbell Bower e Thomas Haden Church. Un vero esercito.

Ma chi è Costner? Ha fatto la sua fortuna, dopo aver iniziato con un buon successo come attore (Gli intoccabili), facendo il regista e l’autore, oltre che l’interprete, proprio di un film western: Balla coi lupi (del 1990). Un esordio che vinse sette premi Oscar, tra i quali miglior film e miglior regia. Una bomba.

L’amore di Costner per il West è la chiave per l’interpretazione del senso della vita nella cultura americana. È costruito in maniera contemporaneamente romantica e iper-realistica. C’è qualcosa che commuove e bagna gli occhi, ma al tempo stesso sono presenti anche aspetti crudi oltre che crudeli, che danno il sapore della vita vera. E una sensibilità femminile, costante, che seduce in maniera differente rispetto a quello che potremmo aspettarci da uno sguardo maschile, nonostante Costner notoriamente non sappia creare ruoli da protagonisti per le donne (ma riesce a creare personaggi femminili comunque molto forti).

Il lavoro di Costner è pieno di retorica, ma anche di citazioni colte e coltissime, di luoghi comuni ma anche di sentimenti potenti ed essenziali. È un lavoro difficile se non impossibile da smontare, la cui unica, vera debolezza è la figura patriarcale e assolutamente anti-intellettuale di Costner stesso, sia come personaggio che come attore che come uomo pubblico.

Il vero tallone di Achille del lavoro di Costner è Costner stesso, perché è palpabile l’antipatia che il regista genera con la sua attitudine positiva tutta americana. Una attitudine quasi puritana, sempre etica, basata sull’idea di onore e responsabilità individuale molto protestanti, assolute. Un primo della classe completamente fuori moda, una brava persona tutta d’un pezzo che fa pure sempre la cosa giusta.

Se al posto di Costner ci fosse stato un autore maledetto o quantomeno combattuto, un regista straniero ma intellettuale, uno martoriato, o magari Woody Allen, avremmo gridato al capolavoro. Costner invece no: è un bovaro in tutto e per tutto (che poi è quello che vuol dire “cow boy”), ma ha la stessa granitica intelligenza e forza del buon senso di un personaggio tragico, una maschera americana che nessuno vuole più vedere indossare.

Racconta una storia fuori dal tempo? No, nel senso che le narrazioni cinematografiche come questa stanno tornando, perché l’America sta uscendo da una lunga fase di cinismo, negatività, autoanalisi. E cerca invece storie che si aprano e guardino in avanti, ottimistiche, positive pure nella loro crudeltà. Prendete i nativi americani, gli aborigeni (che nel film nessuno chiama “indiani”): sono fotografati in un modo che, soprattutto nel primo film, è uno schiaffo in faccia a qualunque mito del buon selvaggio saggio e zen.

Tuttavia, Costner non prende in giro nessuno e non mette in scena indiani da operetta buonista o crudele. Invece, si tratta di persone, con una loro cultura molto distante da quella dei coloni americani e un appetito per la vita che oggi possiamo solo classificare come ferino. E politicamente molto scorretto.

Costner ci ricorda anche che, poco più di 150 anni fa, le grandi pianure erano un posto dove si moriva in maniera atroce e si veniva “scalpati”, sia i bianchi che gli indiani. Chi era là cercava una via di fuga da un’Europa tremenda, che sfruttava e uccideva, e voleva un riscatto e una nuova vita, in un posto più equo, dove giocarsela. I più intelligenti, veloci, fortuna e spietati ce l’avrebbero fatta. Se oggi gli americani hanno un rapporto così assurdo con le armi da fuoco, almeno agli occhi di noi europei, è anche per questo motivo.

Tuttavia, se proprio vogliamo trovare un difetto di questo primo film questo, non è la lunghezza o la quasi totale mancanza di titoli di testa, come se non volessero sacrificare neanche un minuto degli oltre 180 di pellicola a disposizione (salvo poi fare un montaggione del secondo episodio alla fine che sa tanto di spoiler). Non è neanche la quantità industriale di personaggi, gli intrecci che si complicano, i nomi che si accavallano, le storie che vengono terminate con un colpo di accetta, la brutalità spesso inutile oppure la morale e l’idealità da “libro cuore” in cui la violenza rimane entro certi confini che storicamente invece nella storia “vera” sono stati sistematicamente superati.

No, se c’è un difetto questo è la mancanza di accenti. Tranne che in un paio di casi marginali, forse. Quel che manca invece è l’inclusività dal punto di vista delle etnie che hanno partecipato alla costruzione del Grande Ovest.

Ho visto il film in inglese e c’erano tanti bianchi che parlavano da bianchi, addirittura con un accento americano moderno, già ricco e formato. Quando, a parte gli accenti del commonwealth britannico, all’epoca c’era in realtà un gran pieno di emigrati tedeschi, svedesi, francesi, italiani e di tanti altri posti che parlavano un inglese strano e colorito. Per dire: assieme al generale Custer, nel suo sventurato settimo cavalleggeri, c’erano calabresi, toscani, veneti e altri italiani ancora.

La composizione etnica delle unità militari americane di quel periodo rifletteva la diversità dell’immigrazione negli Stati Uniti del Diciannovesimo secolo. E i coloni venivano a gruppi da paesi omogenei: interi villaggi tedeschi o svedesi o scozzesi che si svuotavano e finivano nella corsa verso l’Ovest. Di tutto questo per adesso nel film c’è solo qualche tiepido segnale. I nativi americani parlano la loro lingua con i sottotitoli, ma gli “americani” parlano tutti inglese come a teatro.

Sia quel che sia, Kevin Costner sta costruendo un gigantesco affresco del sogno americano. Lo fa con la prospettiva di uno dei due grandi aspetti, quello del “Go West”, che racchiude dentro di sé l’idea di Terra Promessa e Popolo Eletto e l’Eccezionalismo Americano.

Tuttavia, Costner lascia un po’ indietro l’altro fronte, quello del melting pot tra le culture, soprattutto europee. Però, vi garantisco, e non solo da amante di Tex (del quale ho scritto più volte e che continuo a leggere sempre con piacere) che anche qui nel film di Costner c’è quella grande narrazione epocale, a sfondo storico, che fa la differenza. Supera qualsiasi commento. I critici impazziscono semplicemente perché hanno perso la bussola. Costner invece no. Costner sa benissimo dove sta andando. E ci sta regalando una splendida saga western.

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